L’arte vista con occhi non occidentali: giovani stranieri fanno da guida nei musei. E i capolavori svelano aspetti inaspettati

Amir è l'acronimo di Accoglienza, musei, inclusione e relazione. E significa "giovane principe" in lingua araba. Amir è il progetto che vede otto musei toscani impiegare come guide giovani di molteplici origini. Col risultato di ascoltare letture delle opere da chi proviene da civiltà e culture diverse. Con esiti affascinanti e sorprendenti

Guardare la nostra storia con altri occhi, da prospettive nuove, attraverso sensibilità e punti di vista inediti. L’arte e i musei come luoghi dell’integrazione. O meglio dell’intercultura. In cui i nostri capolavori, e le testimonianze del nostro passato , diventano occasione per ripensare anche il presente. Riscrivendo certezze che credevamo granitiche. Perché la civiltà, le civiltà, e soprattutto in Italia, a Firenze, sono il frutto di stratificazioni che, attraverso i secoli, ci parlano di civiltà lontane solo geograficamente

Due delle partecipanti al progetto Ebrina Saidy e Zita Marescalchi

Amir (acronimo che sta per Accoglienza, musei, inclusione e relazione, ma anche dal  nome arabo che  significa ‘giovane principeè un progetto avviato nel settembre del 2018  a cura di una rete di musei del territorio finalizzato a proporre attività di mediazione culturale condotte da cittadini stranieri.

Attualmente coinvolge trentadue mediatori e otto musei, collezioni e chiese a Firenze e Fiesole (Museo e Area archeologica di Fiesole, Museo Bandini, Museo Primo Conti, Museo di Palazzo Vecchio, Museo Novecento, Museo degli Innocenti, Chiesa di Santa Maria a Peretola) ed è promosso dal Comune di Fiesole, Comune di Firenze – Mus.e, Istituto degli Innocenti, Fondazione Primo Conti e Stazione Utopia, con il sostegno della Fondazione CR Firenze, che offre visite in arabo condotte da mediatrici AMIR alla Collezione d’Arte.

 

Moltitudini 

Zita Marescalchi,  27 anni da compiere, lavora col progetto Amir da quando è nato.  “Nel 2018 – ci spiega – abbiamo fatto  un primo corso di formazione con quelli che sono attualmente i mediatori. Siamo partiti da  uno screening approfondito per selezionare le persone, puntando sui centri di prima accoglienza, sulle scuole di lingua e  su  tutti quegli enti che potevano coinvolgere persone provenienti da altri Paesi. Abbiamo lanciato l’appello si sono presentati alcuni ragazzi,  come Ebrima, che è con noi dal primissimo  giorno. Poi abbiamo svolto un primo corso di formazione in Palazzo Vecchio  con  lezioni di lingua, di storia dell’arte, e  di storia in generale, perché ovviamente per chi viene da fuori collocare alcune parti non è proprio scontatissimo. Infine sono cominciati i corsi di formazione all’interno dei musei”

Da dove nasce l’idea di farli diventare guide?

“Dalla constatazione che nel  mondo siamo tanti. E sarà bene che ci sia il più possibile modo di parlarsi, tra noi. Di capire e valorizzare  le sfaccettature, che  sono infinite;  e i modi di pensare, che  sono tanti. Non è detto che ci sia solo un modo per dire le cose che diciamo,  per trasmettere dei contenuti, per far crescere le persone”.

E perché l’arte? 

“Fare questo attraverso l’arte è facile perché è immediata, parla a tutti, e non c’è un modo obbligato per raccontarla. Non è che se imposti il lavoro di guida  sul livello nozionistico ottieni risultati migliori di chi invece ti racconta l’opera d’arte a partire dal proprio punto di vista, soprattutto se  viene da culture diverse. Amir ti dà dunque  una prospettiva diversa, un punto di vista nuovo. Ti racconta una storia nuova o la stessa storia in maniera nuova. Diventa un altro metodo, semplicemente”.

 

“L’arte è come una sposa”

Ebrima Saidy  ha  25 anni, viene dal Gambia. E’  arrivato in Italia 7 anni fa, e  ha  vissuto tre anni e mezzo a Roma prima di venire a Firenze. “Sono venuto via per motivi di politica: in Gambia abbiamo vissuto una dittatura per 22 anni che ha governato privandoci della libertà di espressione, e di qualsiasi  opportunità” racconta. “Questa è la cosa più bella che ho trovato  qui” aggiunge con gli occhi che gli brillano sorridendo.

Come mai ti ha conquistato questo progetto?

“Da noi si dice che l’arte, la cultura,  sono come spose. Perché attraverso di loro puoi comprendere le tue origini ed andare avanti. E allora quando ho sentito di questo progetto ho pensato che potesse servirmi per confrontare la mia cultura con quella del Paese che mi ospitava. Ho pensato che mettere insieme le due cose mi avrebbe aiutato a vedere il mondo in un’altra maniera”.

Dove svolgi la tua attività?

“A  Fiesole, nell’area archeologica e nei vari musei”.

E confrontarti con le vestigia del nostro passato quali considerazioni ti ha ispirato?

