Jacobs corre più forte dei pregiudizi: “Sono italiano fino all’ultima cellula”. Il trionfo di lui, abbandonato dal padre e quello di Tamberi col padre-allenatore

Ritratto parallelo dei due olimpionici azzurri: uno estroverso ed emotivo, l'altro apparentemente impassibile e razionale. Marcell, cresciuto da una mamma esemplare, ha vinto tutto dopo aver ricercato e attivato un rapporto a distanza col padre mai conosciuto. Malagò: "Ora lo ius sportivo per rendere italiani i diciottenni"

L’atletica leggera è l’imitazione fatta sport di gesti primordiali dell’uomo: correre, saltare ostacoli naturali, scagliare corpi contundenti o armi per cacciare o uccidere il nemico. Se ciò è vero, la corsa velocissima per sfuggire a un agguato, umano o animale e il salto in alto sono la quintessenza dell’atletica. Assieme alla Maratona, scaturita non da necessità di sopravvivenza, ma di comunicazione della vittoria in una battaglia, affidata al soldato più resistente e veloce. Oggi, basta un clic. La Maratona non è frutto preistorico, ma della storia, alla storia deve natura e nome.
Vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella corsa più veloce che esista e nel salto in alto ha nobiltà superiore rispetto a vincere in qualsiasi altra disciplina, sempre che sia possibile dettare una gerarchia di dignità fra sport, che esista sport più sport degli altri.

Marcell Jacobs con la madaglia d’oro

L’abbraccio che vale una medaglia

Che l’Italia ci sia riuscita nel giro di undici minuti, con l’oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e quello di Marcell Jacobs nei cento metri aggiunge la teatralità di una perfetta regia a contenuti di per sé elevatissimi, accentuati dalle caratteristiche biografiche ed esistenziali dei due protagonisti azzurri, che hanno aggiunto una terza impresa alle rispettive, straordinarie performances di atleti. La terza impresa è essersi abbracciati nove secondi dopo la vittoria di Jacobs sulla pista di Tokio, coi volti coperti in un’unica bandiera, come fasciati nel capo sono i protagonisti di un immortale dipinto di Magritte.

 

Tamberi e Mancini

Tamberi è un marchigiano estroverso, nel momento in cui i marchigiani nello sport -vedi Mancini – sono re Mida che tutto convertono in oro in senso non metaforico. E trasformano in trionfi i drammi sportivi (l’infortunio di Gimbo a Rio, l’eliminazione degli azzurri dai mondiali 2018) imponendo filosofie del riscatto, agendo su valori umani individuali e collettivi. E in epoca di distanziamenti obbligatori, affrancando l’abbraccio – l’uno con Jacobs, l’altro con Vialli – dal ruolo di pericoloso vettore di contagio elevandolo a contagioso innescatore di gioia e fratellanza. Unica differenza con Mancini, la rinuncia ai “rigori” per scegliere un vincitore rompendo l’ostinata parità sul campo. L’atletica, sport primordiale, ammette che vincano in due, un qatariota e un italiano (Renzi benedirà). Il calcio non lo consentirà mai.

 

Gemelli diversi

Tamberi e Jacobs sono gemelli diversi. In pista, dopo la vittoria il primo si agita incredulo, teatrale, “molto italiano” stando a certa iconografia, sdraiandosi, urlando Franco! al telecronista Rai. Il secondo accoglie il successo con il cuore gonfio di sentimenti che non intaccano il contegno, misurato, quasi professionale. Le parole escono con razionalità e rigore. La testa domina il cuore, malgrado questo esploda di emozioni.

