La prima legge di tutela della razza: 84 anni fa vietati matrimoni misti e “madamato”

Il regio decreto del 19 aprile 1937 proibiva le nozze fra razze diverse e il concubinaggio more uxorio con donne originarie delle colonie africane

A volte gli anniversari non sono lieti eventi da ricordare ma memorandum di un passato segnato da discriminazione e razzismo. Un passato che però fa parte della nostra storia italiana e non dobbiamo dimenticare, che ci deve costantemente spronare a non ripetere certi errori.

La Legge di tutela della razza

Il 19 aprile ricorre l’84° anniversario dalla promulgazione della prima Legge di tutela della razza da parte del regime fascista. Una legge rivolta in particolare ai connazionali che abitavano nelle colonie africane (Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia). Il regio decreto n. 880 del 1937, convertito dalla legge 30 dicembre 1937 n. 2590, recante ‘Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale fra cittadini e sudditi’ vietava e perseguiva penalmente i matrimoni misti e il madamato. Il governo fascista vietava infatti i matrimoni tra persone di razza diversa  e il concubinaggio (“madamato”, appunto) con donne native delle terre africane colonizzate. E puniva con la reclusione da 1 a 5 anni gli italiani che si macchiano del delitto biologico di ‘inquinare la razza’ e del delitto morale di ‘elevare’ l’indigena al proprio livello. Il motivo? La perdita del prestigio di appartenenza alla ‘razza superiore’. 

Le testimonianze

“L’accoppiamento con creature inferiori – scriveva Alessandro Lessona, ministro delle Colonie, su La Stampa del 9 gennaio 1937 – non va considerato solo per la anormalità del fatto fisiologico e neanche soltanto per le deleterie conseguenze che sono state segnalate, ma come scivolamento verso una promiscuità sociale, conseguenza inevitabile della promiscuità familiare nella quale si annegherebbero le nostre migliori qualità di stirpe dominatrice. Per dominare gli altri occorre imparare a dominare se stessi”. 

Mentre la Corte d’Appello di Addis Abeba specificava che il madamato non si verificava “nel caso di un nazionale che, assunta come domestica una donna indigena, la tenga in casa con un centinaio di lire mensili per salario, e se ne serva sessualmente, giacendo con lei tutte le volte che ne senta il bisogno […] ma dopo quaranta giorni circa, sente di sbandare da quelli che sono i doveri razziali di ogni buon italiano e si disfa della donna”.

La necessità di ricordare

È necessario imparare anche da questi eventi del passato per non dimenticare, ricordare per non ripetere. E come ha scritto Primo Levi nel celebre ‘Se questo è un uomo’: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.