“Mi ha fatto capire che anche la mia cultura, in Gambia,  è frutto di sedimenti, di cambiamenti da un  impero all’altro. E questo a sua volta mi ha fatto capire  meglio da dove vengo io stesso”.

Cosa vuoi trasmettere al prossimo?

“Di accettare  gli altri. E che l’arte, la cultura, le persone, sono belle, nelle loro differenze”.

 

“Analisi non eurocentrica” 

Mary Valeriano è nata in Brasile, vive in Italia da 30 anni  e si definisce  l’essenza stessa della multietnicità “nonni italiani,  ascendenze indios, neri, bianchi come quasi tutti i brasiliani”, dice.

Come ti sei avvicinata ad Amir?

“Un giorno ero in visita al Museo dell’Opera del Duomo, perché a me piace andare per musei, l’ho sempre fatto sia in Brasile che in Italia. Volevo scrivere sul mio blog un post sull’inclusione perché avevano progetti per i non vedenti,  un programma nella lingua dei segni per i non udenti etc. Così, facendo una ricerca,  ho visto che esisteva Amir, ho cercato di capire come lavoravano e sono andata a vederli in azione al Museo archeologico di Fiesole dove peraltro non ero mai stata”.

E?

“E lì ho incrociato Ebraimi che mi è subito piaciuto. Il suo modo di fare molto calmo, che ti porta nella sua tranquillità e ti fa capire tutto, con  un linguaggio suo…E’ molto bravo a spiegare. Mi resi conto che per  la prima volta entravo in un museo con un gruppo di persone simile a me, e questo era molto bello. Era una sensazione accogliente. Vedere che questo progetto ha deciso di aprire le porte a persone cui la società ha destinato un altro ruolo nell’industria del ricevimento, del turismo in un set in cui persone cosiddette extracomunitarie sono la base della piramide . Un ruolo da comprimari, da subalterni.  Persone che  spesso vengono qui con una grande istruzione, con un bagaglio non di rado di livello accademico,  e dunque sono in grado, se messi nelle giuste condizioni, di offrire un punto di vista nuovo, inedito. Uno sguardo non stereotipato, un’analisi spesso non eurocentrica, quindi molto ricca, che ti permette di guardare   la stessa cosa da  punti di vista che altri non vogliono vedere o non sanno vedere. E  allora ho pensato che stare insieme a queste persone mi avrebbe arricchito”.

Che emozione ti dà lavorare con Amir?

“Per me è innanzitutto un  percorso personale. Io cerco sempre di evolvermi, di conoscere  sempre di più,  soprattutto di questa zolla di terra dove poggio i piedi che è Firenze. Non ho l’obiettivo di trasmettere qualcosa, perché quando si ha a che fare con le persone spesso si ha molto più di quello che si dà’. Mi piace quando le partecipano, quando  dicono la loro opinione.  Per me è il massimo. Dieci persone, dieci storie e punti di vista  diversi. Mettere insieme le persone. Farle sentire a loro agio. Questo mi piace. Del resto è una specie di ‘difetto di fabbrica’ dei brasiliani”.

 

La storia degli umili 

Marwa El Aomaryine è una ragazza di origini marocchine nata a Firenze. Studentessa alle superiori. “Di Amir mi piace il fatto che provi a far conoscere  una città come Firenze da diverse prospettive. Il fatto che posso raccontare Firenze dal mio punto di vista, integrando informazioni che gli altri non sanno, e che derivano dalla mia cultura, quella che mi hanno lasciato i miei genitori”.

Ad esempio?

“Sulla questione della islamofobia, della donna araba, che sarebbe sottomessa all’uomo:  una visione che io contesto perché il problema non è la religione ma la mentalità della famiglia in cui vivi. Del resto le donne oppresse ci  sono in tutte le culture, non solo nei paesi islamici. Un’altra cosa che mi piace è anche il fatto che Amis racconta la storia degli umili, non si sofferma solo  sui grandi operati. A scuola non  ho mai sentito ad esempio parlare di quello che succedeva a Quaracchi;  che storia avesse la chiesa di San Pietro. Con Amir  si parla anche di loro, dei contadini, della  gente semplice. Non solo i grandi nomi, i condottieri, le battaglie, la storia del potere, ma anche le periferie, la vita della gente  comune”.

Cosa racconti ai  tuoi  genitori  di quello che fai? E quale è la loro reazione?

“Ne discuto molto con mia madre,  che mi ha aiutato anche a conoscere cose che  non sapevo. Ci confrontiamo sulla storia del  Marocco, paragonandola e mettendola in parallelo con  quella di  Firenze. E quindi per me Amir è anche l’occasione  per un viaggio nella mia stessa cultura d’origine”.

Cosa vorresti fare di ulteriore?

“Mi piacerebbe portare le persone al Museo Egizio, perché la cultura egiziana è molto ricca. Non è solo la storia dei Faraoni, degli scribi, delle piramidi, c’è molto di più. E credo che raccontare i monumenti, le  statue, i sarcofagi, per  come le vedo io,  a partire  dalla mia cultura, può essere molto interessante”.