La maestra della fotografia Vivian Maier era una tata sottopagata: nei suoi scatti chi sta ai margini è al centro

Per lei "ogni secondo perduto a guardare senza intenzione, ritarda la fine del mondo"

Vivian Maier in un auto ritratto

Una delle maestre della street photography mondiale di lavoro faceva la tata sottopagata. Una professione svolta dalla fotografa Vivian Maier per 40 anni, che condizionerà straordinariamente il suo occhio. A dircelo sono i suoi scatti: nelle strade newyorkesi o di Chicago degli anni Cinquanta, Maier fotografa spesso il disotto, l’accanto, “quello che generalmente non si nota, che non si osserva, che non ha importanza. Quello che succede quando non succede nulla: gli istanti residuali della vita sociale cui nessuno presta attenzione“, spiega Anne Morin, curatrice della mostra Inedita, ai Musei Reali di Torino fino al 29 giugno. A colpire la fotografa, però, non è solo il marginale, ma anche chi – come lei – i margini li abita. Tutto inizia con un misterioso baule pieno di migliaia di negativi svenduto all’asta. Ma prima di guardarli, riavvolgiamo i rullini.

Tata di professione, fotografa per vocazione

Vivian Maier in uno dei suoi celebri auto ritratti

Nata a New York da madre francese e padre austriaco, Maier (1926-2009) trascorre la maggior parte della sua giovinezza in Francia, dove comincia a scattare le prime fotografie utilizzando una modesta Kodak Brownie. Nel 1951 torna a vivere negli Stati Uniti ed è lì che inizia a lavorare come tata per diverse famiglie. Una professione che, a causa dell’instabilità economica e abitativa, condizionerà alcune scelte importanti della sua produzione. Fotografa per necessità e vocazione, Vivian non esce mai di casa senza la macchina fotografica al collo e scatta compulsivamente con la sua Rolleiflex accumulando una quantità di rullini così numerosa da non riuscire a svilupparli tutti. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio, cercando di sopravvivere, senza fissa dimora e in gravi difficoltà economiche, vede i suoi negativi andare all’asta a causa di un mancato pagamento alla compagnia dove li aveva immagazzinati. Parte del materiale viene acquistato nel 2007 da John Maloof, un agente immobiliare che, affascinato da questa misteriosa fotografa, inizia a cercare i suoi lavori dando vita a un archivio di oltre 120mila negativi. Un tesoro che ha permesso al grande pubblico di scoprire in seguito la sua affascinante vicenda.

Lavori estenuanti e miseria: Maier fotografa gli ultimi come lei

Vivian Maier, New York 1954

Nello spettacolo, che agli occhi di Maier, la strada offre ogni giorno, la fotografa predilige i quartieri proletari delle città in cui ha vissuto. Instancabile, cammina per tutto il tessuto urbano popolato da persone anonime che davanti al suo obiettivo diventano protagoniste, anche per una sola frazione di secondo, e recitano inconsciamente un ruolo. Le scene che diventano oggetto delle sue narrazioni sono spesso aneddoti, coincidenze, sviste della realtà, momenti della vita sociale a cui nessuno presta attenzione. Ognuna delle sue immagini si trova proprio nel luogo in cui l’ordinario fallisce, dove il reale scivola via e diventa straordinario.

Una fotografia di Vivian Maier

Mentre cammina per la città, Vivian Maier a volte si sofferma su un volto. La maggior parte dei visi che scandiscono le sue passeggiate fotografiche sono quelli di persone che le assomigliano, che vivono ai margini del mondo illuminato dall’euforia del sogno americano come lei. Parlano di povertà, lavori estenuanti, miseria e destini oscuri. Ognuno di questi ritratti, impassibile e austero, è colto frontalmente nel momento dello scatto. A essi fanno da contraltare quelli delle signore dell’alta borghesia, che reagiscono in modo offeso al palesarsi improvviso della fotografa.

Una fotografia di Vivian Maier

Posta a fianco dei maestri della fotografia quali Robert Doisneau, Robert Frank o Helen Levitt, Maier possiede la capacità di anticipare, precorrere e pre-vedere i segnali di una circostanza sul punto di accadere. Ed è quando gli elementi convergono al crocevia dei discorsi che lei si ferma, nel punto in cui l’ha condotta la sua traiettoria e scatta. Maier è sempre pronta a cogliere con la sua Kodak Brownie l’attimo che le si offre. O come dice la curatrice Morin, Maier è di più: “è l’occhio-corpo. Fotografa il tumulto nel momento in cui raggiunge la sua piena potenza”. Per Maier, la strada è la vera avventura della sub-modernità, e ogni immagine, “ogni secondo perduto a guardare senza intenzione […] ritarda la fine del mondo”.