La denuncia delle mamme atlete: “Anche ai Giochi vogliamo poter allattare”. Ma niente bambini al Villaggio Olimpico

L'appello delle sportive come Ona Carbonell e Kim Gaucher è stato accolto solo parzialmente dal Cio: i neonati potranno volare con loro in Giappone ma dovranno restare in strutture private separate dagli alloggi degli sportivi

La cestista canadese Kim Gaucher è tra le atlete che ha lanciato l’appello per poter avere sua figlia Sophie con sé nel villaggio olimpico, per poterla allattare

Allattare al seno il proprio bambino è un diritto, oltre a essere un gesto tra i più belli e naturali che esistano. Eppure, in una società sessualizzata come la nostra, farlo in pubblico rimane ancora tabù, che in alcuni scatena un’indignazione tanto silenziosa quanto tangibile. La cestista canadese, Kim Gaucher, che parteciperà alle Olimpiadi 2021 a Tokyo, ne sa qualcosa. Ha infatti dovuto protestare per poter portare con sé, durante la sua permanenza di più di tre settimane nella capitale del Giappone, la sua bambina di tre mesi, Sophie. Stessa sorte per la nuotatrice olimpica, Ona Carbonell, due medaglie olimpiche nel nuoto sincronizzato, che ha denunciato su Instagram di essersi trovata a un bivio: o continuare ad allattare il suo bambino Kai o partecipare ai Giochi Olimpici.

“Quando ho partorito Kai e ho visto che mi stavo riprendendo, la prima cosa che ho chiesto è se potevo portarlo con me perché lo stavo allattando e mi hanno detto di no“, ha spiegato la campionessa e capitana della nazionale spagnola in un video in cui appare mentre lo allatta. A causa delle norme anti-Covid, quest’anno, le famiglie degli atleti non potranno infatti partecipare ai Giochi Olimpici, anche se, dopo le critiche arrivate da alcune atlete-mamme, il Comitato Olimpico Internazionale ha fatto un’eccezione per i bambini più piccoli, per cui essere vicini alle mamme è indispensabile. Ma i neonati non possono soggiornare nel Villaggio Olimpico e devono essere ospitati in strutture private, come gli hotel.

 

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“Kai e suo padre sarebbero dovuti rimanere chiusi in una stanza d’albergo, fuori dal Villaggio Olimpico. Per venti giorni non avrebbero potuto lasciare la loro camera e ogni volta avrei dovuto mettere a rischio la salute della mia squadra per andare ad allattare mio figlio. Ho dovuto prendere la decisione di non portarlo con me“, continua la campionessa. “Per queste settimane userò il tiralatte. Spero solo che al mio ritorno avrò ancora latte, che Kai vorrà ancora essere allattato e che il mio video possa servire a normalizzare qualcosa che dovrebbe essere normale per le prossime Olimpiadi e per altre future competizioni”, conclude l’atleta, chiedendo alle colleghe nella sua stessa situazione di alzare la voce.

Per quanto sia il gesto più naturale che possa esistere, per tante donne allattare al seno è ancora inconciliabile con la vita lavorativa. Basti pensare che solo a marzo di quest’anno il Parlamento italiano ha allestito una stanza dove le deputate possono allattare i loro bambini. A sollevare la questione, nell’estate 2019, fu la pentastellata Paola Carinelli, neomamma che aveva chiesto di poter allattare durante le sedute in Aula. Nel 2019 a respingere la proposta fu Giorgio Trizzino, compagno di partito di Carinelli e pediatra, definendo il clima dell’aula “insalubre” per l’allattamento. Ma, a quasi due anni di distanza dalla mozione, Montecitorio inaugura una stanza che permette alle parlamentari di allattare con più comodità, anche se – come hanno lamentato le deputate – “mancano ancora i pulsanti per il voto”. “Siamo ben consapevoli che c’è una pandemia in atto – ha dichiarato a marzo Carinelli – ma chiedo al presidente della Camera Roberto Fico di accelerare su questa pratica: è passato tanto tempo ormai, basta qualche firma o poco più per questo sacrosanto pulsante”.
Per la verità, a Montecitorio, una Sala delle donne esisteva già dal 2016, ma si trattava di un ambiente decisamente poco pratico, voluto ai tempi della presidenza alla Camera di Laura Boldrini.

L’importanza di allattare ogni volta che il bambino ha la necessità di mangiare è stata sottolineata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità, che suggerisce di farlo, se possibile, per i primi 6 mesi di vita del neonato. Viene quindi da domandarsi perché le donne che decidano di farlo in pubblico debbano ancora subire discriminazioni, giudizi o occhiatacce. Ma, strano a dirlo, anche su un social network come Instagram spesso le foto di donne che allattano al senoi propri bambini vengono censurate perché l’algoritmo riconosce il gesto come sessuale e osceno, senza vederlo per quello che è: un’azione naturale nella vita di una donna. Un diritto di ogni bambino, tutelato – fra gli altri – dalla Convenzione dei Diritti del Bambino.