La leggenda dei tuffi britannica, Tom Daley: “Sono orgoglioso di dire che sono gay e anche un campione olimpico”

Il campione britannico, dopo l'oro dalla piattaforma nella gara di coppia, in conferenza stampa ha lanciato un messaggio forte di sostegno a tutte le persone Lgbt: "Spero che ogni giovane Lgbt là fuori possa capire che non importa quanto ti senti solo in questo momento, tu non sei solo. Puoi raggiungere qualsiasi cosa"

Ha gli occhi spalancati pieni di lacrime, ma sono lacrime di gioia. Il corpo ancora bagnato, il cuore che scoppia tra la fatica e la felicità di aver raggiunto quell’obiettivo inseguito per anni. Tom Daley è finalmente campione olimpico. Il tuffatore britannico, 27 anni, ha appena vinto la medaglia d’oro nella gara della piattaforma sincronizzata maschile alle Olimpiadi di Tokyo 2020. In coppia con lui, artefice della splendida impresa, il 23enne Matty Lee. Per Daley è stata la chiusura di un cerchio, ha coronato così una carriera incredibile, iniziata quando era poco più che un bambino, con l’oro ai Mondiali di Roma 2009 e, tra gli altri successi, i bronzi a cinque cerchi a Londra 2012 e Rio 2016.

“Essere un campione olimpico dopo quattro tentativi è estremamente speciale – ha dichiarato dopo la gara, e ha aggiunto – Vuoi vincere una medaglia d’oro olimpica ma non pensi mai che lo farai davvero. Andrò avanti ma mi prenderò sicuramente una pausa. Ci sono alcune bevande con il mio nome sopra per festeggiare con mio marito e la mia famiglia”.

Sì, esatto, marito. Per gli appassionati di tuffi, ma in generale per gli amanti dello sport, non è una novità. Ma per chi non conosce la leggenda dei tuffi britannica il fatto è questo: Tom Daley è gay, è sposato con il produttore cinematografico Dustin Lance Black e ha un figlio, Robbie, di 3 anni. E ne va estremamente fiero. Tanto che, a margine della finale, ha voluto ribadire il concetto alla radio telefonica britannica LBC: “Mi sento incredibilmente orgoglioso di dire che sono un uomo gay e anche un campione olimpico. Quando ero più giovane non pensavo che avrei mai raggiunto qualcosa a causa di chi ero. Essere un campione olimpico ora dimostra che si può raggiungere qualsiasi cosa“.

Nel bagliore della vittoria, Daley ha parlato con sorprendente chiarezza circa le pressioni che ha affrontato nel corso di una vita vissuta sotto i riflettori pubblici. “In termini di atleti dichiarati, ce ne sono più a questi Giochi Olimpici che in qualsiasi edizione precedente. Io ho fatto coming out nel 2013 e quando ero più giovane mi sono spesso sentito come quello solo e diverso, che non si adattava. C’era qualcosa in me che non sarebbe mai stato quello che la società voleva che fossi. Spero che ogni giovane Lgbt là fuori possa capire che non importa quanto ti senti solo in questo momento, tu non sei solo. Puoi raggiungere qualsiasi cosa“.

Il campione 27enne ha ribadito con questo suo messaggio quanto sia felice di condividere con il mondo la sua vita con la sua famiglia. Ma dietro alle sue parole c’era un significato molto importante, che ha voluto sottolineare appositamente al tavolo con gli atleti cinesi (secondi classificati) e russi (medaglia di bronzo) davanti ai giornalisti di entrambe le nazioni. Perché in nessuno dei due Paesi è legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ad un giornalista cinese che gl’ha chiesto di suo figlio Daley ha risposto affettuosamente: “È stato il viaggio più incredibile, che mi ha cambiato la vita e non vedo l’ora di rivederli, mio marito e mio figlio, per abbracciarli e poter festeggiare questo incredibile viaggio che è stato”.

Un viaggio, dicevamo, partito da lontano, quando nel 2008 partecipò alle prime Olimpiadi, a Pechino, e che in questi anni lo ha portato a diventare una vera icona, dello sport ma anche della comunità Lgbt. Un viaggio in cui tanti momenti felici, come le medaglie ma anche il matrimonio con il compagno nel 2017 e la nascita del figlio l’anno successivo, sono stati accompagnati da tappe difficili e dolorose.

Sempre, Daley è diventato un sostenitore di “ChildLine”, una helpline dedicata ai bambini, dopo che lui stesso, alcuni mesi prima, era stato vittima di reiterati atti di bullismo e minacce e che per questo aveva dovuto lasciare la sua scuola. Inoltre, quando aveva 17 anni, suo padre è morto di cancro al cervello, tornato dopo che questi lo aveva già sconfitto una volta.

Durante la conferenza stampa dopo l’oro gl’è stato chiesto di lui, che è stato un grande sostegno per il tuffatore, agli esordi della carriera. “Quando è morto nel 2011 è stato estremamente difficile per me perché non mi ha mai visto vincere una medaglia olimpica, sposarmi, avere un figlio. Non ha mai avuto modo di insegnarmi a guidare, a prendere una pinta giù al pub”. Ora che quella medaglia, la più preziosa, è finalmente tra le sue mani, però, non c’è spazio per la tristezza. “Niente di tutto ciò è mai stato così importante da diventare finalmente un campione olimpico, soprattutto dopo Rio 2016 dove ero estremamente deluso per la mia performance individuale. Dopo di che, mio marito mi ha detto che la mia storia non era ancora finita e che il nostro bambino era destinato a vedermi diventare un campione olimpico”.