In Norvegia per guidare tecnologia “al femminile”. Letizia Jaccheri: “Non temete di sbagliare e non lasciate il potere agli uomini”

Nel 1989 è andata per la prima volta a studiare in Norvegia. Poi ha deciso di restare, per amore e per la ricerca. Di recente ha vinto il Norwegian Oda Prize, un premio per le donne contribuiscono alla parità di genere nel mondo tecnologico. È la professoressa pisana che ispira il cambiamento

Ha appena vinto il Norwegian Oda Prize, premio assegnato alle donne che hanno dato contributi concreti per aumentare la presenza femminile nella tecnologia. Letizia Jaccheri, 56 anni, pisana, da anni insegna Computer Science alla Norwegian University of Science and Technology di Trondheim. “Attraverso il suo lavoro – recita la motivazione del premio –  nel mondo accademico e in informatico, ispira le accademiche e le giovani appassionate di tecnologia. Letizia ispira a guidare il cambiamento”.

Noi di Luce l’abbiamo intervistata.

Intanto come dobbiamo chiamarla, professore o professoressa?
“Professoressa. Anche se tutti, inclusi i mie studenti in Norvegia, mi hanno sempre chiamato Letizia”. 

Lei, con il suo lavoro, ispira il cambiamento. In che modo lo fa?
La cosa più importante è esserci. Parafrasando Sheryl Sandberg l’importante è “Sit At The Table”, partecipare alle discussioni dove si prendono le decisioni. È importante la rete di relazioni con le persone più brave. Così come ricordarsi dei “role model” del nostro passato, riscrivere la nostra storia e identificare le persone e i momenti che ci hanno ispirato, per prendere la forza di ispirare le relazioni presenti.
Nessuno è perfetto, cerco di condividere i miei errori e i miei insuccessi con le mie studentesse. I progetti che non vengono finanziati e gli articoli che non vengono pubblicati possono essere più importanti, per una giovane ricercatrice, di quelli pubblicati. Quelli sono su Google Scholar. Come esseri umani possiamo ancora raccontare storie diverse e più potenti di quelle che sono sul web e sui social media.

Cosa l’ha portata in Norvegia?
Sono andata la prima volta in Norvegia nel 1989, con una borsa del studio del Ministero degli Esteri italiano. Merito del mio relatore all’università, il professor Vincenzo Ambriola, che mi spinse a andare all’estero. Lui era stato in America alla Carnegie Mellon University (Pittsburgh, Pennsylvania), la culla della ricerca in ingegneria del software. Lì aveva conosciuto il professor Reidar Conradi, uno dei padri di questa materia di studio
a livello internazionale. Ambriola diceva “i più bravi vanno mandati via”. Non era solo lui ad avere connessioni internazionali al dipartimento di Informatica dell’università di Pisa. Iscriversi a informatica per me fu come entrare in un mondo parallelo, popolato di giovani ricercatrici e ricercatori che venivano da tutte le parti di Italia e che erano già stati a lavorare e a imparare in tante parti del mondo. Ricordo le giovani Linda Pagli e Paola Inverardi, erano i miei miti.  Quando arrivai in Norvegia trovai un dipartimento con pochissime donne, ma una grande motivazione a cambiare. Il mio professore norvegese, proprio Conradi, era ossessionato dal gender gap nella Computer Science già nel 1989.

E cosa l’ha fatta rimanere?
Sono rimasta, o meglio sono ritornata in Norvegia dopo un periodo al Politecnico di Torino, perché ho sposato un norvegese. O forse ho sposato un norvegese perché ero motivata, o destinata, a diventare una professoressa attivista femminista. Le donne italiane dicono “Mio marito mi aiuta”. Io e il mio ci siamo sempre divisi i compiti equamente, anche se negli anni sono sempre stata io che mi sono occupata più dei figli. Ma forse ha fatto più lui di me. In Norvegia, sono diventata professore ordinario a 37 anni, con un posto pre-assegnato alle donne, prima che questo tipo di cattedre diventassero illegali. In Norvegia ho avuto la possibilità di attingere a fondi che mi hanno permesso di attrarre e assumere ricercatori, sia donne che uomini e di mettere in piedi iniziative come il progetto IDUN, che combina la ricerca con azioni rivolte alle pari opportunità.

