Juana Cecilia Hazana Loayza uccisa dall’uomo che aveva denunciato. L’ennesima vittima di un sistema che non tutela

Una giovane donna peruviana è stata trovata morta in un parco pubblico a Reggio Emilia. Uccisa dall'ex partner, già condannato per stalking ma libero grazie al patteggiamento e alla pena sospesa. Si tratta della quarta donna ammazzata in quattro giorni in Emilia, in tutto il Paese siamo già oltre le 110 vittime. Mercoledì in Senato il convegno della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi

Juana Cecilia Hazana Loayza è stata uccisa, sgozzata in un parco cittadino a Reggio Emilia, dall’ex compagno, Mirko Genco. Una donna peruviana di 34 anni, madre di un bambino di un anno e mezzo, massacrata nella notte tra venerdì e sabato 20 novembre, da un 24enne che non accettava che lei fosse in primis una persona, una ragazza, libera di divertirsi in un pub, libera di uscire, libera di frequentare altre persone.

Il parco dove è stato ritrovato il corpo di Juana Loayza, 34enne, uccisa nella notte tra venerdì 19 e sabato 20 novembre. L’assassino, reo confesso,è Mirko Genco, 24 anni, originario e residente a Parma ANSA

Un femminicidio, l’ennesimo. Il quarto in quattro giorni in Emilia-Romagna. Donne uccise dagli uomini, per motivi legati al genere della vittima. Ecco perché, ‘femminicidio’: una parola entrata ormai a far parte del gergo comune, forse abusata, ma significativa. Non si tratta di ‘semplici’ omicidi, non è un raptus, non è la violenza chiamata da altra violenza o da una lite o da chissà quali motivazioni. Si basa sul fatto che davanti all’assassino c’è una donna, spesso la compagna, la ex, la moglie, la madre dei loro figli.
Uccise in quanto appartenenti al genere femminile, con tutto ciò che questa loro identità comporta, ancora oggi, nella nostra società. Una ogni 3 giorni, 103  tra il primo gennaio e il 7 novembre di quest’anno, su 247 omicidi totali. E 87 donne sono quelle assassinate in ambito familiare/affettivo, di cui 60 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner. Sono alcuni dei dati contenuti nell’ultimo report sugli “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale. Numeri, ma dietro i numeri si sa, ci sono storie, ci sono vite. Spezzate. Come quella della ragazza peruviana a Reggio Emilia.

Il caso di Reggio Emilia

La foto della serata al pub con gli amici che avrebbe spinto Mirko Genco ad andare a Reggio Emilia dove poi ha ucciso Juana Cecilia

Aveva cominciato a frequentarsi con Juana Cecilia sei mesi fa. Poi la relazione era stata interrotta ad agosto, con la denuncia di lei per stalking. Esasperata dal controllo ossessivo che Genco esercitava su di lei lo la 34enne si era rivolta alle autorità, era stata quell’una su 7 (dati tratti dalla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ndr) che aveva denunciato il suo futuro assassino. L’uomo viene arrestato due volte, poi le ultime misure cadono a inizio novembre, quando patteggia a due anni. “Lui sostiene che aveva iniziato di nuovo a frequentarsi con la vittima a inizio novembre, quando era tornato libero – spiega l’avvocata della difesa Alessandra Bonini – e che l’elemento scatenante venerdì sera (19 novembre, ndr), che lo ha fatto mettere in macchina da Parma a Reggio Emilia è stata la foto di lei sui social in un pub. Gli sembrava ubriaca e voleva riportarla a casa, dal suo bimbo”. Così non è andata. Il 24enne parmigiano si trova in carcere a Reggio Emilia, dove ha confessato l’omicidio. Che emerge in tutta la sua efferatezza e nella sua crudeltà dalle sue parole e dai riscontri delle indagini. Non ha negato nulla, anzi è stato lui a raccontare di quella foto, che gli avrebbe fatto scattare l’irrefrenabile impulso di vederla la sera stessa. Nel post sui social si vede la donna sorridente, accanto a dei ragazzi conosciuti quella sera. Un’immagine insopportabile per il compagno, che ha iniziato a chiamarla continuamente, mandandole anche un messaggio vocale in cui le chiedeva di vedersi quella sera stessa. Partito da Parma, l’ha raggiunta in un locale messicano in centro a Reggio, e poi racconta di averla accompagnata a casa a piedi. Il tragitto fino al palazzo dove abita Juana Cecilia e dove c’erano il suo bambino e la madre ad aspettarla, di solito dura non più di un quarto d’ora da quel locale. Nel frattempo i due parlano, come qualsiasi coppia. Ma la ragazza, nel suo appartamento, non ci rientrerà mai. A due passi da casa, in un parchetto, Genco l’ha aggredita, prima tentando di strangolarla poi, lasciandola priva di sensi, le avrebbe preso le chiavi dalla borsetta, sarebbe salito in casa a prendere un coltello, con cui poi l’avrebbe uccisa. Sgozzata, come un animale. Ma c’è di più. Un altro particolare inquietante, se confermato: la Procura di Reggio Emilia ha infatti il sospetto che l’uomo abbia addirittura tentato violentare la trentaquattrenne, prima di ucciderla, e per questo ha disposto l’autopsia sul corpo.

