La parità salariale è finalmente legge: un “miracolo” del Parlamento. Obbligo di rendiconto, bollino blu e sgravi per le aziende virtuose

Tanti i ‘padri’ che nel mondo politico ora se ne arrogano la paternità. Ma c'è una sola ‘madre’ legittiimata: la deputata Pd Chiara Gribaudo. L'approvazione senza nessun voto contrario e neppure un'astensione rappresenta quasi un inedito per il Parlamento italiano

La parità salariale è legge. A volte, i ‘miracoli in Parlamento accadono. Una delle più stridenti sperequazioni fra generi in campo nazionalee alla quale Luce! ha dedicato un’ampia inchiesta di Sofia Francioni  (leggi l’articolo) e una lunga battaglia viene finalmente e  teoricamente soppressa con una legge.

 

La legge sulla parità salariale (vedremo dopo, meglio di cosa tratta esattamente) è diventata legge, a partire da ieri, 26 ottobre, con il voto definitivo del Senato. Ora manca solo la firma del Capo dello Stato e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Entro 15 giorni, al massimo, diventerà operativa, sarà cioè legge dello Stato.

Per gli uomini si amplia la strada verso retribuzioni più elevate. Per le donne lo stesso percorso, meno gratificante, tende a restringersi

Due sole letture – rapide e indolori – e, al Senato, neppure lo scoglio del passaggio in Aula, ma solo quello della commissione Lavoro di palazzo Madama, in sede ‘deliberante’ (relatrice la senatrice Valeria Fedeli, del Pd, ex leader dei tessili Cgil, presidente la senatrice Susy Martusciano, M5s), che aveva chiesto e che ha ottenuto l’assenso da parte di tutti i gruppi parlamentari a non presentare emendamenti.

Il voto del Senato arriva in tempi record, a ruota stretta del voto che si è tenuto a Montecitorio, dove era stata l’Aula a votare, il 13 ottobre.

Il che può avvenire, appunto, solo quando si verifica il pieno, totale, accordo di tutti i gruppi parlamentari. Il che di solito, però, non avviene mai, non certo in un Parlamento litigioso e malmostoso come questo. Figurarsi in Senato, dove ieri, per dire, è appena stato affossato, con il voto segreto, il ddl Zan. Insomma, trattasi di ‘miracolo’ parlamentare. Ma di chi è ‘figlia’ la legge sulla parità salariale? E quali i suoi ‘padri’?

 

Padri putativi della legge molti, ‘madre’ e ‘madrina’ una sola: la dem Chiara Gribaudo

 

Potrebbe, e dovrebbe, chiamarsi “legge Gribaudo”, la legge sulla parità salariale, dal cognome della giovane deputata piemontese del Pd, Chiara Gribaudo, che l’ha voluta sin dal primo giorno di legislatura. L’ha costruita passo dopo passo, giorno dopo giorno, tra rimpalli infiniti in commissione-Aula-commissione-Aula, ha passato anni e anni di sedute a convincere tutti, a superare resistenze e perplessità, dubbi e cacadubbi. Infine, ha ottenuto l’unanimità di tutti i gruppi parlamentari, anche i più lontani dal suo Pd (Lega, Fratelli d’Italia, FI, etc.) e, alla fine, l’ha avuta vinta e, ieri, l’ha portata a casa.

 

Ma lei si schernisce, non ci tiene, alla ‘paternità’, e a Luce! dice: “non importa, l’importante era votarla e farla passare, ora è legge, avanti così”. Tipa tosta, la Gribaudo, responsabile Giovani nella segreteria di Letta, area Giovani turchi: secchiona, preparata, seria, ma pure una bella ed elegante ragazza (sempre si possa dire, in tempi di politically correct e di cat calling….).

