La storia di Asha, dal cuore dell’India ai Mondiali di skate: “Contro pregiudizi e minacce, mi sono ribellata in equilibrio su una tavoletta”

"È una cosa da maschi". "Se fai skateboard ti bruceremo, ti uccideremo". Sono queste le minacce e i pregiudizi che la ragazza, 21 anni, originaria di Janwaar ha dovuto affrontare da quando ha iniziato a praticare questo sport. La sua storia e quella dell'attivista tedesca Ulrike Reinhard hanno ispirato il film Netflix "Skater Girl"

“Hanno detto che mi avrebbero bruciato se avessi fatto skateboard. La reazione di tutti, della mia famiglia e di chiunque avessi attorno, è stata: sei una ragazza, perché lo fai? È una cosa da maschi. Tu devi stare in casa, impara a sbrigare le faccende, come fanno le altre. Tanto tra poco ti sposerai“.

La voce di Asha Gond, 21 anni, arriva da Janwaar, uno sperduto villaggio indiano nel cuore del Madhya Pradesh, fino ad oggi conosciuta come la terra delle tigri del Bengala. Ma ora, quel punto sulla carta, è diventato noto in tutto il mondo per il suo skatepark.

È una storia di disobbedienza e coraggio. La protagonista aveva 16 anni quando, mantenendosi in equilibrio su una tavoletta, ha mandato all’aria le regole della casta, le imposizioni del patriarcato, schemi antichi come il mondo, l’opinione di una donna uguale a zero. “Il sesso inutile“, scriveva Oriana Fallaci con il solito anticipo.

Una ribellione pacifica ancora in corso. Oggi Asha, che nel 2018 ha rappresentato l’India ai campionati mondiali in Cina, è tra i leader della Barefoot Skateboarders Organization e allena i bambini per cambiare il mondo con lo skate. È cambiato tutto quando ha conosciuto Ulrike Reinhard – ‘il mio angelo’, la chiama, lei è stata la scintilla -, attivista tedesca che ha fatto la rivoluzione partendo da una domanda: possiamo migliorare la vita di un villaggio volteggiando su una tavola? Sì. La ‘nomade‘, come si definisce – e le foto sui social da ogni parte del mondo le danno ragione –, ha realizzato uno skatepark a Janwaar e ha vinto la scommessa. Fissando due regole: niente scuola, niente skate; prima le ragazze. E il miracolo si è compiuto. Come un ritorno alle origini, quando lo skateboard, nato negli anni ’50 in California, era un simbolo di controcultura e libertà. Cadi, ti rialzi, rischi. Impari a stare in equilibrio.

Poteva rimanere una vicenda edificante chiusa nel circuito degli appassionati. Invece ha fatto il giro del mondo, soprattutto dopo l’uscita del film Netflix “Skater girl”. Da quel momento Asha – e Ulrike – sono state bombardate da migliaia di messaggi. Perché nelle protagoniste della pellicola, Prerna e Jessica, gli spettatori hanno visto proprio loro. Anche se la regista indiana Manjari Makijany – che pure le ha incontrate – ha dichiarato: “Sono stata ispirata da tante storie”.

Ma la polemica non distrae questa coraggiosa 21enne dalla missione che si è data. Rendere il suo villaggio un posto migliore. Ha risposto alle nostre domande grazie alla mediazione di Ulrike, con traduzione dall’hindi all’inglese.

La versione di Asha

Come hanno reagito, all’inizio, famiglia e amici?

“Il problema più grande era questo: non potevo fare skateboard perché sono una donna. Dovevo stare a casa, occuparmi delle faccende domestiche come le altre. Tanto presto mi sarei sposata. Dicevano, non è bene che le ragazze possano uscire e mescolarsi ai maschi. È stato molto difficile, per tutti, accettare che facessi skateboard. Ogni volta mio padre mi ripeteva ‘Ci stai umiliando, ecco perché tutti parlano male di noi'”.

Fino a che punto è arrivato il rischio?

