Isabel Pogany, dall’India con amore: “Crescendo mi sono convinta di dover offrire qualcosa, come era stato fatto per me”

È bibliotecaria e mediatrice culturale alla Casa della Carità di Milano, aiuta i più piccoli e svantaggiati, provenienti da ogni angolo del mondo, nell'inserimento scolastico. Accento romanesco "che non perderò mai, anzi lo uso per lasciare di sasso chi mi crede straniera", sangue indiano ma cittadinanza italianissima da quando è stata adottata 35 anni fa

La piccola Isabel è nata nello stato di Kerala, una regione dell’India molto povera. È stata adottata 35 anni fa da Pamela Villoresi e di Cristiano Pogany

È indiana di sangue, nata a Kodakara nello stato di Kerala, una regione dell’India meridionale di fronte al paradiso delle Maldive tanto amato dal turismo di mezzo mondo. In realtà Isabel Pogany è italiana a tutti gli effetti, accento romanesco compreso, come sottolinea lei stessa, ed è figlia adottiva di Pamela Villoresi e di Cristiano Pogany, precocemente scomparso a soli 51 anni nel ’99. Dopo aver conseguito la laurea in scienze linguistiche e letterature straniere, con specializzazione di mediatrice interculturale, si occupa da otto anni dell’accoglienza dei più piccoli alla Casa della Carità di Milano, diretta da don Virginio Colmegna.

 

“Adesso presto il mio lavoro di bibliotecaria e mediatrice culturale all’associazione onlus attigua Amici della Casa della Carità – spiega Isabel – e questo in un momento particolarmente critico, visto il precipitare sempre più preoccupante della situazione in Ucraina”. Accoglienza e cultura sono gli obiettivi primari della Casa della Carità, istituto religioso con sede a Milano che, dal 2002, data della sua fondazione, provvede a dare asilo alle persone in difficoltà. “Lo scopo principale della Casa è arrivare a costruire il futuro migliore possibile per ogni ospite, e questo a prescindere da qualsiasi area di provenienza, da qualunque orientamento religioso, sessuale, o disuguaglianza sociale”, precisa Isabel, aggiungendo come l’anima della istituzione sia don Virginio Colmegna, sacerdote che dal lontano 1969 si è sempre prodigato nell’offrire assistenza agli esclusi e a quanti versano in stato di necessità. Aspetto determinante, che convince lo stesso cardinale Martini a nominare don Virginio presidente dell’importante centro di accoglienza.

Don Virginio Colmegna, direttore della Casa della Carità di Milano, alla fiaccolata per invocare la pace in Ucraina (Foto: Casa della Carità)

Da quel momento le gare di solidarietà si sono moltiplicate, con il prete saronnese sempre in prima linea: dal dramma dell’emergenza migranti a quello dell’indigenza, che reclama pronta risposta di un tetto e un pasto caldo, fino ai tristi giorni della pandemia e a questi, ancora più terribili, di guerra. La Casa della Carità è già pronta a ricevere con coraggio e consueta sensibilità i profughi ucraini. Non a caso è stata organizzata una fiaccolata lo scorso 2 marzo, a cui hanno aderito centinaia di persone, con l’intento di scuotere le coscienze dei potenti della terra di fronte alla tragedia che si sta consumando. “Don Virginio ha fatto sentire la propria voce per chiedere che la guerra in Ucraina finisca al più presto – prosegue Isabel Pogany, che in qualità di coordinatrice ha il compito di accompagnare nel loro percorso scolastico i bambini provenienti dalle più diverse zone del mondo –. La nostra solidarietà nei confronti della popolazione ucraina è incondizionata e tutti ci auguriamo che questo conflitto per il bene del mondo intero finisca al più presto”.

La fiaccolata per la pace dello scorso 2 marzo organizzata dalla Casa della Carità di Milano

Isabel, come vi state muovendo in questa angosciante situazione ?
“Siamo preparati a qualunque evenienza e sono certa che non mancheranno tutti i supporti possibili di assistenza, compresi quelli di tipo psicologico, aspetti specifici di cui naturalmente non mi occuperò io. Personalmente dovrò concentrarmi sui minori che mi verranno affidati, permettendo loro di integrarsi gradualmente al meglio, aiutandoli con ogni tipo di strumento didattico. Senza dubbio tutto il meccanismo dell’accoglienza è già in funzione e come sempre la Casa sarà all’altezza della sua missione”.

