La body positivity nasce negli anni Sessanta come questione femminista e ancora oggi dice che ogni corpo è valido

"Nata dalla seconda ondata femminista, non si è mai rivolta al singolo dandogli la responsabilità di amarsi, come accade ora con il self-love, ma era un movimento politico e sociale per l'accettazione di tutti i corpi" dicono dal 2008 @Belledifaccia. Mentre in edicola spunta Dàme, la rivista che rappresenta i corpi femminili e delle persone Lgbtq+ in maniera più inclusiva

La body positivity è ovunque, ma la conosciamo davvero? La Treccani registra il neologismo l’anno scorso in un articolo di D repubblica datato 31 marzo 2020. Tanti lo ritengono un fenomeno nato tra il 2008 e il 2010, al massimo 12 anni fa, ma sbagliano perché – come spiega l’attivista esperta di body positivity  Mara Mibelli di @Belledifaccia – la sua storia prende la rincorsa dagli anni Sessanta. “La body positive deriva dal movimento della Fat acceptance che nasce nel 1967, quando la donna rotonda ha iniziato a rappresentare il modello della madre, dell’angelo del focolare, della vittima del patriarcato per eccellenza in opposizione alla donna indipendente, che era invece rappresentata snella”. Ed è per questo che: “Fat is a feminist issue”: il grasso è una questione femminista”.

“La body positive è una questione femminista”

È negli anni Novanta che nasce il Body positive movement. Fondato da Connie Sobczak and Elizabeth Scott (in foto), si occupava di sensibilizzare riguardo ai disturbi del comportamento alimentare. Anche perché la sorella di Connie Sobczak morì di un disturbo alimentare. “Dopo gli anni Novanta arriviamo al concetto che ogni corpo è valido, che devi rispettare il tuo corpo a prescindere dagli standard di bellezza. E non è valido solo ogni corpo grasso, ma è valido anche ogni corpo che metta in discussione gli standard etero patriarcali, i ruoli di genere, la norma“. Arriviamo così al Duemila, quando la body positivity diventa mainstream. “Nel 2004 – spiega sempre Mara di @Belledifaccia – la Dove è il primo brand che si appropria della body positivity, e così nasce la narrativa dell’ amati con le tue imperfezioni”. Un cambiamento cruciale perché “da essere individuato come stigma sociale, la body positivity si rivolge all’individuo dicendogli amati, prenditi cura del tuo corpo, in qualche caso provando a vendere, a speculare, attraverso lo strumento del self-love”. 

 

“Body positivity è non giudicare i corpi degli altri”

“La body positivity è un inno alla libertà. Nel caso dell’abbigliamento significa mettersi quello che ti fa sentire te stessa, senza fartelo dire da nessuno: youtuber, influencer, passerelle eccetera. Ognuno ha il suo stile e può mettersi quello che vuole – dalle pancere agli short agli abiti vintage ai look da maschiaccio ai vestiti attillati – l’importante è che il vostro modo di vestire non sia condizionato da persone che pensano che essere voi non sia inaccettabile, non vada bene“. Chiara Meloni e Mara Mibelli nel 2008 hanno fondato Belle di Faccia, che – prima come account Instagram che ora conta oltre 67mila follower, poi come pagina e community Facebook – è nato con lo scopo di sensibilizzare sulle tematiche della body positivity e della fat acceptance, nel tentativo di andare oltre gli slogan su self-love e autostima che la versione mainstream del movimento in Italia proponeva. “La body positivity, nata dalla seconda ondata femminista, non è mai stata rivolta al singolo dandogli la responsabilità di amarsi, ma era un movimento politico e sociale per l’accettazione di tutti i corpi”. Nelle loro story Belle di faccia fanno ordine: “Non giudiciamo e non consideriamo traditori le persone che dimagriscono, che si sottongonpono a interventi di bypass gastrico, è una questione personale e queste persone hanno tutta la nostra empatia”. Per loro “l’unico traditore della causa è una persona che cavalca la body positivity ma da un giorno all’altro vuole vendermi cose per dimagrire, tisane, prodotti. Body positive è non giudicare il corpo degli altri: ognuno fa quello che vuole con il suo corpo. E va bene se come icona di stile ho Jumbolo o Kim Kardashian“.

Rappresentare il corpo femminile in maniera inclusiva

Per portare sulla carta stampata una rappresentazione del femminile più inclusiva, che comprenda anche la comunita Lgbtq+, in Italia l’11 dicembre è nata Dàme, rivista indipendente e femminista che mira a stimolare un dibattito sull’autoconsapevolezza, la normalizzazione e l’accettazione di sé partendo proprio dal corpo delle donne. Distribuita da Frabs Publishing e fondata da Sara Augugliaro, la rivista in ogni numero affronterà una singola parte del corpo. Prima protagonista è la pancia, il “luogo” in cui si sentono le emozioni, simbolo di accoglienza, metafora di fertilità, ma anche motivo di “vergogna” per tante donne che non rispondono ai canoni estetici imperanti. Nelle pagine del primo numero, il focus è dunque sulla diversità delle pance, da quelle morbide a quelle scolpite, ma non solo: ampio spazio è infatti riservato ad approfondimenti e interviste a donne comuni, designers ad artisti, che riflettono su tematiche come la grassofobia, l’endometriosi, la fluidità di genere e la gravidanza. “Noi donne viviamo sotto la costante pressione di essere e apparire in un certo modo per essere accettate e apprezzate; continuamente insoddisfatte del nostro aspetto fisico e desiderose di raggiungere quell’aspettativa irrealistica di essere perfette“, afferma Sara Augugliaro, motivando la scelta di dedicare il primo numero alla pancia perché “negli anni ci sono stati studi che ricostruivano i significati sociali e culturali legati a parti del corpo come il seno femminile e la vagina, ma finora nessuno si è concentrato sulla pancia perché non è mai stata presente nell’immaginario collettivo, se non come utero. Perciò, si è voluto esplorare questa parte del corpo altrettanto densa di rimandi. Inoltre, una nostra ricerca interna ha dimostrato che l’89% degli intervistati si vergogna della propria pancia e indovinate un pò? È la parte del corpo che più odiano”.