La 28enne bolognese Virginia Stagni guida la rivoluzione del Financial Times per traghettare l’editoria nel futuro

È nata e cresciuta tra i giornali: da quelli che portavano a casa i genitori, entrambi dipendenti di un'agenzia di stampa, al quotidiano inglese dove è entrata ancora giovanissima. Un libro già pubblicato, il progetto il progetto Financial Times (FT)Talent Challenge e il sogno della laurea in Filosofia per costruirsi una strada verso il futuro

S’ispira al mondo dell’umanesimo e degli autori classici per tracciare le strade future dell’editoria. Virginia Stagni è la più giovane business development manager in oltre 130 di anni di storia del quotidiano inglese Financial Times ed ha appena compiuto 28 anni (l’avevamo intervistata qualche mese fa, leggi qui). Bolognese doc, già al liceo leggeva decine di quotidiani prima di entrare in classe: più che figlia d’arte, infatti, potremmo definirla figlia dell’inchiostro e della carta stampata. Il giornale, a casa sua, è infatti una tradizione di famiglia: i suoi genitori lavoravano per una piccola agenzia stampa e Virginia per anni ha seguito il flusso delle notizie all’alba con loro: “Papà caricava la macchina di giornali alle cinque di mattina e li portava a casa per scrivere i comunicati e passare in rassegna tutte le notizie”, racconta. Già nella lista Forbes Under 30 e Fortune under 40, la giovane bolognese ha varcato le soglie del mentre terminava il master alla London School of Economics. Le sue idee e la sua intraprendenza, intrise di cultura umanistica, hanno fatto segno e così la testata le ha dato la possibilità di metterle in pratica, inventando nuovi modelli di sviluppo nel settore dell’editoria, in crisi da anni. Per Virginia il futuro delle notizie è di fronte a un aut aut: “I dati sono il maggior catalizzatore del cambiamento ma bisogna saperli leggere – spiega -. Il peccato originale è stato offrire tutti i contenuti gratis, bisogna cambiare il modello puntare sull’autorevolezza dell’informazione. Se vuoi il giornalismo di qualità, lo paghi”.
Tra le sue idee, il progetto Financial Times (FT)Talent Challenge, un incubatore dove gli studenti di tutto il mondo cercano soluzioni e nuovi progetti per il mondo dei media. Alla fine, spiega, “è la storia del mio percorso. Ho scritto una mail a Jon Slade, chief financial officer del Financial Times e ho avuto la fortuna che mi rispondesse. Molti non avrebbero osato, io l’ho fatto: per questo voglio che questa sia una porta aperta”. Il suo primo libro, “Dreamers who do: intrapreneurship and innovation in the media world (Egea)”, presentato il 21 ottobre alla Bocconi di Milano, si apre con l’allegoria della caverna di Platone, come metafora delle fake news. Un saggio, per ora solo in inglese, che guida i lettori tra i businessman del passato, da Vitruvio a Steve Jobs, e che inquadra l’analisi del futuro dell’editoria con le teorie del Caos e della Rete. “Le aziende editoriali hanno bisogno di firme ma anche di intrapreneurs, innovatori attenti, curiosi e irriverenti, manager umanisti che lavorino non solo sui conti ma sui valori e sviluppino caratteristiche come l’empatia e l’adattabilità”. Per Virginia infatti, il futuro del giornalismo -come si legge dalla presentazione del suo libro- “ora più che mai deve trasformarsi in un’entità affidabile e sensata, rappresentativa della nostra società“. Laureata all’università Bocconi di Milano in Economia Management per Arte, Cultura e Spettacolo, adesso però sogna di prendersi una pausa e laurearsi in Filosofia: “Tutte le intuizioni dei pensatori sono una miniera, in quei libri si trovano tante risposte”. Tra cui quella di Annibale, che riporta nel suo libro e che continua ad affascinarla: “Troverò una strada. Oppure ne costruirò una”.