La storia di Serena per #liberədiamare: “La consapevolezza è stata la mia forza nonostante il dolore”

Serena è la seconda ragazza che racconta a Luce! la sua storia di coming out. Dalla sua testimonianza prendiamo spunto per ribadire il peso delle parole, il loro valore e l'importanza di usare quelle giuste. E per invitare tutt* i/le nostr* lettor* a raccontarci le loro esperienze di come hanno scelto di essere #liberədiamare

Che peso hanno, le parole? Sono solo lettere pronunciate in sequenza e che in un secondo spariscono dissolvendosi in aria? Come canale che parla di valori quali l’inclusione, la diversità, la coesione, la solidarietà anche su Luce! ci siamo spesso interrogati su quale sia l’impatto della parola, di quella che, secondo la religione cristiana, è la base dell’umanità stessa, “In principio fu il verbo”. E ci siamo risposti e risposte che no, non solo solo un’articolazione vocale che dura appena qualche attimo e poi svanisce, le parole hanno un valore e un peso specifici. E bisogna tenerne conto, quando si pronunciano, è importante considerarne l’impatto, visto che spesso queste non vengono pronunciate al vento ma rivolte a qualcun*.

Pochi giorni fa abbiamo lanciato la campagna sul coming out, per far sì che tutti e tutte coloro che nel corso della loro vita hanno deciso di compiere questo importante passo –ribadiamo, non obbligatorio– possano trovare uno spazio di condivisione, di racconto della propria esperienza, di sfogo o di liberazione. Perché essere liberə di amare chi si vuole deve essere qualcosa di bello, da vivere pienamente con gioia e non con paura, con vergogna o con un persistente senso di inadeguatezza.
La prima testimonianza è stata quella di Bianca, una ragazza fiorentina che si è ‘riconosciuta’ nel 2018. Dopo l’intervista ha voluto diffondere questo suo racconto con un post sui suoi social, ribadendo che nonostante “Condividere e aprirmi non è mai stato facile per me” ha voluto farlo “Perché credo nella causa – essere liberi sempre, soprattutto se si tratta di amore – e perché credo che qualcosa debba cambiare”. Nella conclusione, tornando a sottolineare quanto grande sia il valore delle parole, Bianca scrive: “Ci sono tante guerre dentro di noi, questa è solo una battaglia delle mie, che so però essere di tanti. Contino o non contino per qualcuno o qualcosa, forse non fa differenza. La differenza è che queste parole contano per me ed è un bel traguardo, personale sì, ma validissimo”. E per noi di Luce! è un primo, importantissimo, riconoscimento di quanto regalare alle persone uno spazio dopo potersi sentire libere di raccontarsi sia fondamentale per tutti e tutte.

Coming out e outing: l’assonanza dissonante

Visto che si tratta di un argomento particolarmente delicato da trattare e che abbiamo appena ribadito quanto sia importante farlo con le parole giuste, crediamo sia importante sottolineare la differenza, fondamentale, tra i termini ‘Coming’ out e ‘Outing’, spesso confusi quando si fa riferimento al momento in cui viene reso noto l’orientamento sessuale di una persona fino ad allora considerata etero. Prima di tutto i due termini non sono affatto intercambiabili e, attraverso la loro definizione, vediamo perché:

  • COMING OUT: parola inglese che letteralmente significa “uscire fuori”, cioè dichiararsi o rendersi visibile. Si usa quando una persona decide di dichiarare volontariamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.
    Esempio: “Mamma/papà/amic* voglio dirvi che io sono gay/lesbica/bisessuale…”
  • OUTING: parola inglese che significa rendere pubblico l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona terza, senza il suo consenso.
    Esempio: Mario dice a Paolo: “Sara è lesbica” (in questo caso Sara non ha dato il suo assenso alla rivelazione o voleva tenerla segreta o farsene carico in prima persona)

Serena: “Ho capito di essere capace di amare, solo in modo diverso”

“Io ho fatto coming out nel lontano 2010, oramai sono passatoi più di 11 anni. È stato un outing/coming out perché i miei scoprirono dei messaggi sul mio cellulare, ai tempi erano molto costrittivi”. Un’altra storia, un’altra esperienza, un altro racconto da parte di una ragazza, Serena in questo caso, che ha scelto –o meglio, come sottolinea lei stessa è stata una scelta non proprio spontanea– di dichiarare il proprio orientamento sessuale. E da questa ‘non scelta’ sono derivate conseguenze importanti. E no, non è andata bene. “Da lì ci sono stati una serie di eventi difficili ma doverosi da affrontare, proprio perché i miei non presero bene la mia omosessualità. Mi dicevano che ero troppo piccola, che ero stata condizionata… Una delle prime cose che fecero fu proprio quella di staccarmi il modem per navigare su internet, togliermi il cellulare e iniziare a seguire tutto quello che facevo, tutte le attività che intraprendevo anche attraverso la tecnologia”. Sotto stretto controllo, per capire cosa avesse ‘condizionato’ la loro figlia a quella presa di posizione, a quella scelta che loro non riuscivano proprio ad accettare, oltre che a comprendere.

