La disabilità è possibilità: un viaggio fotografico in India a caccia di storie per sfatare tabù e stereotipi

Nel Paese, secondo un censimento, circa il 2% della popolazione sarebbe disabile. Una percentuale molto più bassa rispetto a una media mondiale vicina al 15%. Stereotipi, pregiudizi e tabù, nonché la credenza che le persone disabili siano "maledette" o vittime del karma, condizionano molto la comunicazione, anche in famiglia, delle proprie difficoltà

Quando non lavora nella fattoria o non realizza oggetti di juta, Gobinda Majumdar ama camminare fino a una bancarella di tè vicino alla sua casa, in Assam, per comprare dolci per le sue nipoti. Tutto questo lo spiega con la firma tattile, l’unico mezzo di comunicazione per il 37enne, che non può parlare, non sente né vede. Nato sordo, Majumdar è diventato anche cieco all’età di due anni, dopo aver contratto la rosolia. La vita lo ha messo davanti a sfide importanti, ma nonostante tutto spera di trovare una moglie. “Mio fratello minore è sposato, quindi perché non io?” ha detto al fotografo Vicky Roy, che lo ha incontrato nel distretto di Kamrup come parte di un progetto per condividere storie di persone con disabilità nell’India rurale.

Il progetto “Everyone is Good at Something”

Sohkhotinlen Haokip, 31 anni, ha la sindrome di Down e ama stare con la gente. Ph: Vicky Roy

“Mi propongo di mettere in evidenza le persone comuni con disabilità, in modo che le loro storie, le loro personalità, colpiscano le corde di altri disabili e creino consapevolezza tra il pubblico in generale – spiega Roy -. Ho degli obiettivi chiari: concentrarmi sulla persona, non sulla disabilità; mostrare queste persone non come oggetti di pietà ma come esseri umani comuni, ‘normali’, che inseguono i loro semplici sogni; e assicurarmi che ci sia un mix paritario di soggetti maschili e femminili”.

Un viaggio di sei mesi in lungo e in largo attraverso il Paese – Covid permettendo – in cui l’artista ha immortalato nei suoi scatti le persone affette dalle 21 disabilità ufficialmente riconosciute in India. E attraverso il progetto “Everyone is Good at Something (EGS)” sta pubblicando un flusso costante di storie per sfidare lo stigma diffuso e i tabù radicati nella società. “Speriamo che queste immagini aprano la discussione sulla disabilità e, magari, influenzino anche la politica”, dice Vicky. “Il vero cambiamento richiede tempo e noi continueremo per tutto il tempo necessario” afferma VR Ferose, fondatore della India Inclusion Foundation, che ha lanciato EGS insieme a Roy, con l’obiettivo di pubblicare 15.000 storie da ogni stato del Paese.

Disabilità e tabù

La legge in India è molto progressiva in termini di protezione dei diritti delle persone con disabilità. Il problema è che la maggior parte della gente non lo sa” aggiunge Ferose, ingegnere che lavora in California e ha iniziato ad occuparsi dei diritti dei disabili dopo che suo figlio è nato con una forma di autismo 12 anni fa. “Sappiamo che in questo Paese la gente non ne parla perché c’è una sorta di tabù. Una ragione può essere la nozione di ‘karma’: le persone pensano che qualcuno abbia una disabilità perché ha fatto qualcosa di male in passato”, dice. “Io e Roy allora ci siamo chiesti: come possiamo cambiare questa narrativa? Così abbiamo deciso di fare una specie di Humans of New York (un fotoblog di ritratti di strada e interviste), ma con persone disabili in tutta l’India”.

Un censimento indiano ha registrato circa il 2% della popolazione come disabile, rispetto a una media mondiale vicina al 15%. Il che suggerisce che molte persone non parlano di disabilità nemmeno in famiglia, suggerisce l’ingegnere.

