Laura Onofri: “Il Ddl Zan difende le donne, va approvato subito com’è. Sarebbe un errore abrogare il reato di misoginia”

La presidente di 'Se non ora quando?' di Torino: "Non ha senso inserire nel testo 'transessualità', privo di riscontro giuridico, al posto di 'identità di genere'". "I femminicidi non calano? La pandemia ha acuito il fenomeno, ma le leggi non vengono applicate correttamente e la mancanza di risorse porta spesso a indagini non approfondite"

Laura Onofri, presidente di “Se non ora quando” di Torino

Tra le numerose polemiche che il ddl Zan ha sollevato, ci sono anche quelle di alcune associazioni femministe che chiedono a gran voce di modificare la legge, sostituendo la parola “identità di genere” con “transessualità” ed eliminando la lotta alla misoginia. Il concetto di identità di genere, secondo quanto sostengono, crea troppa confusione e minaccia il sesso biologico, rischiando di far sparire la realtà dei corpi femminili in quanto tale. Introdurre la lotta alla misoginia invece ridurrebbe ingiustamente le donne a una delle minoranze del mondo Lgbtq+, «producendo un pericoloso ordine simbolico».
Laura Onofri, presidente di “Se non ora quando” di Torino ha tenuto a sottolineare che questo non è il pensiero di tutto il movimento femminista, sottoscrivendo insieme ad altre colleghe note un appello in una lettera, per esprimere il pieno sostegno al nuovo decreto e prendere posizione contro chi lo ha attaccato e vuole emendarlo. Tra le firmatarie Bianca Pomeranzi, Giorgia Serughetti e Maria Luisa Boccia e tante altre.

Onofri, si è creata confusione in merito alla posizione dei movimenti femministi sul ddl Zan.
“Fermo restando che il femminismo italiano è ampio e plurale, con storie, linguaggi e pratiche diverse, chi come me e altre, ha firmato questo appello è assolutamente a favore del ddl Zan così com’è stato scritto. Speriamo vivamente che si giunga presto alla sua approvazione. Vorrei far capire che chi sostiene questa legge non sta rinunciando agli ideali femministi o ha deciso di
abbracciare un neutro declinato al maschile. Non crediamo che il ddl Zan minacci lo spazio delle donne, anzi le tutela perché prevede appunto il reato di misoginia di cui c’è bisogno ed estende la tutela anche ad altri senza fare distinzioni”.

E invece è proprio il reato di misoginia che, secondo alcune femministe, andrebbe soppresso.
“Sarebbe un errore perché i crimini d’odio che colpiscono le donne sono  all’ordine del giorno e quindi ben venga una legge che comprende quante più persone possibili che possano essere oggetto di discriminazione”.

Si parla anche del fatto che l’identità di genere minaccerebbe il sesso biologico.
“Il fatto che la legge punisca i crimini d’odio per motivi  basati sull’identità di genere non mette a rischio altre norme a favore delle donne. La rettificazione anagrafica del sesso, che è uno dei timori più grandi per alcune esponenti del femminismo, non viene messa in discussione e continuerà a essere regolata dai criteri- molto rigidi, aggiungerei – imposti dalla legge 164 dell’82. Inoltre, l’identità di genere è un concetto ormai acquisito nel nostro ordinamento giuridico e anche in molte convenzioni internazionali. È stato oggetto di alcune sentenze della Corte Costituzionale e consente di tutelare anche chi non si considera né uomo né donna”.

La questione era sostituirlo con il termine “transessualità”.
“Sarebbe un errore perché questo termine non ha alcun riscontro giuridico, inoltre ci sono persone in transizione che non hanno ancora un genere definito e in questo modo non verrebbero tutelate. Al di là della legge Zan c’è confusione anche sul modo in cui chiamare una donna sul luogo di lavoro… se direttora, direttrice, avvocata, avvocatessa. Proprio per questo siamo state promotrici di una campagna intitolata ‘Donne con la A‘ perché c’è da sempre molta diffidenza nell’utilizzo di un linguaggio
corretto sul genere. È nata una bellissima iniziativa regionale che ha coinvolto il comune di Torino, l’università degli studi e la città metropolitana, creando il protocollo ‘Io parlo e non discrimino‘, firmato per favorire l’impegno all’uso del genere in tutti gli atti della comunicazione e in tutti gli ambiti, integrandolo con un lavoro di formazione presso gli impiegati. Bisogna scardinare stereotipi e cambiare modelli culturali, tenendo conto che sono passaggi difficili. Spesso si sente dire che un certo termine ‘suona male’, invece è solo una questione di abitudine”.

Come mai secondo lei il decreto legge contro i femminicidi non ha favorito la riduzione di questi reati?
“Le leggi ci sono, il problema è che non vengono applicate correttamente in molte loro parti, come succede con la Convenzione di Istanbul. Pensiamo ai centri antiviolenza che non hanno fondi a sufficienza e proprio per questo non possono programmare le attività con la giusta frequenza. Mettiamoci anche la pandemia che ha acuito il problema, esacerbando gli animi di chi era già
violento. Molte donne si sono sentite realmente in trappola. Un altro problema, come ci dicono anche molte avvocatesse, è la carenza di risorse per i tribunali che spesso porta molti processi ad essere archiviati, senza gli approfondimenti necessari”.