 

Il padre presente, il padre fuggito

Alle spalle, Tamberi e Jacobs raccontano famiglie che più diverse non si può. Anzitutto per il padre. Quello di Tamberi saltatore di valore, è in tribuna a Tokio, tappa di una vita trascorsa accanto al figlio crescendolo come uomo e come atleta tanto da esserne l’allenatore. Il padre di Jacobs se ne andò quando Marcell aveva un mese, lui soldato ragazzo, arruolato in Corea e marito di una diciottenne gardesana, conosciuta durante il servizio con le truppe Usa a Vicenza. La Corea fu un ottimo pretesto per allontanare anche dagli occhi moglie e figlio che erano da sempre lontani dal cuore. Il padre di Marcell non si fece mai vivo. Come quello della cantante Adele, del calciatore Cassano e della donna politica Meloni. Farlo a celebrità acquisita dei figli ripudiati è doppiamente imbarazzante.

 

Levigare le schegge

Marcell Jacobs, quel padre lo ha ricercato di recente e attivarci un rapporto benché limitato a messaggi a distanza, è servito ad abbattere uno spettro, a liberare la macchina di muscoli e te4sta da scorie annidate nell’intimo e nell’inconscio. La “sport training coach” Nicoletta Romanazzi, che lo segue da fine 2020 è stata decisiva nel levigare dalla scultura di Jacobs le schegge che nessun altro osava rimuovere, legate al rapporto irrisolto col padre. In pochi mesi, Jacobs ha vinto l’europeo indoor dei 60 metri, conquistato il record taliano europeo e vinto le Olimpiadi sui 100 metri. Forse non è questione solo di muscoli, immortale Edipo.

Viviana Masini, madre di Marcell Jacobs

La mamma coraggio

Col padre “latitante” fra la Corea e il nativo Texax, Jacobs cresce attorno a una madre esemplare, Viviana Masini. Tv e giornali ne hanno riportato le dichiarazioni emozionali e tecniche delle ultime ore, quelle in cui fra semifinali e finali Marcell Jacobs è passato da ipotesi e promessa a erede di Bolt. Su Rai Radio Uno, attorno alle 19 di domenica quella mamma ricordava le difficoltà sociali derivanti dall’essersi sposata con l’uomo di colore ed averne subito il rapido abbandono. Sono trascorsi nemmeno 27 anni, Marcell è passato dal pannolino al colosso di muscoli che vince le Olimpiadi. Vien da chiedersi se nel frattempo anche la società sia cresciuta se non altrettanto, almeno un po’ da quel punto di vista. Pensiamo che il percorso da fare non sia lungo come la Maratona ma nemmeno breve come i cento metri che Jacobs copre nel tempo di due respiri, di noi che lo guardiamo in tv.

 

“Italiano fino all’ultima cellula”

Quando Jacobs afferma di essere italiano e di sentirsi tale “fino all’ultima cellula” non fa retorica. Dice il vero. È stato allevato dalla madre, ha studiato in Italia, parla un italiano perfetto, tratta gli aspetti tecnici del suo sport con lessico degno di un economista. Eppure, quando ha lasciato i microfoni della Rai per accostarsi a quelli delle stazioni anglofone ha ha confidato di sperare di spiegarsi bene. Eppure, quando si messaggia col padre, che l’italiano non ha mai imparato, ammette di ricorrere al traduttore di Google. Quello che una volta creò pasticci a un ministero.
Marcell ha avuto una lingua madre ma mai una lingua-padre, perché non ha avuto il padre. Parla solo italiano. Perché è italiano, alla faccia del cognome. E della carnagione, se questa ancora conta qualcosa, nel determinare pregiudizi.

 

Lo ius sportivo

L’augurio è che Jacobs oltre a rompere il muro dei record prima italiano, poi europeo, serva a rompere i muri del pregiudizio e della discriminazione. Giovanni Malagò, presidente del Coni, ha chiesto che “a 18 anni e un minuto” gli atleti divengano italiani a tutti gli effetti. Che sia riconosciuto lo “ius sportivo” per chi in questa terra sia cresciuto nello sport e meriti subito la maglia azzurra. Perché con Jacobs e Tamberi e i loro valori l’atletica diventa atl-etica. E rende più leggera la vita.