Vera Gheno: “Le questioni di genere? Non sono una moda ma un reale bisogno e le parole il nostro sguardo sul mondo”

Per la sociolinguista e divulgatrice che da anni si occupa dei nuovi esperimenti linguistici, preferendo su tutti lo schwa: "Soffriamo di un misoneismo generalizzato, ossia di una grande diffidenza per tutto ciò che è nuovo"

Le parole che usiamo descrivono come vediamo il mondo e anche l’idea che abbiamo di femminile. Sono fiori o armi e chi dice che non contano forse non ha mai ri flettuto su quello che può essergli successo, uomo o donna che sia, a causa di una parola sbagliata o subita”. Vera Gheno, sociolinguista e divulgatrice, punta il riflettore sulla piaga delle discriminazioni di genere e degli stereotipi.

Come hanno plasmato la lingua temi come inclusione e uomo/donna?

“Direi che quei termini sono conseguenza di come noi abbiamo visto, o vediamo, la nostra realtà,
noi stessi e le altre persone. Chiamare l’uomo e la donna deriva sicuramente dall’osservazione di
come sono generalmente fatto gli esseri umani, e non è che abbia smesso di essere una classificazione valida; semplicemente, la questione di genere oggi appare più “sfrangiata” di quanto non fosse una volta, nel senso che si sta comprendendo che nemmeno il sesso biologico è così pacificamente “binario”, e somiglia piuttosto a uno “spettro” che ha, ai suoi estremi opposti, maschile e femminile, ma che ha anche molti stadi intermedi: molti di più di quanto si tenderebbe a pensare. Inclusione viene molto dopo: evidentemente, a un certo punto si pone il problema di una società in cui le diversità non siano più classificate in base allo scarto da una presunta normalità, ma come un arricchimento, un asset”.

Lei lavora con le scuole, come hanno reagito docenti e studenti a queste problematiche, anche da un punto di vista dell’atteggiamento mentale?

“Beh, sono questioni che toccano quel comparto anagrafico molto da vicino: queste questioni vengono vissute in prima persona, di conseguenza, per molte persone giovani non c’è nulla né di sconvolgente né di inedito a parlare di spettro del genere e simili: è quello che sperimentano quotidianamente. Insomma, le nuove generazioni hanno una mentalità infinitamente più fluida di quella della mia generazione, o delle generazioni precedenti”.

Lo schwa è un esperimento. E sperimentare con la lingua non è vietato, eppure molti hanno reagito con atteggiamenti per così dire… ironici: come se lo spiega?

“Il problema numero uno è che soffriamo di un misoneismo generalizzato, ossia di una grande diffidenza per tutto ciò che è “nuovo”. E questo porta ad arrocchi spesso aggressivi, a prese di posizione istintive. La seconda questione è che moltissime persone non vedono il problema perché non ne hanno un’esperienza diretta. Finiscono per pensare che le questioni di genere siano “una moda”, non ne colgono il bisogno, perché ai loro occhi sono riflessioni insensate e inutili”.

Innovazioni per un uso inclusi vo della lingua italiana suscitano sempre aspre polemiche sui social. Ma che significato hanno proposte come l’uso dello schwa al posto del maschile sovraesteso? E… si possono “imporre” cambiamenti?

“La comunità non binaria e le persone che sono alleate di tale comunità usano già da un decennio l’asterisco, la x, la u, lo schwa e altri escamotage per loro uso interno; è solo il “largo pubblico” che se n’è accorto adesso. Di certo, le persone che usano queste soluzioni non si sono mai poste il problema di avere l’accettazione preventiva del resto della società, così come non hanno mai pensato di costringere chicchessia ad adeguarsi a questi usi e costumi. Queste ricerche nascono da un’esigenza di chi non si riconosce nel binarismo di genere, e non è detto che si possano mai imporre fuori da questi contesti. E questo non è certo un problema. Il vero problema qui è che anche persone normalmente pragmatiche, serie, attente alla scientificità, parlino anch’esse di “imposizione”, quando io devo ancora assistere a che so, rastrellamenti di casa in casa per stanare chi non usa formule inclusive”.

Restando in tema di aggressività, recentemente ha affrontato il tema della rabbia: esiste una rabbia positiva?

“Direi di sì. La rabbia è un sentimento umano, naturale, e sarebbe inutile negarne l’esistenza e anche l’importanza. Tutto sta, a mio avviso, nel canalizzarla in maniera generativa: gestirla, non farsene travolgere, usarla come punto di partenza, come sorgente di forza. Abbiamo bisogno della rabbia”.

Nel nuovo libro, “Le ragioni del dubbio”, critica chi interviene all’interno di discussioni senza averne competenza: solo con la competenza si può resistere davanti alle provocazioni?

“Neanche la competenza basta… Diciamo che aiuta, forse, a mantenere la testa sulle spalle. Ma il sangue alla testa va a tutti. Bisogna fare un grande sforzo per non cedere alla tentazione di spaccare tutto, fosse anche solo a livello metaforico! Penso che scegliere il silenzio quando non si è competenti sia una manovra coerente con quel desiderio di “ecologia della comunicazione” di cui scrivevamo prima. Corrisponde al non buttare cartacce per terra”.