Chi sono i bambini accolti di solito ?
“Non credo si esageri quando si dice che alla Casa della Carità c’è passato mezzo mondo. Africa, Asia, Paesi dell’Est, Sud America. All’inizio sorgono alcuni problemi che rendono difficile comunicare con i gli adulti, in genere meno ricettivi, mentre i più piccoli sono autentiche spugne pronte ad assimilare velocemente gli stimoli del nuovo ambiente. Ricordo con piacere una cinesina di nome Maya che ho seguito nel suo percorso didattico. Quando è riuscita a superare brillantemente gli esami di quinta elementare per passare alla prima media, per me e la squadra che mi affianca, è stata gioia pura. Poi vanno affrontate anche situazioni di ragazzi con problematiche complesse legate a famiglie molto disagiate o con grosse difficoltà. Non potrò mai dimenticare la storia di un bimbo di appena un anno e mezzo, proveniente con i genitori dall’Afghanistan, che sono stato costretti a lasciarlo da noi nel periodo in cui si erano trasferiti in Germania in cerca di fortuna. Dopo qualche tempo sono tornati e il piccolino è tornato tra le braccia di papà e mamma”.

Isabel è bibliotecaria e mediatrice culturale per l’associazione onlus Amici della Casa della Carità

La sua è una scelta difficile. Cosa l’ha spinta a questo impegno?
“Io vengo da una zona povera dell’India e sono stata adottata 35 anni fa lì mentre ero in culla. Crescendo mi sono sempre più convinta di dovere a mia volta offrire qualcosa: perciò non ho esitato a darmi da fare mettendomi concretamente al servizio del prossimo e dei suoi bisogni . Dopo aver preso la laurea ho subito provato con una esperienza di volontariato nella zona del Parco Lambro sempre a Milano. Poi è arrivata l’occasione alla Casa della Carità, un posto dove mi sono subito trovata molto bene. Mi piace stare nei luoghi dove si impara qualcosa di nuovo, con l’opportunità di trovare quegli stimoli interessanti che permettono di accumulare esperienza. Così mi sono subito dedicata alla Biblioteca del Confine, creata per gli esploratori delle marginalità e del disagio sociale, e al doposcuola, per contribuire assieme ai miei colleghi alla organizzazione generale e alla didattica delle classi”.

L’accoglienza è riservata solo a chi proviene dall’estero?“Le porte sono aperte a tutti, perciò chi necessità di aiuto lo otterrà a prescindere dal Paese di provenienza. Quindi, la risposta è no: nessun dubbio che anche un italiano in condizioni disagiate troverà ospitalità. La maggior parte della gente che si presenta qui ha alle spalle terribili storie, con abusi di ogni tipo. Ci sono situazioni che impongono la massima attenzione e per questo è necessario intervenire con rapidità ma anche con estrema delicatezza. Il vero intento della Casa è quello di supportare le persone fino a renderle autonome ed economicamente emancipate, permettendo loro di inserirsi nel mondo del lavoro. Poi ci sono condizioni particolari che vengono esaminate separatamente, per consentire in determinati casi un periodo anche lungo di permanenza, specialmente quando mancano i presupposti per un adeguato inserimento nel normale ambito sociale. Dal primo momento mi sono sorpresa nello scoprire la vastità degli ambienti della Casa e quanto varie fossero le cose a cui provvedeva con i tanti servizi messi a disposizione: la mensa, gli alloggi per famiglie sistemate in veri e propri miniappartamenti totalmente autonomi, gli ambienti dedicati a varie attività, le classi scolastiche e poi quei corridoi immensi che separano la sezione maschile da quella femminile. Una concentrato incredibile di colori, idee, voci, razze”.

Isabel in passato ha subito qualche episodio di discriminazione ma oggi sfoggia il suo accento romanesco per stupire chi la considera straniera

Le sue origini sono indiane. Hai mai avuto problemi in Italia a causa del suo aspetto ‘esotico’?
“Da piccola ho dovuto affrontare qualche inconveniente del genere, soprattutto quando mi vedevano insieme ai miei fratelli, figli biologici dei miei, con i quali ho sempre avuto un rapporto meraviglioso. Era inevitabile che fossi oggetto di comparazioni e relative considerazioni. In particolare durante il periodo delle scuole medie ricordo un gruppetto di compagni di scuola un po’ stupidotti, anche per via della giovanissima età, che non esitavano a chiamarmi addirittura, ‘negra’. Ci soffrivo un po’, ma mi rendevo conto che erano solo vittime di limiti e pregiudizi culturali. Crescendo mi sono fatta le ossa e oggi non percepisco più questi problemi. Magari mi capita a volte di essere protagonista di qualche gag involontaria piuttosto divertente, quando qualcuno inizia a sillabare credendomi straniera. Allora lo lascio di sasso non solo sfoderando un italiano perfetto ma oltretutto condito da quell’accento romanesco che non perderò mai!”.