Jonis Bascir e il razzismo nel cinema: “Io, un romano mulatto. Mi dissero che non ero adatto a ruoli da italiano”

L'attore di 'Un medico in famiglia' racconta a Luce! le discriminazioni subite per il colore della pelle: "Questi stereotipi mi hanno costretto a vestire i panni di personaggi sempre uguali. Una volta fui rifiutato per la parte di un dottore milanese"

Chi è Jonis Bascir? Se lo chiamiamo per nome è facile scoprire che si tratta proprio di lui: il famoso Jonis divenuto familiare tra gli amanti della serie televisiva Un Medico in Famiglia. In realtà Jonis Bascir, somalo di origini ma nato a Roma, è un uomo dalle attitudini poliedriche: attore, musicista, cantante e infine scrittore per aver pubblicato lo scorso ottobre un suo libro dal titolo emblematico ‘ Il Jazz è Morto? Ipotesi per una nuova musica’. È stato inoltre presidente della squadra di calcio ‘ItalianAttori’ e vicepresidente dell’associazione culturale ‘Under’ finalizzata a promuovere i giovani scrittori. Straordinario il curriculum di studi che attraverso l’approfondimento di recitazione, musica e danza è culminato nella laurea in Scienze Umanistiche con indirizzo Cinema conseguita presso l’università La Sapienza di Roma. Nipote di Haji Bashir Ismail Yusyf, primo presidente della Assemblea Nazionale Somala e personaggio di spicco nel Paese, ha frequentato le elementari durante i quattro anni vissuti in Somalia per poi trasferirsi definitivamente in Italia. Nonostante una carriera di notevole spessore e con esperienze di livello in cinema, teatro e televisione, Jonis si è dovuto confrontare nel suo lavoro con intollerabili atteggiamenti discriminatori dovuti al colore della pelle, al suo aspetto ‘poco italiano’. “Avere a che fare con certi stereotipi precostituiti quando ti dicono che non sei adatto a una determinata parte, come nel caso di quella volta che avrei dovuto vestire i panni di un medico milanese, mi indigna perché è un’abitudine pericolosa che annienta. E a me questo è successo e continua a succedere. Perciò mi capita di fare sempre le stesse cose. Posso assicurarlo: ripetersi nei ruoli fino alla nausea è la cosa più frustrante che possa capitare a qualsiasi attore”. Bascir vive tutto questo con signorile nonchalance pur lasciando trasparire la contenuta irritazione provocata dall’incomprensibile abuso che si fa della sua dignità personale e professionale. Ci mettiamo in viaggio con lui a bordo di un mezzo pubblico, la sua disponibilità è pari al modello di gentilezza quasi fuori moda del proprio stile.

Jonis Bascir, 61 anni nato a Roma, è attore e compositore (Foto di Riccardo Acerbi)

Jonis, che tipo di rapporti mantiene con il suo paese di origine?

“In Somalia ho fatto le scuole elementari. A quel tempo parlavo il somalo con la stessa scioltezza dell’italiano e studiavo come seconda lingua l’arabo. Una volta tornato in Italia ho praticamente dimenticato tutto. A Roma non ho mai avuto occasione se non raramente di intrattenere rapporti con persone di nazionalità somala, ma a quel paese resto molto affezionato anche perché in quella terra ho ancora un numero incredibile di parenti”.

In molti suoi ruoli emerge un preciso impegno sociale. Come attore questo le comporta scelte obbligate?

“Che dire? Intanto è bene sottolineare per essere del tutto sincero quanto questo mio aspetto fisico mi abbia in un certo senso obbligato a interpretare certi ruoli, escludendomi fatalmente da altri in un modo che giudico illogico, visto che sono italiano a tutti gli effetti. Però approfitto senza dubbio delle parti che mi vengono assegnate per raccogliere e fare mio il grido disperato di tanti esclusi, di tutte quelle povere persone costrette ad abbandonare la propria casa e lasciare per sempre il loro Paese nel tentativo di cercare lavoro e nuove speranze. Nelle mie opere cerco spesso di dare voce proprio a chi non ne ha e nella sua disperata frustrazione vorrebbe urlare al mondo intero tutto il suo disagio. Mi è capitato di farlo in modo deciso con il mio monologo ‘ Beige- l’Importanza di essere diverso’, un lavoro teatrale in cui mi accosto al tema dell’emarginazione e del razzismo in tono solo apparentemente divertente. In realtà la problematica trattata è molto seria e profonda tanto da indurre a una riflessione, che da romano mulatto come mi definisco cerco di affrontare usando una buona dose d’ironia e la cifra del paradosso per spiegare l’assurdo”.

Sì è mai dovuto misurare con problemi legati alla discriminazione razziale?