Vittime ‘rinate’: “Non nascondiamoci”

Ashe Kiba ha subito per anni lo scherno di chi pensava fosse maledetta perché le sue mani erano diverse. Ph. Vicky Roy

Nel 2015 le vittime di attacchi con l’acido sono state aggiunte alla lista delle persone disabili, così Roy è andato ad Agra, nell’Uttar Pradesh, per incontrare cinque donne che aiutano a gestire lo Sheroes Hangout, un caffè e una comunità per i sopravvissuti a simili violenze. Il locale è stato9 istituito grazie alla Fondazione Chhanv. Qui ha incontrato Roopa. Ora ha 27 anni, ma ne aveva appena 14 anni quando la sua matrigna le versò dell’acido sul viso. Oggi si occupa della contabilità e disegna per la boutique di Sheroes. Come lei le altre vittime posano davanti all’obiettivo del fotografo mostrando finalmente le proprie cicatrici e sono bellissime nella loro spontaneità e naturalezza.

Lo stesso Roy dice di cercare deliberatamente storie che hanno ricevuto poca copertura mediatica, per cercare di fornire una nuova visione di un ‘problema’ finora celato. Al progetto però partecipano anche alcuni importanti attivisti. Dopo che la sua gamba è stata amputata, a seguito di un attacco bomba nella guerra di Kargil, il maggiore Devender Pal Singh di Chandigarh ha iniziato a correre mezze maratone. Conosciuto come il “primo blade-runner” dell’India, intervista ex soldati che hanno affrontato e superato sfide simili alla sua sul suo canale YouTube, “Never Say Die”. Inoltre ha fondato “The Challenging Ones”, un’organizzazione che ha incoraggiato più di 1.400 persone che hanno subito amputazioni a praticare sport.

Ad Akuluto, in Nagaland, Ashe Kiba ricorda la crudeltà dei vicini che credevano fosse “maledetta” perché era nata con meno dita e più corte. Per anni è stata costretta a nascondere le sue mani e a saltare la scuola a causa delle prese in giro. Voleva abbandonarla, ma la madre l’ha incoraggiata a proseguire e alla fine si è laureata in letteratura inglese e ha iniziato a parlare per il Nagaland State Disability Forum (NSDF), di cui ora è il segretario generale. E lancia il suo messaggio a tutte le persone con disabilità: “Siate forti e senza paura. Dobbiamo accettare la nostra unicità. Non nascondiamoci“.

Tante storie, tanti punti di vista

 

Nincy Mariam Mondly si stava allenando come paramedico quando una caduta le ha ferito il midollo spinale. Ph. Vicky Roy

Poi ci sono Amer Hussain Lone, che ha perso entrambe le braccia a 8 anni, ed è il capitano della squadra di para-cricket del Jammu e Kashmir; Sisila Das, Simi Kalita, e Runu Medhi, che hanno avuto a che fare, rispettivamente, con la poliomielite, la nascita prematura e la paralisi cerebrale; Tiffany Brar, 30 anni, che gestisce un centro di formazione per non vedenti e grida fiera: “La disabilità è una possibilità”. E ancora Nincy Mariam Mondly, che si stava allenando come paramedico quando una caduta le ha ferito il midollo spinale, Tariq Ahmad Mir, una pluripremiata ricamatrice nata con la distrofia muscolare e Sohkhotinlen Haokip, 31 anni, con la sindrome di Down.

Ogni storia, su EGS comprende cinque immagini, con i soggetti “fotografati a casa, nel loro “regno” – dice Roy – con le loro famiglie”. “La società ignora le persone con disabilità o le tratta come esseri umani inferiori. Non dà loro la possibilità di rivelare i loro punti di vista stimolanti, le loro diverse abilità e persino il loro senso dell’umorismo”, sottolinea il fotografo, che annuncia di voler reclutare altri volontari per aiutare nel progetto. “Quando arriviamo nelle case delle persone, sono molto accoglienti – conclude – Dicono che sono felici di vederci perché finalmente ricevono un po’ di rispetto“.