In Europa stop alla plastica monouso, ma l’Italia fa fatica a dire addio all’usa e getta

Da anni tra Bruxelles e l'Italia va avanti una disputa sul concetto di compostabilità, tra materiali appunto compostabili, quindi da smaltirsi con i rifiuti organici, e quelli biodegradabili o biocompostabili

La data è in qualche modo storica anche se, presi come siamo da questioni ‘apparentemente’ (solo apparentemente) più urgenti, è passata un po’ sotto traccia. Da venerdì scorso, 14 gennaio, infatti è entrata ufficialmente in vigore anche in Italia la direttiva europea Sup, che si pone come obiettivo quello di ridurre l’uso della plastica monouso, non biodegradabile e non compostabile.
In pratica non si potranno più vendere posate, piatti, cannucce e altri prodotti in plastica anche “oxo-degradabile” (ovvero le materie plastiche contenenti additivi che attraverso l’ossidazione comportano la frammentazione della materia plastica in microframmenti), i bastoncini cotonati (cotton fioc), agitatori per bevande, aste da attaccare a sostegno dei palloncini, alcuni specifici contenitori per alimenti in polistirene espanso, contenitori e tazze per bevande di questo materiale e relativi tappi e coperchi. Restano, paradossalmente, fuori dalla normativa i bicchieri di platica, che si possono ancora tranquillamente usare.

Dal 14 gennaio è entrata in vigore la direttiva europea Sup, per la riduzione della plastica monouso

Si tratta di uno straordinario cambiamento, soprattutto per l’Italia che è tra i maggiori consumatori di plastiche (stoviglie in particolar modo) monouso. Il che, se vogliamo, in un Paese che nell’immaginario mondiale rappresenta la patria del buon vivere, della buona tavola e del mangiare appetitoso, lascia francamente perplessi. Ma tant’è!
L’affezione degli italiani per l’usa è getta, sta per altro comportando una disputa sul concetto di compostabilità, ovvero di restituire all’ambiente in forma organica il rifiuto prodotto. Il decreto italiano che recepisce la direttiva europea infatti “salva” la possibilità di usare piatti e posate biocompostabili, e c’è chi sostiene che questa sia una specie di truffa.

Qual è la differenza? Il compostaggio è un procedimento di riciclaggio dei rifiuti organici che consente di facilitare la scomposizione degli elementi naturali di un materiale trasformandolo in compost. Questo processo di biodegradazione aerobica produce un materiale simile al terriccio scuro che, opportunamente sanificato e stabilizzato, è ricco di sostanze nutritive, utili alla coltivazione. Dunque, un materiale compostabile, se riciclato nel modo corretto, si trasforma in un fertilizzante naturale e biologico utilizzabile in agricoltura.
Sono considerati biodegradabili (o biocompostabili) – l’Italia è leader mondiale attraverso soprattutto la produzione del Mater Bi – invece tutti quei materiali organici che possono essere scomposti da microrganismi naturali, in modo sicuro e rapido, per diventare acqua o gas, come il metano, ma solo se il 90% della decomposizione avviene entro 6 mesi.

L’Italia è tra i maggiori consumatori di plastiche monouso

Insomma, una differenza sottile, ma sostanziale. Il packaging compostabile può essere trattato insieme ai rifiuti organici, mentre i prodotti come le plastiche biodegradabili vanno gestiti a parte. Lo scontro a Bruxelles sui parametri, sulla plausibilità e la sostenibilità delle bioplastiche compostabili va avanti da anni. E le stesse associazioni ambientaliste sono spaccate tra chi è favorevole e chi è contrario. In particolare in questi ultimissimi giorni è circolato un nuovo documento di Bruxelles che riapre il contenzioso con l’Italia per i piatti biocompostabili. Come andrà a finire?

“L’entrata in vigore della direttiva Sup anche in Italia – dichiara Angelo Gentili, della segreteria nazionale di Legambiente – rappresenta uno step strategico per la transizione. Pur essendo vero che il nostro Paese è, già da tempo, leader in questo ambito, è altrettanto vero e cruciale non abbassare la guardia ma, al contrario, alzare costantemente l’asticella nella lotta alla plastica monouso. Senza alcun dubbio, fondamentale sarà continuare a promuovere sempre di più il riutilizzabile, anche perché, con la pandemia, sono purtroppo tornati prepotentemente gli oggetti di plastica usa e getta – aggiunge Gentili -. Altro aspetto da non sottovalutare riguarda il fatto che, in queste ultime settimane, stanno comparendo sugli scaffali prodotti in plastica molto simili a quelli monouso, ma ‘riutilizzabili’ per un numero limitato di volte, come indicato nelle confezioni. Un tentativo, nella nostra opinione, di aggirare la normativa che non farà altro che incrementare l’utilizzo della plastica invece che disincentivarlo. Al contrario, serve fare ciò che a Festambiente, la nostra manifestazione nazionale che ho l’onore di coordinare da 34 anni, facciamo da sempre: favorire una drastica e concreta riduzione della plastica monouso e sensibilizzare le persone ad adottare comportamenti e stili di vita più sostenibili. Ricordando che la dispersione di plastica nell’ambiente può causare seri danni anche alla biodiversità”.

Tra l’Unione europea e l’Italia è in corso da anni una disputa sul concetto di compostabilità

Di diverso avviso Greenpeace, che già a fine aprile ricordava come “la maggior parte delle norme finora adottate in Italia ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso realizzati in plastica tradizionale con prodotti monouso realizzati in bioplastica compostabile, anche laddove sarebbe stato possibile adottare misure in grado di superare il ricorso all’usa e getta. Limitare i danni delle plastiche sull’ambiente non vuol dire sostituire i materiali, spostando così gli impatti su altri comparti ambientali e lasciando inalterato il modello dell’usa e getta. Bisogna ridurre il ricorso al monouso”, come suggerisce ad esempio il crescente impiego in altri Paesi del deposito cauzionale.

In ogni caso, la direttiva è in vigore. Le scorte dei prodotti invece potranno essere smaltite dai venditori purché possano comprovarne l’effettiva immissione sul mercato in data antecedente al 14 gennaio 2022. Per chi immetterà sul mercato o venderà prodotti non conformi sono previste multe che andranno da 2.500 a 25.000 euro. Non altissime, ma comunque è già qualcosa.