L’appello delle star afroamericane: “Rispettate i nostri nomi etnici”. Stop alle manipolazioni anglofone

L'attrice Thandiwe Newton: "Mi riprendo ciò che è mio". Alla sua presa di posizione si sono uniti attori, produttrici musicali e sportivi. "È nostro compito assicurarci che (i nostri nomi) continuino ad apparire inalterati, che i loro significati siano protetti"

“Chiamami per nome”. Non si tratta (solo) della canzone portata a Sanremo da Fedez e Francesca Michelin, ma dell’appello di molte star del cinema, della musica e dello sport che reclamano di essere chiamate e riconosciute con il loro nome di battesimo. Per quanto difficile sia da pronunciare nel mondo anglofono.

 

Il “caso” Thandiwe Newton

Durante le riprese di ‘Flirting’, il primo film di Thandiwe Newton nel 1991, il regista decise di dare al suo personaggio il suo stesso nome. Ma nei titoli di coda del film, l’attrice fu citata con il suo soprannome anglicizzato, Thandie, per evitare confusione. Una scelta presa senza consultarla, ovviamente. Forse sapeva che l’ortografia e la pronuncia di Thandiwe sarebbero state troppo fastidiose per Hollywood. Forse l’attrice non si sentiva abbastanza potente per correggerlo. Come donna nera in un’industria prevalentemente bianca, era suo compito assimilare i suoi standard. Fatto sta che da quel momento, per i successivi tre decenni, è stata conosciuta professionalmente come Thandie Newton. Per questo ha destato scalpore l’intervista per British Vogue in cui Newton ha di recente dichiarato di Thandiwe: “È il mio nome. È sempre stato il mio nome. Mi riprendo ciò che è mio”. Il nome è originario delle lingue Nguni dell’Africa meridionale e significa “amato”.

 

Le altre star afroamericane che rivendicano i loro veri nomi

La sua presa di posizione ha stimolato un acceso dibattito sul potere dei nomi e ha ispirato molti altri a reclamare il proprio. L’attrice conosciuta come Tanya Fear ha twittato: “Il mio nome completo è Tanyaradzwa che significa ‘siamo stati confortati’. Sono stata chiamata così perché sono nata l’anno in cui è morto mio nonno“.

Nel 2017 e nel 2021 rispettivamente, Taulupe Faletau e Uilisi Halaholo, giocatori di rugby della nazionale gallese di origine tongana, hanno reclamato i loro veri nomi da Toby e Willis, i soprannomi anglicizzati che avevano ricevuto.

Anche la produttrice musicale di origine zimbabwesi Michelle Kambasha, in un lungo articolo sul Guardian, ha preso parte a questa rivendicazione: “Soprattutto nell’ultimo decennio, probabilmente a causa di una maggiore consapevolezza delle nostre radici, c’è stato uno sforzo concertato per incoraggiare l’apprezzamento dei nostri nomi etnici non storpiati. C’è una maggiore richiesta che gli occidentali rispettino questi nomi in tutta la loro gloria. È nostro compito assicurarci che continuino ad apparire inalterati, che i loro significati siano protetti”.

Reclamare un nome è un atto di resistenza, ha detto l’educatore Pranav Patel, aggiungendo che le scuole possono giocare un ruolo importante. “Se gli insegnanti non offrono quella convalida (chiamandoli con il nome di battesimo), i bambini sentono di dover acconsentire e assimilare per mettere gli altri a proprio agio, e questa diventa la norma”, ha detto. “Così, quando si chiede a qualcuno come dire o scrivere il proprio nome, questo ha un impatto. Dice loro: il tuo nome è importante, tu sei importante. È semplice”.