La trappola dello sviluppo, perché la politica europea di coesione non funziona nei Paesi meridionali

Dall'ottavo Rapporto triennale sulla Coesione nell'Ue pubblicato dalla Commissione, emerge che dal 2001 negli Stati dell'Est il Pil pro capite è aumentato mentre al Sud si è assistito ad una dinamica di stagnazione. La commissaria Elisa Ferreira: "Lo sviluppo economico non viene decentrato"

Gli esperti la chiamano “la trappola dello sviluppo“. È il paradosso che spiega perché, come risulta dall’ottavo Rapporto triennale sulla Coesione nell’Ue pubblicato dalla Commissione, la politica europea di coesione che sostiene la convergenza delle regioni economicamente in ritardo o in declino con quelle più sviluppate dell’Unione, è stata finora un successo nei paesi dell’Europa orientale, mentre nei ‘vecchi’ Stati membri dell’Europa meridionale (Italia e Grecia) e Sud occidentale (Spagna e Portogallo) si è registrato un sostanziale arresto di questa dinamica.

Da cosa dipende “la trappola dello sviluppo” nell’Europa meridionale

Se infatti ad Est, dal 2001, il Pil pro capite è aumentato avvicinandosi alla media Ue, nell’Europa Meridionale invece durante lo stesso periodo si è assistito ad una dinamica di stagnazione, dopo che negli anni scorsi erano stati raggiunti livelli medi di reddito. A causare la ‘trappola’ il fatto che nel Sud Europa le regioni hanno cominciato da livelli di reddito molto bassi e hanno beneficiato di un aumento delle infrastrutture . Questo ha creato una forte spinta allo sviluppo, ma, avverte il rapporto “quando si raggiungono livelli di Pil pro capite più alti (il 75% della media Ue, ndr), quando questa prima fase dell’investimento primario è completata, servono strategie differenti per passare alla fase successiva”. In particolare, dopo che sono stati già raggiunti livelli medi di reddito, sarebbe opportuno “spostare gli investimenti dalle infrastrutture di base al finanziamento della formazione altamente qualificata, dell’innovazione, del miglioramento della qualità dei servizi e delle amministrazioni locali (la ‘governance’).

Elisa Ferreira, 66 anni, è Commissaria europea per la coesione e le riforme

La denuncia della commissaria Ferreira: “Lo sviluppo economico non viene decentrato”

Al contrario, secondo la commissaria europea responsabile, la portoghese Elisa Ferreira, che il 9 febbraio scorso ha presentato il rapporto a Bruxelles, si assiste alla tendenza di  certi Stati membri a “concentrare in pochi poli nazionali l’ulteriore sviluppo economico, invece che decentrarlo in tutto lo spazio territoriale del paese”. In questi Paesi, denuncia Ferrreira, “c’è spesso la tentazione di concentrare sempre di più gli investimenti nelle regioni più sviluppate, con l’idea che si sarà allora più in grado di fare concorrenza agli altri sul mercato interno e all’esterno. In questo modo si crea una migrazione interna, una iperconcentrazione, con le persone che lasciano i luoghi dove sono nate e hanno vissuto; e questo uccide la dinamica dello sviluppo in certe regioni, perché tutto si concentra nei centri già sviluppati. Noi insistiamo sul fatto che bisogna invece guardare alle zone circostanti e cercare di riequilibrare lo sviluppo nazionale”.

I fondi di coesione e la riduzione degli investimenti pubblici

Va aggiunto inoltre  il fatto che negli ultimi anni,  a causa della crisi e delle politiche macroeconomiche adottate dall’Ue e dagli Stati membri, i fondi di coesione, invece di essere aggiuntivi rispetto agli investimenti pubblici dei Paesi membri, li hanno in parte sostituiti. Tanto che, specialmente tra il 2014 e il 2020, si è assistito ad una riduzione sistematica degli investimenti pubblici a causa dei tagli richiesti agli Stati membri dalle regole Ue di bilancio (il Patto di stabilità) e delle pressioni esercitate dai mercati durante la crisi dell’Eurozona. Nelle regioni assistite (più precisamente in 15 Stati membri), i finanziamenti della politica di coesione sono stati pari infatti al 52% dell’investimento pubblico totale durante il periodo di programmazione 2014-2020, in forte aumento rispetto al 34% che rappresentavano nel periodo 2007-2013.

