“Io sono, io voto”: la campagna di Gruppo Trans per superare le discriminazioni di genere ai seggi

La campagna dell'associazione punta a dare strumenti concreti per modificare una norma del 1967 che impone la divisione dei votanti in file distinte per genere così come i registri elettorali

La discriminazione di genere passa anche per il voto. Non stiamo parlando delle cosiddette “quote rosa” ma dell’accesso alle urne: il DPR n° 223 del 20 marzo 1967, infatti, impone che le file al seggio siano divise per genere, uomini e donne. In alcuni casi i registri erano (e tuttora sono) addirittura diversificati: rosa quello femminile e azzurro quello maschile. Per questo, un anno fa è nata la campagna “Io Sono, Io Voto”, lanciata da Gruppo Trans proprio per provare a superare la discriminazione imposta da questa disposizione.

In occasione delle elezioni amministrative 2021, che hanno riguardato 1.157 comuni italiani al primo turno e 65 nei ballottaggi in corso domenica 17 e lunedì 18 ottobre, sono state tante le personalità della politica, dei media e dell’attivismo che, coinvolte in prima persona o semplicemente sensibili alla questione, hanno denunciato, soprattutto attraverso i canali social, come questa distinzione per genere sia una discriminazione ingiustificata delle persone trans e non binarie. Costrette, molto spesso, ad un coming out forzato, doloroso e perfino imbarazzante.

 

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Mettersi nella fila del genere in cui sono nate ma non si riconoscono, sentir pronunciare ad alta voce, come da prassi, i propri dati personali, compreso magari il nome sui documenti che però non le identifica, sono tutte azioni che possono provocare situazioni di disforia e di tensione. Situazioni che si sono verificate e che l’associazione Gruppo Trans documenta. L’obiettivo della campagna è allora quello di fornire strumenti concreti per modificare questa prassi ormai superata nella realtà, sostenendo anche tutte le persone discriminate.

Le liste elettorali, distinte per uomini e donne, sono compilate in ordine alfabetico in doppio esemplare, e indicano per ogni iscritto: il cognome e nome e, per le donne coniugate o vedove, anche il cognome del marito; il luogo e la data di nascita; il numero, la parte e la serie dell’atto di nascita; il titolo di studio; la professione o il mestiere; l’abitazione”, si legge all’art. 5 del DPR in questione. Che documenta quanto sia anacronistico il quadro legislativo italiano anche solo nel fatto che alle donne venga richiesto il cognome del marito se coniugate o vedove, figuriamoci poi quando si parla di identità di genere “non tradizionali”. C’è da dire comunque che questa disposizione viene applicata solitamente solo nei casi in cui sia difficile gestire il flusso delle persone che si recano a votare e, almeno in questo caso, non c’è stata quasi alcuna applicazione, visto il calo sensibile dell’affluenza alle urne rispetto alla precedente tornata elettorale (2016).

Il problema però, come sottolinea Gruppo Trans, è che questa norma esiste e fino a che non verrà modificata si può solo sensibilizzare chi presiede e coordina il seggio elettorale da un lato, facendo in modo che si renda conto della discriminazione attuata, e dall’altro dare sostegno alle persone transgender e non binarie che vogliono recarsi al seggio per compiere il proprio diritto e dovere di cittadini. Per questo dal 2020 (ma già dal 2016 a Bologna) su gran parte del territorio nazionale si è attivata una rete di volontarie e volontari che accompagnano a votare tutti coloro che non vogliono affrontare il coming out forzato in solitaria. Infine l’associazione ha anche elaborato un modello di “dichiarazione di protesta” per far sì che venga abolita questa pratica discriminatoria e offensiva. Gruppo Trans consiglia di portarlo nel proprio seggio elettorale già redatto e firmato, perché, raccontano i volontari, si sono verificati dei casi in cui il presidente o i suoi delegati hanno cercato di opporsi a questa iniziativa. L’ennesimo esempio di come, l’Italia, sia ancora molto indietro nel riconoscimento dei diritti della comunità Lgbtq+, come scrive la stessa associazione nel comunicato di intenti: “Costringere la comunità trans a coming out forzati in ambienti non preparati ad accoglierli, significa esporre le persone alla non remota possibilità di divenire bersaglio di ostilità, discriminazioni e violenza in virtù della propria identità di genere”.