Anche in Norvegia la tecnologia rimane più “materia da maschi” o le cose sono cambiate?  
In EUGAIN (un progetto europeo Cost Action di cui sono direttrice) manteniamo una panoramica su tutti i Paesi europei. A livello di laurea triennale e magistrale, l’80% o più degli studenti che si iscrivono o si laureano ai corsi di laurea i informatica sono uomini. A livello di dottorato di ricerca, ad eccezione di Bulgaria, Romania, Estonia, Turchia, tutti gli altri Paesi hanno meno del 25% di donne che si diplomano in informatica. In media, in tutta Europa, le donne occupano meno del 15% dei posti di professore ordinario. Le cifre mostrano che la stragrande maggioranza (83,3%) degli specialisti in IT impiegati nell’UE sono uomini. Alla Norwegian University of Science and Technology di Trondheim abbiamo percentuali migliori su tutti i parametri, ma altre università in Norvegia fanno peggio. Anche nella mia città ci sono società di software con meno del 5% di specialisti ICT. L’Italia è nella media europea.

E in Italia stanno cambiando, cambieranno?
L’Italia è un paradosso. Le donne italiane sono bravissime. Quando facciamo riunioni a livello dei direttori delle Cost Action, la metà delle persone nelle riunioni sono donne italiane. C’è anche la bravissima Elena Cuoco, che dirige la Cost Action. È una bravissima scienziata che si impegna ad aiutare le giovani ricercatrici a “salire la scala” verso il potere accademico. Quando ho scritto il mio libricino, “Tappetina”, ne ho mandato una copia a Fabiola Giannotti, la direttrice del CERN, una delle donne più importanti del mondo. Una settimana dopo, alle 8 di mattina di domenica, mi ha mandato un’email per ringraziarmi del libro, che ha definito “una storia garbata e intelligente”.

Ha mai avuto la tentazione di tornare?
Io sono sempre tornata,  per lavoro, per coltivare gli affetti familiari e le amicizie. Dal 2015 al 2018 sono stata nel consiglio di amministrazione di Reply SPA, a lavorare con una grande donna, Tatiana Rizzante, ex studentessa del Politecnico di Torino. La mia ricerca è incentrata sull’ingegneria del software rivolta all’innovazione sociale e i miei valori sono diversi da quelli di una multinazionale; ma abbiamo in comune la volontà e l’interesse di attrarre ed educare i talenti all’informatica.

Quanto  è importante che le donne riescano ad approcciarsi senza timore a tutte le aree della ricerca?
Sarò specifica. Il mio argomento di ricerca è l’ingegneria del software. Se l’obiettivo è fornire software in grado di migliorare la vita di tutti nella società, tutti devono essere coinvolti nella creazione dei requisiti tecnici e nell’implementazione, nei test e nella distribuzione. Nella tecnologia ci sono una serie di esempi che forniscono soluzioni per gli uomini e che non funzionano per le donne. Stiamo cambiando questo. La mia ricerca è attualmente focalizzata su come i processi IT devono essere modificati per includere più donne. Rendere i processi di sviluppo più inclusivi si tradurrà in prodotti software più inclusivi e potenti.

Lei ha sicuramente una marcia in più. Ma a suo tempo ha trovato sostegno tra le colleghe, le amiche? Che consiglio dà alle ragazze italiane?
Non credo di avere una marcia in più. Una delle mie care amiche e colleghe, grande supporto al progetto IDUN, è la professoressa Laura Giarrè. Lei ha tentato di spiegarmi le teorie di controlli automatici sin dai tempi in cui eravamo due giovani ricercatrici al Politecnico di Torino. Così come non ho senso dell’orientamento e mi perdo anche per i corridoi dell’università in cui sto da vent’anni, ci sono campi della scienza che non capisco affatto. Il mio consiglio è di ammettere i propri sbagli e imperfezioni, senza però perdere la fiducia in se stesse e di non lasciare il potere agli uomini. Il potere e i soldi possono essere concetti negativi, ma diventano positivi quando ti permettono di influenzare le azioni.