“Era l’estate prima dell’inizio del liceo. Il mio è un coming out naturalmente legato alla scoperta di me: avevo avuto modo di entrare in contatto con delle ragazze attraverso Facebook perché avevamo interessi in comune. E mi ero anche chiesta, prima di capirmi, ‘Sono asessuale?’ anche se non conoscevo nemmeno il termine, ‘perché mi sento così diversa da tutti e tutte, dalle mie amiche che parlano dei loro ragazzi?'”. Serena, appena adolescente, sente in sé un disagio legato a qualcosa a cui non riesce a dare un nome, si sente diversa, ma non sa il perché. “Poi, quando ho iniziato ad accorgermi di provare emozioni forti per queste ragazze che avevo conosciuto online, mi sono detta che c’era qualcosa di diverso: ‘Ecco quella che sono, non è che non provo o non posso provare attrazione per gli altri'”. Una scoperta che è quasi una liberazione, scoprirsi diversa sì, ma non incapace di amare.

Ma per la ragazza i problemi non erano finiti, anzi, forse erano appena iniziati. “La parte dura è stata quella di far capire ai miei genitori che era normale quella che ero, che poteva andare bene anche così. Abbiamo affrontato, per fortuna, un percorso terapeutico, all’inizio, anche se i miei volevano portarmi da ‘uno bravo’ per cambiarmi, per svelare il perché io stessi provando questi interessi.In realtà però si fece tutto un lavoro sulla causa del loro rifiuto verso quella che io ero. Piano piano ho iniziato a sentirmi più sicura di dirlo a chi conoscevo. All’inizio anche il liceo è stato difficile, perché tutti mi vedevano come un’aliena, ero la prima lesbica dichiarata della scuola. Poi, anche nel corso degli anni, era bello vedere anche altri ragazzi che venivano da me e mi dicevano ‘Sono gay anche io’. Diciamo ero sempre una sorta di centralino per i coming out degli altri, perché il mio era stato molto doloroso, ha incluso anche violenza e tanto dolore che comunque io ho sempre cercato di trasformare in coraggio e forza”. Riuscire a prendere quel dolore, la non accettazione da parte di chi si ama, dei genitori, e trasformarlo in forza per andare avanti nel proprio cammino, lungo una strada da tracciare nonostante gli ostacoli, è qualcosa di cui non tutt* sono capaci. Serena però, con grande tenacia, ci è riuscita.

“Per me era una cosa bella quando l’ho capito, in estate. Per fortuna esistono queste connessioni social. Era tipo ‘Allora non è che non provo niente per nessuno, non è che sono destinata a non provare niente per nessuno’ che era quello che credevo di me. Non ero così strana, per me la bellezza era l’essermi capita. Per questo motivo quando mi hanno scoperta attraverso i messaggi, prima ancora che io lo potessi dire perché non ci avevo ancora neanche pensato, ho deciso di non negare niente, di dire ‘Sì, è quello che io sono’, prendendomi comunque la violenza, gli insulti e di tutto, in famiglia. Ma io mi ero capita, avevo capito chi ero, avevo capito quello che andava in me e che potevo anche io amare in modo alternativo, altro rispetto al mio modello di riferimento, ‘normativo’”.

“Ci tenevo a sottolineare questo, che nonostante il dolore per me era un punto di forza la consapevolezza stessa”. 

La campagna #liberədiamare

Quello che ci proponiamo, con il nostro canale, è di promuovere valori che vadano al di là della singola persona, ma facendolo attraverso storie, esempi, esperienze che ne siano portavoci. Per questo vogliamo invitare tutt* i/le nostr* lettor* a scriverci al nostro indirizzo mail redazione@luce.news.it o attraverso i nostri canali social, a raccontarci il loro coming out, a rendere partecipe tutta la comunità di Luce! di cosa voglia dire urlare al mondo che l’amore è amore, verso chiunque sia rivolto.