“Un gruppo di ragazzi non riusciva a digerire che io facessi skateboard. Così per molto tempo hanno scritto parole cattive su di me nello skatepark. Trovavo messaggi così: ‘Se continuerai, ti bruceremo, ti uccideremo’. Hanno cercato di spaventarmi con le loro minacce perché smettessi di frequentare quella palestra. Ma non l’ho fatto. In quel momento stavo molto male, neanche la mia famiglia mi sosteneva. Dicevano che avrei dovuto smettere. Mi sentivo molto sola. Anche il periodo in cui dovevo andare a Londra è stato parecchio difficile. Perché i miei genitori non erano affatto disposti a lasciarmi partire. Mi spaventavo quando mi raccontavano cosa dicevano gli abitanti del villaggio. ‘A Londra ti venderanno, non sarai in grado di tornare indietro. E se ti uccideranno là?’. Ho avuto paura ma non ho mai smesso di sperare. Mio nonno veniva tutti i giorni a dire ai miei di farmi sposare. ‘Cercale un marito, tutti parlano di lei’. Mia madre mi capiva ma non prendeva le mie difese. Anche se diceva a mio padre di lasciarmi completare la scuola, prima del matrimonio”.

Cosa rappresenta lo skateboard?

“In questo momento è la mia priorità assoluta. Perché tutti i cambiamenti che sono arrivati nella mia vita e tutto ciò che ho imparato sono dovuti allo skateboard. Senza, niente sarebbe stato possibile. Oggi molte persone mi conoscono e anche i miei genitori sono molto orgogliosi di me. Adesso non mi forzano più perché mi sposi. Tutto questo è successo grazie allo skateboard”.

E cosa rappresenta Ulrike?

“Ulrike è come un angelo per me. Mi ha sostenuto fin dall’inizio. Ogni volta che ho avuto un crollo, quando ho avuto paura, quando ho sentito che non potevo fare nulla, lei mi è sempre stata vicina. Ulrike significa molto. E, come ho detto, non lascerò mai fuori dalla mia vita lo skateboard. Allo stesso modo, non farò mai a meno di Ulrike”.

La versione di Ulrike

Lo sguardo chiaro, il sorriso. Si muove con naturalezza a bordo di una moto tra i più sperduti villaggi indiani. Negli scatti successivi la trovi in Portogallo, poi ecco l’immagine di lei in treno che lascia anche quel Paese, pronta a immortalare una lezione di tango sulla Rive Gauche, a Parigi. È chiaro perché si definisce “viaggiatrice indipendente, nomade digitale, spirito libero”.

Come ha pensato allo skateboard per cambiare una comunità?

“La maggior parte delle volte lo skateboard è visto come uno sport individuale. Di solito ci si chiede come cambia un individuo. Io mi sono domandata: lo skateboard ha il potere di cambiare la mentalità di un’intera comunità? Penso che questa domanda non sia mai stata posta prima”.

Qual è stato il suo percorso?

“Sono stata una consulente aziendale e ho lavorato ai processi di cambiamento. Quindi per me l’interrogativo interessante era: questa cultura dello skateboarding estremamente forte (essere contro il mainstream, trovare la propria strada, controcultura, ribellione) può sconvolgere un ambiente così arcaico – il villaggio di Janwaar – dove le tradizioni antiche (casta, discriminazione femminile e così via) sono tanto radicate? Ero molto interessata al potere della cultura. Quindi sì, lo skatepark ha ‘disturbato’ il villaggio come nient’altro aveva fatto prima. E dallo skatepark tutto si è evoluto”.

Aveva un progetto preciso?

“No, non sono entrata a Janwaar con un programma predefinito o un obiettivo specifico. Piuttosto osservavo. E ogni volta che un bambino, una famiglia, un abitante era pronto a fare qualcosa, noi lo sostenevamo. Sono profondamente convinta che solo un approccio del genere possa diventare sostenibile! Cambiare la mentalità delle persone (cioè cambiare cultura) è un processo a lungo termine, ci vogliono anni, forse una o due generazioni. Siamo ancora solo all’inizio e la vecchia cultura, la mentalità tradizionale, torna a colpire, di tanto in tanto. Il cambiamento non è un appuntamento per il tè. Richiede tenacia e resilienza”.