“L’umanità fa la differenza: se ciascuno ne coltivasse un po’ dentro di sè vivremmo in un mondo migliore”

Intervista a Francesca Michielin, ospite d'eccezione dell'evento "Un anno di Luce!" con l'incontro "Parole e musica"

Siamo una sola direzione in questo universo. Con le convinzioni della sua canzone più famosa, Francesca Michielin approda il 30 novembre sul palco del Tatro La Pergola per parlare al compleanno di Luce! dei suoi valori e della sfida di essere donna in musica in un mondo maschilista. “Sono nata a Bassano del Grappa vicino ad un seminario scalabriniano ed è lì che ho iniziato a fare volontariato” racconta lei, 26 anni, approdata alla notorietà nel 2012 vincendo quell’X-Factor che le ha schiuso una carriera impreziosita da quattro album e due secondi posti (su due partecipazioni) a Sanremo. “È stato mio padre ad aprirmi gli occhi sulle realtà dei migranti e l’esperienza s’è trasformata per me e mio fratello in qualcosa di veramente speciale, nel modo di sentirsi parte della comunità in maniera più profonda”.

Il successo l’ha costretta a crescere molto in fretta.
“Quando ho vinto X-Factor avevo 16 anni e ho provato la classica sindrome dell’impostore, l’insicurezza di chi pensa di non meritarsi il successo che ha. Così, per non farmi travolgere dagli eventi, ho lavorato con lentezza, facendo un passo alla volta. E ho detto tantissimi no”.

Cinque anni fa “Nessun grado di separazione” s’è rivelata una canzone capace di andare ben oltre le aspettative.
“Devo dire che, quando l’ho scritta assieme ad altri autori, non ne avevo afferrato tutte le potenzialità. Il brano mi piaceva e sentivo pure la forza del messaggio, che però era ancora molto indefinito. Trasversale. Nella prima stesura parlava della vita di coppia in generale, ma la potenza della condivisione ha poi messo in luce altri contenuti“.

Quali?
“Grazie alla passione di chi l’ha ascoltato e amato, ma grazie anche all’Eurovision e al momento storico che stavamo vivendo, ha assunto ulteriori significati. Pure Sanremo quell’anno era diventato, infatti, un palco dell’impegno nel sostegno delle unioni civili; c’erano artisti, come me, che si esibivano con un braccialetto, con un nastrino, con una bandiera a sostegno dell’idea. Proprio sul palco dell’Ariston ho capito che volevo dedicare quelle parole alla comunità LGBT, perché mi sentivo motivata da un obiettivo e da un messaggio. Tant’è che quando la canto spesso sventolano le bandiere arcobaleno ed è davvero un momento bellissimo”.

Non è nella nostra natura, dire di amarci e alla fine amarci così male” canta in “Stato di natura” riflettendo sulla condizione femminile.
“Il brano parte chiaramente da un concetto socio filosofico. L’essere umano attuale si trova inserito in una società estremamente più progredita di quella del passato; quindi, dovrebbe essere più intelligente e avere una coscienza più elevata. Cosa che, invece, non è. Siamo tornati paradossalmente allo stato brado, a quello ‘stato di natura’ raccontato da Hobbes e Locke”.

Questo che domande la spinge a porsi?
“C’è da chiedersi, ma cosa siamo noi donne che ci fischiano per strada? Dei cani? Come sottolineato pure da Carlotta Vagnoli nel suo ultimo libro, non è che io debba arrivare ad essere uccisa dal mio compagno per definire violento il suo atteggiamento. La violenza, infatti, si esprime in tante maniere. Le molestie sono di tante nature differenti e il cat calling, i fischi e gli apprezzamenti volgari di strada, possono rappresentare il primo gradino dell’escalation”.

Perché?
“Sono atteggiamenti che possono anche destabilizzare, soprattutto se sei molto giovane. Ogni donna che conosco ha avuto almeno una volta nella sua vita paura di rientrare a casa da sola. Nella scrittura del brano c’è stato anche l’intervento di Damiano dei Måneskin che ha scritto una strofa molto importante in cui ricorda come si parta dall’urlare una frase sessista come ‘che bel culo’ per arrivare ad una violenza peggiore”.

Quindi il linguaggio ha un peso.
“Sì, il linguaggio è importantissimo, perché forma il pensiero. E se una persona parla bene e perché pensa bene. E se pensa bene certe cose non le fa. ‘Stato di natura’ è uno dei miei brani che affrontano il tema del femminismo in senso ampio. Sono felice che pure Michela Murgia ne abbia parlato contribuendo a farlo diventare un manifesto della mia musica e del mio pensiero”.

In “Bolivia”, invece, canta “è l’umanità che fa la differenza”. Pensa che questa, al momento, sia una coscienza diffusa?
“Questo è un altro dei concetti che mi piacerebbe molto poter approfondire martedì prossimo alla Pergola. La nostra coscienza, al momento, è ridotta talmente all’osso che non riusciamo più a fidarci degli altri. Le persone non riescono ad empatizzare con ciò che non conoscono, con ciò che non li riguarda direttamente. Quindi l’umanità fa veramente la differenza, perché se ciascuno ne coltivasse un po’ dentro di sè, vivremmo in un mondo migliore. Paradossale che noi esseri ‘umani’ veniamo definiti etimologicamente con qualcosa che non riusciamo poi a rappresentare”.

Oggi come oggi dove si ferma, a suo avviso, lo sguardo del mondo?
“A mio avviso il problema centrale è che noi siamo di fatto una società eteronormativa bianca in cui tutto il potere e il privilegio sono in mano a un certo tipo di essere umano che ragiona per inclusione, tolleranza, integrazione; insomma siamo un insieme portato ad inglobare gli altri piuttosto che spostare il ragionamento su un piano diverso: quello della convivenza fra le diversità. Ogni persona è diversa dalle altre con cui condivide il pianeta. E in questo contesto, per far sì che questa convivenza rimanga il più pacifica possibile, sono quelli con più privilegi a dover utilizzare una maggior dose di umanità ed empatia nei loro comportamenti”.

Nelle grandi come nelle piccole cose.
“Esempio pratico, la tampon tax. Noi donne abbiamo il ciclo e gli uomini no, ma questo non li esenta dall’impegno a spendersi per far sì che la spesa degli assorbenti possa essere detratta dalle tasse. Questa iniquità persiste perché ci sono pochissime donne in politica e quindi nella condizione di poter legiferare in materia. Ma il senso di comunità dovrebbe essere forte per tutti allo stesso modo”.

Quale pensa debba essere il ruolo degli artisti, dei grandi comunicatori, nella crescita della coscienza collettiva?
“L’artista non è un politico e quindi non può essere tirato costantemente nelle dispute sociali. Deve rimanere libero, ma anche essere cosciente di avere una posizione di primo piano in questa nostra società. Io, ad esempio, a 26 anni mi sento molto più privilegiata di tante altre ventiseienni perché ho un pubblico, un canale Instagram, una voce, e sento il bisogno di agire di conseguenza”.

Come?
“Per me il podcast ‘Maschiacci’ è questo; avere una voce, tutta mia, per dare voce a chi non ha voce. Un lavoro di squadra realizzato con l’ausilio di un team molto preparato per offrire a chi mi ascolta una visione un po’ più ampia del mondo che ci gira attorno. Di natura sono una persona molto curiosa e in vita mia, dal giornalino della scuola al podcast, ho sempre cercato di raccontare delle cose. E questo mi porta a mettere le passioni dentro al mio lavoro. Come ci poniamo, come descriviamo, come parliamo agli altri: il linguaggio è la vera rivoluzione”.