L’associazione Fatima a Palermo: “Saman deve essere l’ultima. Basta con questa cultura patriarcale”

Le donne musulmane dell'associazione scendono in campo per la tutela dei loro diritti dopo l'ultimo caso di cronaca che ha sconvolto il nostro Paese. "Serve dialogo e confronto, mai più un caso come questo"

“Saman non è la prima che fa questa fine, ma dobbiamo lottare perché sia l’ultima” dice Manel Bousselmi, 38 anni, di origine tunisina. La donna è a capo dell’associazione Fatima, che a Palermo riunisce 120 donne musulmane di diverse nazionalità.

Donne che si battono per altre donne, in nome di un riconoscimento che va al di là del genere, della religione o della nazionalità. Vogliono difendere i propri diritti. Per questo le associate, che un anno fa erano appena sette, oggi chiedono a gran voce che il caso di Saman Abbas, la 18enne di origine pakistana di cui non si hanno più notizie dallo scorso 30 aprile e che si ritiene si stata uccisa dalla sua stessa famiglia perché aveva rifiutato un matrimonio combinato, sia l’ultimo. Per questo si oppongono alle nozze forzate e spronano tutte tutte le donne islamiche a scegliere il loro futuro e ad “affrancarsi dalla cultura patriarcale che con l’alibi della religione decide per loro”.

“Non è questione di religione, ma una questione culturale che fa sentire le donne sottomesse all’uomo, incapaci di scegliere. Vivono nella paura e intanto c’è chi decide per loro – continua Bousselmi -. Il matrimonio combinato è una realtà. Accade anche a Palermo che ragazze nate e cresciute in città a un certo punto debbano tornare nel loro Paese d’origine per sposare un cugino, uno zio, o qualsiasi uomo magari molto più grande di loro”.

Manel sa bene cosa voglia dire sottostare ad una cultura tradizionalista e patriarcale come quella islamica. Quando le cose hanno smesso di funzionare nel suo matrimonio lei, come poche, ha trovato la forza per separarsi e adesso aspetta il divorzio. A Palermo abita insieme ai suoi genitori e ai suoi due bambini. Laureata in Tunisia, ha continuato a studiare anche in Italia, e adesso si sta preparando per la laurea magistrale in Ingegneria gestionale. “Le cose possono cambiare soltanto se educhiamo i bambini e le bambine in modo diverso. Chi nasce lontano dal proprio Paese mescola la cultura d’origine con quella del luogo in cui cresce e costruisce una sorta di terza identità. È difficile per i genitori poter accettare le scelte di un figlio che si allontanano dalla loro cultura”.

Saman Abbas, 18enne scomparsa da oltre 40 giorni a Novellara, in provincia di Reggio Emilia

Proprio come Saman, che in Italia aveva trovato persino l’amore. Era fidanzata con un ragazzo, ma i genitori si erano opposti alla loro unione, avendo già combinato un matrimonio nel Paese d’origine. “Il padre voleva che sposasse un uomo in Pakistan – ha raccontato il ragazzo – ma lei ha detto no, gli ha detto a me piace l’Italia e c’è un ragazzo qua che mi piace”. E così, dalle minacce (di cui persino il ragazzo stesso si dice vittima ancora oggi) si è passati ai fatti. E per Saman non c’è stato scampo.

Anche per questo Manel Bousselmi e l’associazione Fatima chiedono uno spazio dove poter organizzare incontri con le donne e con i bambini. “Vogliamo fare dibattiti su questi argomenti, confronti. Perché c’è troppa paura, ci sono tanti casi di violenza in famiglia che non vengono mai denunciati. Le donne da sole non ce la fanno. Sarebbe bello poterle sostenere in questo percorso, dare loro la forza di alzare la testa”. Perché casi come quelli della ragazza di Novellara non sono più accettabili in uno stato che si definisce civile e democratico.