Le denunce e le precedenti aggressioni

Il corpo di Juana Cecilia Hazana Loayza viene portato via dal parco dove la 344enne è stata uccisa

Una tragedia annunciata, l’ennesimo femminicidio. Frasi di rito, per raccontare una piaga che nel nostro Paese provoca ancora troppe morti, troppe vittime. Che spesso non hanno la forza o il coraggio o la capacità di denunciare i loro carnefici. Anche se non è questo il caso, perché già in precedenza, come abbiamo visto, Genco era stato accusato di stalking davanti alle autorità competenti dalla stessa Juana Cecilia. Anche se questo non è bastato a salvarle la vita.
Un amico, ex rugbysta di origini sudamericane come lei, che aveva conosciuto la vittima questa estate, ha raccontato ai giornalisti di Quotidiano Nazionale le ultime ore di vita della peruviana. Conoscendo i trascorsi della coppia, aveva provato a chiamarla quella sera, per capire se stesse bene. Uno scrupolo, un gesto di affetto ma anche di preoccupazione di chi, come ha scoperto la mattina dopo, è stato l’ultimo a vederla in vita e sorridente. Nel fascicolo che i carabinieri hanno in mano sulla morte della giovane, c’è anche questo: la deposizione del ragazzo sudamericano che venerdì era andato a prenderla a casa per portarla in un locale in via Guasco a Reggio Emilia, dove trascorrere una serata tra amici. Poi il gruppo si era spostato, intorno alle 2 del mattino, in un pub lì vicino. Al tavolo Cecilia aveva detto “c’è uno stalker che mi perseguita“, mostrando il cellulare che squillava ossessivamente. Era intervenuto uno dei presenti, un avvocato, che subito le aveva consigliato di bloccare Genco e le aveva proposto di scrivere una denuncia fatta bene, pro bono, per liberarsene grazie al cosiddetto ‘Codice Ross’. Ma la ragazza, di denunce, nei mesi precedenti ne aveva presentate già ben tre. Poi un attimo di distrazione, l’amico va in bagno e quando torna lei non c’è più.
Così, anche lui, sì è attaccato al telefono, per provare a contattarla. Al terzo tentativo finalmente l’amica ha risposto: “Sto bene, tranquillo. Sto tornando a casa”. Poche parole, rassicuranti. Mai avrebbero potuto far pensare a ciò che realmente stava accadendo.
L’assassino, comunque, non era nuovo a questo tipo di accuse, né a vicende simili. Addirittura nei primi mesi di frequentazione con la peruviana ne aveva aggredito la madre, arrivata da pochi mesi in Italia, mentre questa teneva il nipotino in braccio. Entrambi erano caduti e anche questo era stato uno dei motivi che aveva spinto Cecilia a denunciarlo, ad agosto scorso. Ma il legame dell’uomo coi femminicidi risale ad anni prima, al 2015 per l’esattezza. Aveva 19 anni quando sua madre, Alessia Della Pia, era stata uccisa a 39 anni. Del delitto era stato accusato l’ex convivente tunisino Mohammed Jella, latitante un anno e mezzo prima di essere arrestato in Tunisia. Mentre nel 2020 un’altra ex compagna di Genco, costretta da questi a chiudere ogni relazione esterna, lo aveva a sua volta denunciato, prima di trovare rifugio in una struttura protetta.

