La due diligence per rendere le imprese responsabili del loro impatto su persone e Pianeta

La proposta di una direttiva da parte della Commissione europea era attesa da tempo da parte di associazioni, ong e sindacati. Ma i portavoci di Impresa 2030 denunciano: "Troppe criticità ancora presenti"
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Sono 16 milioni le persone sottoposte a forme moderne di schiavitù lungo le filiere produttive globali; 287 gli attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente e dei popoli indigeni uccisi nel solo 2020; le prime 20 compagnie energetiche del mondo hanno emesso da sole il 35% dei gas climalteranti dal 1965 ad oggi. Quelli appena elencati sono alcuni dei macrodati che illustrano in maniera evidente come l’impatto delle attività economiche, se non incanalato lungo i binari del rispetto dei diritti umani, sociali ed ambientali, possa determinare fenomeni devastanti per l’uomo e per la natura.

L’impatto delle attività economiche deve essere incanalato nei binari del rispetto per i diritti umani e della sostenibilità ambientale

La direttiva Ue sulla Due Diligence

È per questo che il tema della responsabilità e della sostenibilità sta diventando sempre più importante anche nel campo dell’amministrazione aziendale. Non è dunque banale che il 23 febbraio scorso la Commissione europea abbia presentato una proposta di direttiva sulla Due Diligence, ovvero il dovere di diligenza e di assunzione di responsabilità, da parte delle imprese, in materia di diritti umani e ambiente. La proposta, attesa e posticipata da giugno 2021 fino a oggi, sarà adesso oggetto di negoziazione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio. La direttiva, che era attesa da tempo da parte di associazioni, ong e sindacati, ha come scopo quello di rendere le aziende legalmente responsabili del loro impatto sulle persone e sul Pianeta, imponendo obblighi di verifica e prevenzione delle conseguenze negative derivanti dalle loro attività su lavoratori, consumatori, comunità vulnerabili ed ecosistemi.

Giosuè De Salvo, Impresa 2030

Giosuè di Salvo, attivista e co portavoce di Impresa 2030

“Le imprese multinazionali si trovano oggi ad operare in tutto il mondo in un contesto di sostanziale impunità” dichiara Giosuè De Salvo, co-portavoce della campagna Impresa 2030, nata alcuni mesi fa per coordinare dieci organizzazioni della società civile italiana da tempo attive su questi temi. “Molte corporation – prosegue De Salvo – sono coinvolte in devastazioni ambientali, violazioni sistematiche dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, espulsioni di popoli indigeni e sfruttamento del lavoro minorile”.

Le criticità

Nonostante la buona notizia, le perplessità non mancano. “Nella direttiva ci sono diverse criticità evidenti – aggiunge -, ad esempio si prevede che solo le grandi imprese (quelle cioè con fatturato superiore a 150 milioni di euro e più di 500 dipendenti) siano considerate legalmente responsabili delle violazioni generate direttamente o indirettamente dalle loro attività”. Considerato che la stragrande maggioranza delle imprese europee sono piccole e medie, incluse quelle dei settori considerati ad alto rischio il rischio, conclude De Salvo, è quello di “perdere l’occasione storica di utilizzare la due diligence come leva strategica per modificare la cultura aziendale. Una cultura che ha sempre anteposto, e tuttora antepone, il profitto al rispetto dei diritti fondamentali e della natura”.

Martina Rogato, Impresa 2030

Per Martina Rogato, co-portavoce di Impresa 2030, “La proposta lascia ampi margini per essere aggirata. Le grandi imprese, per esempio, potrebbero aggiungere nuove clausole di condotta nei contratti con i partner fornitori minori. E, così facendo, liberarsi dall’obbligo di vigilanza trasferendolo a questi ultimi”. Altro elemento critico il fatto che, sebbene si preveda l’introduzione della responsabilità civile per la mancata osservanza degli obblighi di due diligence, il testo, però, non tiene conto di una serie di ostacoli nell’accesso alla giustizia da parte delle vittime. E che negano il diritto a un equo processo.

“Non c’è alcun rimedio a una serie di fattori che spesso negano alle vittime di avere un equo processo“, puntualizza ancora De Salvo. Portando come esempi il costo elevato delle spese legali, i termini di denuncia troppo brevi, un onere della prova sproporzionato rispetto alla forza delle controparti. “Se non si rende più facile per le vittime citare le imprese in giudizio, è improbabile che faccia la differenza – sottolinea Rogato -. Questa mancanza di responsabilità sostanziale rischia di perpetuare i problemi che la direttiva vorrebbe affrontare”.