Ursula von der Leyen, 63 anni, è presidente della Commissione europea

Aumentate le disparità regionali interne negli Stati dell’Ue

I risultati contraddittori messi in luce dal Rapporto non finiscono qui: c’è stata un’accelerazione della convergenza tra gli Stati membri, ma sono aumentate le disparità regionali interne proprio negli Stati membri in rapida crescita. L’occupazione è in crescita, ma le disparità regionali restano maggiori rispetto a prima del 2008. E ancora, il numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale è diminuito di 17 milioni tra il 2012 e il 2019, ma ancora una persona su cinque è a rischio di povertà e di esclusione sociale, e la pandemia ha aggiunto in questa categoria circa 5 milioni di persone. Infine è cresciuto  il divario nell’innovazione regionale, a causa della mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo e delle debolezze negli ‘ecosistemi di innovazione’ per le imprese nelle regioni meno sviluppate. Fra l’altro, sottolinea il rapporto “la digitalizzazione contiene nuovi rischi di divergenza, a cui bisognerà fare attenzione; mentre potrebbe presentare, in particolare con il telelavoro, delle opportunità di sviluppo importanti per i piccoli centri in declino e le aree rurali”.

“La trappola dello sviluppo”, come si risolve il problema

Per porre rimedio a quanto accaduto negli ultimi anni la commissaria Ferreira ha chiesto che sia stabilito anche per gli obiettivi della coesione il principio ‘Do Not Harm‘ (‘non arrecare danno’) simile a quello oggi in vigore per tutte le politiche Ue rispetto agli obiettivi ambientali del Green Deal. “Le altre politiche Ue devono contribuire anch’esse alla coesione regionale, per troppo tempo sono state cieche” rispetto a quest’obiettivo, ha detto la commissaria.

La questione è particolarmente rilevante per il dibattito sulla riforma del Patto di stabilità. Il Rapporto prevede che, grazie agli investimenti della politica di coesione nel periodo 2014-2020, il Pil pro capite delle regioni meno sviluppate dell’Ue aumenterà in media fino al 5% entro il 2023, con una riduzione del 3,5% del divario tra il Pil pro capite del 10% delle regioni meno sviluppate e quello del 10% delle regioni più sviluppate. Inoltre, i nuovi programmi della politica di coesione 2021-2027 continueranno a investire nelle regioni assistite in stretto coordinamento con la potenza di fuoco finanziaria del piano di ripresa post pandemico ‘Next Generation EU’.

“C’è un’enorme opportunità ora – ha detto Ferreira -: la transizione verso la nuova fase è possibile, ma questo significa che deve esserci una chiara strategia di sviluppo, che tenga conto di tutto lo spazio territoriale e che punti a un’analisi dettagliata dei fattori che potrebbero permettere un salto di competitività, con l’accesso agli ecosistemi europei industriali avanzati. Bisogna puntare risolutamente sull’innovazione, sul trasferimento di ‘know-how’ dai centri di ricerca e dall’università verso le imprese, e su una qualificazione delle amministrazioni pubbliche. Occorrono delle incitazioni mirate a una strategia chiara di uscita da questa situazione, che noi chiamiamo ‘la trappola del reddito medio‘, una ‘Middle income trap’; e questa è una sfida per tutti’.’Bisogna rafforzare – ha insistito la commissaria – la qualità delle istituzioni a livello locale, dell’amministrazione pubblica, dell’innovazione, dell’istruzione, per passare al livello superiore di reddito, e anche a dei livelli di salari più alti, senza perdere competitività e produttività. Bisogna crescere di più grazie all’innovazione e alle nuove tecnologie’.