L’appello di Malika, cacciata di casa perché ama una ragazza: “Fate come me, denunciate l’odio”

Il caso della ventiduenne ha scosso l'Italia. Dal presidente del parlamento europeo Sassoli a Fedez, alle calciatrici azzurre è un coro: "Omosessualità è amore". E lei si rivolge a chi si trova nelle sue stesse condizioni: "Non tacete di fronte alle offese, non subite la violenza. Fate come me"

Malika Chalhy con la giornalista di Luce

In un cassetto del comodino, la lettera a cui è affidato quel segreto che doveva essere rivelato: “Mamma, mi sono innamorata di una ragazza”. Le lacrime offuscano la lettura, le mani tremano, il sangue ribolle nelle vene, le tempie scoppiano ed ecco la reazione, immediata, furibonda: uno tsunami di messaggi vocali su WhatsApp per scaraventare addosso alla figlia dolore e rabbia che, urla dopo urla, diventano minacce e offese.

“Sei la rovina della famiglia, meglio una figlia drogata che lesbica. Sei uno schifo”. Nessuna comprensione, apertura al dialogo o intenzione di accettare l’omosessualità della ragazza: “Non posso essere obbligata a farlo: mia figlia, per me, è morta” ci ha detto la donna, che non riesce a conciliare il dovere della tutela con quello del rispetto e della libertà.

È la storia di Malika, di sua mamma Ariana e dell’intera famiglia Chalhy, ben inserita nel tessuto sociale di Castelfiorentino, poche decine di chilometri da Firenze. La giovane, 22 anni, affida a carta e penna il suo amore per una ragazza, la madre non ha dubbi: la cosa è inaccettabile. E così Malika si ritrova fuori di casa, offesa, minacciata e senza la possibilità di prendere i propri oggetti personali. Malika denuncia tutto ai carabinieri e rende pubblica la sua storia per avere aiuto, ma anche per far sì che “non accada mai più”. In procura, due fascicoli: per violenza privata e per minacce.

 

Quando mi hanno picchiata per il calcetto

Prima dello scorso lockdown, Malika era finita in ospedale e il referto di quel soccorso è inserito negli atti del pubblico ministero. “Hanno scoperto che giocavo a calcetto – racconta – : ‘Uno sport da maschi, non sta bene per una signorina. Ti ritrovi con i lividi e con le gambe storte’, mi hanno detto”. Cosa sia successo durante quella litigata Malika lo lascia intendere: “Sono finita all’ospedale”. Il presente, il passato, il futuro e i rapporti complicati con la famiglia: “Non sarò stata la figlia modello, ma ci sono sempre stata”.

Di riappacificazione non se ne parla. Malika non si aspettava una reazione tanto violenta: “Mia mamma litiga così, anche quando ero fuori e non rispondevo a una sua telefonata mi trattava male: ‘Vedi? È questa l’importanza che dai ai tuoi genitori?’ Quando ho potuto, io ci sono sempre stata e loro sanno bene le difficoltà che abbiamo passato. Eppure, io c’ero. Non sarò stata la figlia modello, qualche cavolata con i miei amici l’ho fatta, qualche bicchiere in più l’ho bevuto, ma tutto qui. Come la maggior parte dei giovani. Per quanto possa avere sbagliato, io la mia adolescenza l’ho vissuta a pieno; talvolta rientravo tardi, ma tante altre stavo a casa. Non hanno mai recepito le mie attenzioni”.

 

La serratura cambiata

La reazione della mamma, quindi, era prevedibile: per questo la lettera e non il vis à vis per rivelare il ‘segreto’, ma tra ‘prenderla male’ e minacciare e cacciare ce ne corre. Non è facile fare coming out perché non è facile, per molti genitori, sentirlo fare. E non sempre la forza dell’amore e il rispetto per gli altri hanno il sopravvento.

“Hanno cambiato la serratura di casa e quando sono andata insieme ai carabinieri per tentare di rientrare in possesso delle mie cose, lei ha guardato i militari e ha detto: “Io questa ragazza non la conosco”. Mi ha lasciata in mezzo alla strada senza nemmeno un paio di calzini di ricambio. Mi hanno disconosciuta come figlia”.

Il fratello Samir sostiene di essere pentito per le frasi forti pronunciate e di aver provato a ‘far ragionare’ la sorella, ferito più dai “metodi infami, con la chiamata ai carabinieri” che dell’omosessualità della ragazza, un fatto che la famiglia affronta come se fosse una lettera scarlatta. Ed è questo il messaggio che Malika e le centinaia di persone e le associazioni, vip come Fedez, sportivi come Linari, calciatrice della Nazionale azzurra politici come Alessandro Zan e Paola Concia fino e persino il presidente del parlamento europeo stanno cercando di far passare: l’omosessualità è amore.

 

“Se mamma mi chiamasse, scoppierei a piangere”

Malika prova ad andare avanti, fra il lavoro, la fidanzata e quelle “pochissime persone che ho accanto, che mi stanno facendo trovare un piatto caldo e mi fanno sentire l’amore che mi è mancato in questi tre mesi”. Perché è l’assenza del sostegno della famiglia che devastano l’animo della ventiduenne.

“Io quando capirò che mia figlia, se mai l’avrò, sta crescendo e sta cambiando sarò lì, in quel momento. È lì che una mamma deve esserci, che deve prenderti la mano e dire Stai amando, non sei sbagliato”. Mentre le mani non smettono di raggomitolarsi una sull’altra, anche la rabbia di Malika fa il posto all’amore: “Se mi telefonasse? La prima cosa che farei se sentissi la voce di mamma, sarebbe piangere. Poi le chiederei: perché tutto questo?”.

Vorrebbe essere libera di amare, Malika, e spera “in una vita fatta di cose semplici con le persone che amo e con una ventina di cani”. E, qui, finalmente un sorriso dietro la mascherina. Gli occhi le si allungano per pochi secondi e cercano la fidanzata: “I suoi genitori sono persone intelligenti e umane: mi hanno accolto bene e hanno fatto tanto per me. Li ringrazio e, con loro, i miei amici, mia zia, mia cugina e la mia compagna per l’amore incondizionato che mi hanno dato in questi tre mesi”.

 

“Penso che i miei genitori mi vogliano bene”

La vicenda ha messo in moto la macchina della solidarietà e acceso i riflettori sul tema delle discriminazioni che spesso preferiamo ignorare e che, ora, in parlamento (Legge Zan) è oggetto di discussione. “Ci sono tanti ragazzi che stanno vivendo la mia stessa esperienza e non riescono a denunciare. Invece bisogna farlo: denunciate, io sarò la portavoce di tutti”. Certo, una legge non basta e non cambia le coscienze, “ma è un buon inizio. I bambini devono sapere che non è sbagliato amare persone dello stesso sesso, che non sono sbagliati né il colore della pelle né le difficoltà di un ragazzo a socializzare. Dobbiamo urlare che di sbagliato ci sono il bullismo, il razzismo, l’odio e il fomentare l’odio”. Lei, facendo slalom fra il dolore, non riesce a odiare: i tuoi genitori non ti amano? “Penso che del bene ci sia, ma non riesce ad essere più forte dei pregiudizi”.