Chiara Gribaudo e il ministro del lavoro Orlando

 

La si potrebbe chiamare, anche, certo, “una legge del Pd”, il partito che, oggi, la rivendica, con tutti i suoi esponenti, dai capigruppo di Camera (Serracchiani) e Senato (Malpezzi) al segretario (Letta) fino ai vari ministri interessati (Orlando). Oppure, la si potrebbe chiamare la prima legge del ‘nuovo’ Ulivo o del ‘nuovo’ centrosinistra, o ex alleanza ‘giallorossa’, dato che pure da LeU e pure da Iv la rivendicano come una legge ‘loro’: esponenti di sinistra come renziani, tutti esultano.

Invece, i 5Stelle – da Beppe Grillo (“Un risultato di grande importanza e di civiltà per il nostro Paese, a cui il Movimento 5 Stelle, che già alla Camera aveva lavorato con tenacia al provvedimento, sin dal 2018 quando Tiziana Cipriani portò la proposta di legge in Parlamento ha dato un contributo fondamentale”) a Giuseppe Conte (“La proposta di legge sulla parità salariale è stata definitivamente approvata in Senato. Grazie all’impegno e all’accelerazione imposta dal Movimento 5 Stelle il nostro Paese si dota di uno scudo contro le discriminazioni tra uomo e donna nei luoghi di lavoro”), scendendo giù pe’ li rami, fino all’ultimo dei loro parlamentari, figurarsi i capogruppo M5s – la chiamano, sic et simpliciter, senza fare un plissé, davanti alla Verità della Storia, come a loro capita, “la nostra legge”. Come se l’avessero scritta, voluta e pensata loro, soli soletti. Come se fosse solo un ‘pezzo’ delle loro politiche sociali: dopo il reddito di cittadinanza, oplà, ecco la parità salariale e, presto, pure il salario minimo. Evviva.

Peccato che, questa legge, sia figlia di una sola madre. La deputata dem Chiara Gribaudo

 

Gribaudo che, nel suo intervento in Aula della Cameraaveva ricordato “le470.000 donne che hannoperso il lavoro durante la pandemia”, evidenziando come, in Italia, le laureate siano pari al 56% del totale di chi ottiene il titolo, “ma solo il 28% dei manager” e che “è ancora possibile per una donna ricevere fino al 20% di stipendio inmeno del collega uomo”, con medesime mansioni e ore lavorate. Una situazione di inciviltà,  cui bisognava, appunto, porre rimedio. Ma, per una volta, è vero, il Parlamento ha fatto il suo dovere.

 

La ‘cattiva coscienza’ del Parlamento e una rarissima congiunzione astrale 

 

Va anche detto, però, che la legge sulla parità salariale è diventata legge dello Stato per una di quelle congiunzioni astrali che raramente (o, meglio, quasi mai) si verificano, in Parlamento.

Un po’ la ‘cattiva coscienza’ di chi, nelle Camere, sa quanto le donne penano, nel mondo del lavoro, ma ha sempre fatto poco per aiutarle (i maschi).

Un po’ la necessità di ‘dare un segnale’ e far vedere al Mondo che pure il Parlamento, se e soprattutto quando vuole, sa ‘produrre’ le leggi, senza farsele imporre, per forza, dai vari governi che, specie da quando è scoppiata la pandemia, vanno avanti a colpi di dpcm, decreti leggi e atti straordinari che il Parlamento può solo votare e approvare, pena la loro immediata decadenza. Insomma, che le Camere non sono un ‘votificio’. Un po’, inoltre, anche il fatto, di non piccol conto, che, proprio a fronte di una pandemia che ha ‘messo a terra’ il Paese,  occorreva dare un segnale di speranza e fiducia.

 

Un po’, infine, il fatto nudo e crudo in sé: perché le donne devono guadagnare meno degli uomini? Perché devono essere discriminate, negli stipendi, pur avendo gli stessi diritti dei maschi?

Ed ecco che si compie ‘o miracolo’ e la legge sulla parità salariale diventa legge, senza neppure non un voto contrario, ma un’astensione. Ma di cosa tratta la legge sulla parità salariale?

 

In cosa consiste la legge sulla parità salariale

 

“Bollino di qualità” e ‘premialità’ per chi rispetta la parità di salario

 

Donna e uomo in miniatura sopra una pila di monete, a delinerare i rispettivi, differenti pesi

Il via libera definitivo del Senato al ddl per le pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo, a partire dalla parità salariale modifica il Codice delle pari opportunità, voluto, ai tempi, dalla ministra Mara Carfagna.

