La voce delle donne in Afghanistan non si ferma: per le strade e in radio continua la protesta

C'è chi scende in strada con la bocca chiusa dallo scotch nero e chi, nonostante le minacce di morte, continua a trasmettere appelli e grida di aiuto

Non ci stanno a rimanere in silenzio. Non ci stanno a perdere i diritti che hanno conquistato con enorme fatica nei vent’anni trascorsi tra un regime talebano e l’altro. Le donne afghane non ci stanno a perdere la possibilità di un futuro.

Così, dopo l’ordinanza degli studenti coranici, di nuovo al potere, che impone loro di stare a casa e di non frequentare le scuole medie e superiori, né come alunne né come insegnanti, alcune studentesse e professoresse di Herat sono scese in piazza per difendere il loro diritto all’istruzione.

Le attiviste si sono simbolicamente “chiuse” la bocca con dello scotch nero in segno di protesta contro le restrizioni del nuovo governo, che in precedenza si era espresso a favore del diritto allo studio elementare e universitario delle ragazze, senza fornire però precise indicazioni su quello secondario.

Dalle strade ai mezzi di comunicazione, il grido di aiuto delle donne in Afghanistan risuona in tutto il mondo. “Salam, sono disperata…” dice una ragazza ai microfoni di Radio Hamisha Bahar, la stazione che ospita le testimonianze di coloro che vivono nella paura a Jalalabad, città dell’Afghanistan orientale, capoluogo della provincia di Nangarhar, non conosce pace da 30 anni. “Ho solo 16 anni, papà e mamma mi hanno promessa in moglie a un adulto. Mi fanno sposare uno che non mi piace ma non ho la forza di protestare”.

Per farlo ci sono allora Sana Noori e Basira Murad, 21 e 19 anni, le due giovani conduttrici. “Non ti preoccupare, parliamo noi con i tuoi – dice Sana alla promessa sposa – veniamo a casa, gli spieghiamo che sei piccola…”. “No, per favore – risponde atterrita la voce alla radio – se si viene a sapere che ho chiesto aiuto, i miei genitori mi uccideranno“. No, non è un’iperbole. Se la riconoscessero, probabilmente, la ragazza sarebbe condannata a morte.

Una sorte che, lo sanno bene, insegue anche Noori e Murad. Da quando i talebani hanno ripreso il controllo del Paese, imponendo con violenza le loro leggi arcaiche e misogine, anche la loro voce si è affievolita e le chiamate all’emittente sono cambiate: “Ricette di cucina, piccoli problemi quotidiani. Non riusciamo più a intercettare storie come quella di Rube, anche se non siamo riuscite a aiutarla. Aveva 18 anni, era innamorata – spiega amareggiata Basira – ma la famiglia non voleva. Quando si sono presentati a casa con uno sposo scelto da loro, Rube si è chiusa in cucina e si è uccisa“.

Nella stanza da dove registrano le loro trasmissioni è arrivata da poco anche Khatam Bibi. Ha 24 anni e la morte la insegue. “Ho partecipato a decine di proteste, difeso centinaia di donne. I talebani mi hanno mandato un messaggio: ti troviamo e ti uccidiamo. Non so come scappare, le ambasciate occidentali non mi hanno risposto”. Ha le ore contate e lo sa. Ma non piange e continua a gridare da quel microfono, continua a portare avanti le sue battaglie, per sé e per tutte le donne. La