Un momento del corteo in ricordo di Juana Cecilia Hazana Loayza, la 34enne trovata sgozzata ieri mattina in un parco a Reggio Emilia, 21 novembre 2021. ANSA/STEFANO ROSSI

“Ammazzata due volte, dalla legge e da quell’orco”, ha detto un’amica della vittima al TgR Rai Emilia-Romagna. Non ci stanno, gli amici e tutte le persone più vicine alla 34enne, ad accettare che Juana Cecilia sia stata uccisa così ‘facilmente’. E centinaia di cittadini, per questo, sono scese in strada l’indomani della tragedia, in un sit-in silenzioso, per protestare contro il meccanismo di legge che ha permesso, legittimamente, a Genco di essere libero. Il patteggiamento a due anni, per il tipo di reati contenuti nel ‘Codice rosso’, prevede che la pena sospesa “possa essere concessa ma subordinata a percorsi di riabilitazione. Un gran bel nome, ma è qualche cosa, e qui ne è la palese dimostrazione, che non funziona”, ha detto all’Ansa la legale Bonini. Quel patteggiamento, quella pena sospesa, quella libertà, in fondo, che il 24enne parmigiano aveva ottenuto, prevede in effetti che l’autore di stalking e molestie segua dei percorsi di riabilitazione e colloqui con psicoterapeuti, che possano aiutarlo a liberarsi da quelle forme di comportamento vessatorie. “Ho contattato il centro ‘Liberiamoci dalla violenza’ dell’Usl di Parma – spiega ancora l’avvocata – che accettava solo persone che, in modo volontario, li avessero contattati. Genco non aveva molta scelta e li ha chiamati”. Un primo colloquio appena libero e poi “mi ha detto di averne avuto un altro il 16 novembre”. Tre giorni prima del delitto. Un percorso di riabilitazione simile “è giusto”, “il giudice ha applicato la legge, l’avvocato fa il suo mestiere”, ma in questo caso “non ha funzionato”, conclude amara Bonini.
Un percorso legale che ha portato alla morte di una donna, l’ennesima. Una donna coraggiosa, che aveva avuto la forza di denunciare il suo aggressore, che aveva fatto tutto quello in suo potere per salvarsi la vita. Ma che comunque è stata ammazzata. No, in effetti il meccanismo non ha funzionato. E allora è necessario chiedersi perché e intervenire. Prima che la stessa cosa porti ad altre morti.

Il Convegno “Donne uccise dagli uomini: i numeri di una strage”

Il 25 novembre, ogni anno, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nata per volere dell’ONU nel 1999 e celebrata ogni anno per ricordare a tutti che la violenza di genere è purtroppo ancora una realtà diffusa da combattere, e che la strada da percorrere è ancora lunga. La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere ha organizzato, proprio in occasione di questo appuntamento, il convegno dal titolo “Donne uccise dagli uomini: i numeri di una strage. Dove sbagliamo?”. Nel corso dell’iniziativa, che si terrà al Senato mercoledì 24 novembre alle ore 16.00 (Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva) sarà presentata l’inchiesta della Commissione sulla “Risposta giudiziaria ai femminicidi in Italia negli anni 2017-2018”. Ad aprire i lavori sarà la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e alla conferenza, suddivisa in due tavole rotonde, parteciperanno tante donne impegnate ogni giorno, in vari settori, a combattere questa piaga della società. Tra queste la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio; Maria Rizzotti, vicepresidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio; Rik Daems, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa; Helena Dalli, commissaria europea per l’uguaglianza (videomessaggio); Cinzia Leone, vicepresidente della Commissione di inchiesta sul femminicidio; Paola Di Nicola Travaglini, magistrata; Fabio Roia, magistrato; Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale Istat. Inoltra interverranno la ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, quella della Giustizia, Marta Cartabia e Luciana Lamorgese, ministra dell’Interno.