La legge, di iniziativa parlamentare, è il frutto di un testo unificato, a partire da proposte delle diverse forze politiche, che rafforza le disposizioni relative alla relazione biennale alle Camere sull’applicazione della legislazione in materia di parità e pari opportunità sul lavoro.

Il provvedimento interviene, poi, ampliandole, sulle nozioni di discriminazione diretta e indiretta in ambito lavorativo previste dallo stesso Codice.

Chiara Gribaudo, deputata Pd

In pratica, la legge modifica l’articolo 46 del codice delle Pari opportunità del 2006, voluto dal ministro di allora, Mara Carfagna, che introduceva la parità salariale solo sulla carta, senza darvi forza e norme cogenti per rispettarla, disponendo, invece, nel testo Gribaudo l’obbligo di stesura di un rapporto sul personale alle aziende con 50 dipendenti (che verrà trasmesso telematicamente al ministero del Lavoro), mentre il testo della Carfagna di 15 anni fissava l’asticella alle realtà produttive con 100 occupati. Le nuove norme integrano, tra l’altro, la nozione di discriminazione diretta e indiretta, includendo nelle fattispecie pure gli atti di “natura organizzativa, o oraria” che sfavoriscono la componente ‘rosa’ nel mondo del lavoro.

 

Nel ‘mirino’ della nuova legge finiscono quei trattamenti che, “in ragione del sesso, dell’età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità, anche adottive”, pongono o possono porre la lavoratrice in “posizione di svantaggio rispetto alla generalità degli altri” addetti, generano “limitazione delle opportunità di partecipazione alla vita o scelte aziendali”, creano ostacoli riguardo ad avanzamento e progressione nella carriera. Arrivano anche pene severe per chi non rispetta la norma sulla parità salariale e una certificazione (un bollino blu, ma importante, ai fini degli sgravi contributivi e previdenziali) per le aziende sotto i 50 dipendenti, cui la legge non ‘obbliga’, per ragioni legate alla loro fragilità, dopo la pandemia, come le altre.

 

Rapporto periodico della situazione del personale

 

Per aumentare trasparenza e comparabilità, viene dunque ampliato, dalle imprese con più di 100 dipendenti alle imprese dai 50 dipendenti in su, l’obbligo di presentare un rapporto periodico sulla situazione del personale maschile e femminile. Per le altre imprese, quelle sotto i 50 dipendenti, invece, tale obbligo sarà, appunto, facoltativo.

 

Il bollino di qualità

Un’altra importante novità è l’introduzione di un meccanismo incentivante: viene istituita, a partire dal I gennaio 2022, la certificazione della parità di genere, una sorta di “bollino di qualità” per le aziende che operano per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e tutela della maternità. Viene poi demandata la disciplina di dettaglio a diversi Dpcm e vengono previste le premialità.

 

Sgravio contributivo

 

E’ inoltre introdotto, per il 2022, uno sgravio contributivo entro il tetto complessivo di 50 milioni e il limite di 50 mila euro e un punto percentuale per azienda. La prosecuzione negli anni successivi dell’agevolazione è legata, però, al reperimento delle relative coperture.

Infine, viene estesa alle aziende pubbliche la normativa della legge Golfo-Mosca sulle quote rosa negli organi collegiali di amministrazione delle società quotate (quota di due quinti al genere meno rappresentato per sei mandati consecutivi).

 

Ora, dunque, la legge sulla parità salariale ‘è legge’. Se le donne ne otterranno miglioramenti, nelle loro carriere, e diritti certi, e certificati, per una volta devono ‘ringraziare’ il Parlamento e, nella fattispecie, l’onorevole Chiara Gribaudo.

La battaglia di Luce!

Al pay gender gap Luce! ha dedicato un’ampia inchiesta e una lunga serie di articoli sposando appieno la battaglia per la  parità retributiva fra generi. Ecco i nostri più importanti articoli:

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