“L’inquinamento da plastica è irreversibile, potrebbe provocare la sesta estinzione di massa”

WWF: “Oceani quattro volte più inquinati entro il 2050”. In molte aree, tra cui il Mar Mediterraneo, è già stata superata la soglia massima. Intanto 2 milioni di persone hanno firmato la petizione #stopplasticpollution e, in vista della prossima Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (28 febbraio-2 marzo) si lavora per far adottare agli Stati un Trattato globale legalmente vincolante

Un’area marina grande almeno quanto due volte e mezzo la Groenlandia: è questa secondo le stime più accreditate la dimensione che può raggiungere l’inquinamento da microplastiche entro la fine del secolo XXI. Anche se la dispersione globale di plastica in natura fosse eliminata oggi stesso il problema non scomparirebbe di colpo: la concentrazione delle microparticelle nel 2050 sarebbe comunque doppia rispetto a quella attuale e alcuni scenari prevedono addirittura un aumento di 50 volte per il 2100.

Le tartarughe si schiudono sull’isola di Juani e devono arrampicarsi sui rifiuti sparsi sulla spiaggia (Brent Stirton_Getty Images_WWF-UK Original)

Oltre la soglia

Del resto, secondo calcoli recenti, la massa (in peso) di tutta la plastica presente sul Pianeta è ormai il doppio della biomassa totale degli animali terrestri e marini messi insieme; tanto che quella che è considerata la soglia massima tollerabile di inquinamento da microplastica (120mila oggetti per metro cubo) è stata già superata in moltissimi ecosistemi: nei mari della Cina orientale, nel Mar Giallo, nel ghiaccio marino artico, ed anche nel Mar Mediterraneo, nelle cui acque si trova addirittura la più alta concentrazione mai misurata nelle profondità di un ambiente marino, 1.9 milioni di frammenti per metro quadrato, e dove sarebbero almeno 116 specie animali ad aver ingerito plastica. Un problema che, ovviamente, ci riguarda molto da vicino, non solo per questioni ambientali. La plastica ingerita dagli organismi marini, infatti, può risalire la catena alimentare fino ad arrivare dritta dritta nei nostri piatti, visto che il 59% delle specie contaminate si mangiano comunemente: sono sardine, triglie, orate, merluzzi, acciughe, tonni. Il restante 41% è costituito da altri animali marini come mammiferi, crostacei, molluschi, meduse, tartarughe e uccelli.

Barriere coralline… di plastica

Una cannuccia di plastica in fondo al mare © Shutterstock Krzysztof Bargiel WWF

In particolare, nella regione asiatica dell’Oceano Pacifico ci sarebbero circa 11.1 miliardi di oggetti di plastica (soprattutto attrezzi da pesca) intrappolati nella barriera corallina ed è previsto che questa quantità possa aumentare del 40% entro il 2025. Mentre un recente studio sulle foreste di mangrovie dell’isola di Giava in Indonesia ha rilevato come alcune zone siano ricoperte fino al 50% da plastica, con una densità di 27 oggetti di plastica per metro quadrato.
Per quanto riguarda l’Europa (che è il secondo maggiore produttore dopo la Cina), si calcola che nel complesso siano rilasciati ogni anno dai 307 ai 925 milioni di rifiuti nei mari, di cui l’82%, pari a 229mila tonnellate, è composto di plastica di plastiche. È come se ogni giorno 500 container scaricassero in acqua il proprio contenuto. Nel nostro continente più della metà di questa plastica proviene da soli 3 Paesi: il 32% dall’Egitto, il 15% dall’Italia e 10% alla Turchia. E la situazione appare ancora più drammatica se si guarda al dettaglio delle città più inquinanti del bacino del Mediterraneo: tra le prime 10, ben 5 sono italiane (Roma – che detiene il primato assoluto – Milano, Torino, Palermo e Genova).

L’allarme del WWF

Un cucciolo di foca che si strozza con il filo da pesca (GettyImages_WWF)

I dati sono stati diffusi dal WWF, in un nuovo report che analizza oltre 2.590 studi sull’inquinamento da plastica negli oceani e fornisce l’analisi completa degli impatti che sta causando sulle specie e sugli ecosistemi marini: una vera e propria crisi planetaria, secondo la definizione data dalle Nazioni Unite. L’organizzazione stima che siano 2.150 le specie marine che sono venute in contatto con la plastica, e che fino al 90% di tutti gli uccelli marini ed 52% di tutte le tartarughe marine ne ingeriscano quantità considerevoli nel corso della loro vita. I pericoli che ne derivano sono numerosi e potenzialmente letali per tutto l’ecosistema: dai pezzi nello stomaco, alle trappole mortali intorno al collo, agli additivi chimici nel sangue. I frammenti di plastica provocano lesioni interne ed esterne, e quasi sempre determinano la morte degli animali marini poiché possono limitare il movimento o la crescita degli individui, ridurre l’assunzione di cibo, compromettere la risposta immunitaria o la capacità riproduttiva. La plastica che ricopre le barriere coralline, invece, non solo può soffocare e rompere le strutture dei coralli, ma le microparticelle possono essere anche ingerite dai polipi dei coralli alterando le funzioni vitali loro e delle alghe simbionti, distruggendo interi sistemi coralligeni. Particolarmente preoccupante anche il fatto che i coralli intrappolati hanno una probabilità fino al 90% più alta di contrarre malattie. Incrementa così il fenomeno del loro sbiancamento (bleaching).

Le previsioni future

Un sacchetto di plastica galleggia in mare © Shutterstock Mohamed Abdulraheem WWF

“Tutti i dati suggeriscono che la contaminazione da plastica dell’oceano sia irreversibile. Una volta dispersi nell’oceano, i rifiuti di plastica sono quasi impossibili da recuperare. Si frammentano costantemente e quindi la concentrazione di micro e nanoplastiche continuerà ad aumentare per decenni. Agire a monte dell’inquinamento da plastica è molto più efficace che ripulire in seguito. Se i governi, il mondo produttivo e la società agiscono all’unisono ora possono limitare la crisi planetaria della plastica”, dice Eva Alessi, responsabile sostenibilità di WWF Italia. Ci sono però anche le buone notizie: più di 2 milioni di persone in tutto il mondo hanno firmato petizione del WWF #stopplasticpollution per dire basta alla plastica che soffoca i nostri oceani, e chiedere alle Nazioni Unite di stipulare un Accordo globale che ponga fine alla dispersione di questo materiale in natura. Mentre oltre 100 aziende, più di 700 organizzazioni della società civile e 156 paesi, che costituiscono più di tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite, hanno anche sostenuto la richiesta di un trattato.

“Senza dubbio, l’inquinamento da plastica potrebbe diventare un fattore che contribuisce alla sesta estinzione di massa in corso che porterà al collasso diffuso degli ecosistemi e al superamento dei limiti ambientali entro i quali l’umanità può operare in sicurezza. La via d’uscita dalla nostra crisi della plastica è che i paesi accettino un trattato legalmente vincolante a livello globale che affronti tutte le fasi del ciclo di vita della plastica e che ci metta sulla strada per porre fine all’inquinamento marino da plastica entro il 2030″, sottolinea Ghislaine Llewellyn, vice capo degli oceani, WWF.