“Devo dire grazie al mio carattere piuttosto conciliante ma anche all’imponenza del mio aspetto fisico se sono riuscito a tenere lontano attacchi e provocazioni, che ovviamente ci sono stati. Non ho mai dato eccessivo ascolto ai pareri altrui sulla questione diversità che a mio avviso non andrebbe più vista come tale ma sarebbe piuttosto auspicabile la normalizzazione del concetto stesso. Nella mia professione mi sono invece sempre imposto di dare poca importanza tutte le volte che mi è stato detto che con la mia faccia non potevo sognarmi di essere adatto a interpretare ruoli da italiano. In ogni caso nella mia vita ho fatto di tutto per non cadere nel trabocchetto delle offese gratuite e saper andare oltre. Proprio in ‘Beige’ cito qualche aneddoto di un amico siciliano lontano dalla sua isola, costretto a emigrare tempo fa in Toscana: storie che si ripetono a fotocopia e che si somigliano tristemente, com’è facile intuire da uno spartito che è sempre lo stesso ed è duro cambiare”.

Jonis Bascir confida a Luce! di aver subito nella sua carriera discriminazioni per il colore della pelle

In ‘Ostaggi’ lei fa la parte del tipico ‘vu cumprà’. Un extracomunitario che ha un ruolo centrale nella storia…

“Sì , il testo tratto da una scrittura di Angelo Longoni e per il cinema affidato alla regia di Eleonora Ivone, è stato rappresentato prima in teatro e poi sulla piattaforma Sky. Nella pièce teatrale il personaggio è siriano, mentre la versione cinematografica lo trasforma in somalo con il nome Ismail. Per la verità nessuno dei due personaggi può essere strettamente identificato come ‘vu cumprà’, attività più diffusa tra marocchini tunisini egiziani e senegalesi, con una spartizione molto rigorosa e precisa degli ambiti di lavoro. In questo caso si tratta di un extracomunitario di grande saggezza e cultura, dotato soprattutto di impareggiabile dignità. Di fronte alla pistola del frustrato e nevrotico borghese che prende in ostaggio assieme a lui un gruppo di persone capitate nel panificio per caso, se la ride perché Ismail è abituato a ben altre violenze: quelle degli assalti dei guerriglieri e delle esplosioni quotidiane di bombe micidiali. Per l’intera durata della storia del film si staglia alta tutta la sua dignità, che è fermezza ed esempio per tutti. La sua è saggezza pratica che esige rispetto quanto i proverbi della sua terra suscitano un’onda empatica nello spettatore, divertendolo e facendolo pensare. ‘Rumore di gentilezza fa eco eterna…mai disturbare coccodrillo prima di attraversare fiume.’ Ismail colpisce al cuore con intelligenza e per questo è un ruolo che ho amato molto”. 

Jonis Bascir venne rifiutato per il ruolo di un medico milanese: “Non ero adatto a vestire quei panni”

Qual è il suo giudizio sull’Italia riguardo all’accoglienza?

“L’ Italia come sempre è altalenante quando si tratta di prendere una posizione qualsiasi e come accade per tantissime cose si divide al cinquanta percento. Probabilmente mentre c’è una fetta della popolazione che ritiene normale affrontare e risolvere la questione dell’accoglienza, d’altra parte molta gente mostra diffidenza, inasprita e alimentata da determinate campagne politiche. Così non smetterà mai di essere convinta che il migrante arrivi per rubare posti di lavoro, quando con tutta evidenza è un individuo che paga le tasse e contribuisce alla pensione di tutti, indistintamente”.

C’è un ruolo che rappresenta il suo segreto sogno di attore?

“Come no! Ho sempre pensato di interpretare un personaggio romano, anche drammatico, purché molto caratterizzato. Uno di quelli che appartengono alla vecchia tradizione romanesca, parlata ‘burina’ compresa. Insomma una tipologia connotata in modo ben deciso, perfino con tutte le prerogative del coatto di borgata: per intendersi una specie di Ninetto Davoli, del resto attore bravissimo”.

Se invece dovesse dirigere un film, a quale ideale si ispirerebbe?

“Io adoro il vecchio cinema impegnato, quello nello stile di Bergman o Fassbinder, però sono anche attratto molto, come ho detto, dalla commedia italiana purché di qualità. Pensandoci bene da un po’ di tempo mi frulla in mente un progetto cinematografico a cui terrei molto e per il quale ho già pronto il titolo: ‘Il Monaco e il Terrorista’. La verità è che queste due figure antitetiche mi intrigano parecchio perché ho scoperto in me quella quota di mistico e devastatore che sospetto alberghi in fondo ma con molta probabilità in ognuno di noi. Ogni tanto questa idea fa capolino e mi spinge con urgenza a dare forma cinematografica a un dilemma psicologico che mi turba e attrae in modo incredibile. Un sogno che diventerà realtà”.