Lavoro, sport, salute, tifo e amori: molto più che un mezzo di trasporto. La bicicletta, complice amica delle nostre vite

Nella Giornata mondiale delle due ruote a pedali, il ritratto di questo strumento democratico e concreto, che accompagnò al lavoro generazioni di italiani, li ispirò al cinema, li divise nelle sfide fra i campioni. Mortificata dai motori, ha preso la rivincita con ambiente e salute, fino a conquistarsi strade tutte per sé. E bonus per acquistarla

La bicicletta è l’unico mezzo di trasporto a trazione umana che si conosca, eccettuato il camminare semplice e quello agevolato da sci, pattini o skateboard: tutti aiuti, comunque, alla deambulazione. E’  anche in assoluto il più democratico. La bici del ricco sarà anche bella e confortevole, ma va azionata pedalando,  come il il più sferragliante catorcio.
La bici accorciava le distanze quando la gente povera, che non era per forza povera gente, si spostava a piedi. E fu un progresso,  a cavallo fra Otto e Novecento. Gli operai partivano più tardi da casa e rientravano prima. Acquistavano tempo. Da mezzo per andare al lavoro la bici divenne strumento di lavoro: la trazione a pedali fu aggiunta a carretti azionati fino allora dall’uomo o dagli animali. Chi ha vissuto squarci di vita del dopoguerra italiano, così come chi sia stato in Cina fino agli anni Novanta ricorderà bici con un cassone davanti, o trainanti  un carretto. Bici-sidecar, bici-taxi con più posti a sedere, pedalando e non. Bici ‘abarthizzate‘, si diceva quando dominavano i motori e  il signor Abarth truccava legalmente le auto e tutti truccavano illegalmente i motorini.

Una scena di Ladri di biciclette

Negli anni del boom nascevano tanti bimbi, forse anche perché la bicicletta, con quel prestarsi al viaggiare sulla canna del passeggero – quasi sempre passeggera – accorciava le distanze sociali e affettive, agevolava il  contatto. Se poco dopo, l’auto sarebbe diventata la prima alcova di tanti italiani, la bici con la ragazza in canna era l’annuncio di un’alcova.

Ma oltre ad innescare desideri, la bicicletta era pure oggetto di desiderio: i furfanti scalcinati  del neorealismo non puntavano alle banche: erano ladri di biciclette, quasi una condizione dell’anima. E la bici, così semplice, così agevolatrice della vita diventava una persona di famiglia  ed era anche l’arma pacifica con cui duellavano i nuovi cavalieri della società: i ciclisti, i campioni.

Pochi e solo  “cittadini” potevano frequentare gli stadi e Il Giro d’Italia, con le  Mille Miglia, era lo sport che arrivava davanti a casa, lambiva gli usci e le soglie di centri e periferie, raggiungeva isolate cascine e baite di montagna e non bisognava capire regole astruse: chi pedala più forte vince. Era facile dividersi fra campioni, scelti per appartenenza territoriale o per carattere, per bellezza (ma i ciclisti, con quei volti scolpiti dalla fatica, quasi mai erano belli), per postura in bici. Per vittorie. Ma il Giro era un lungo serpente di formiche pedalanti. E i gregari spesso si fermavano nelle case a farsi regalare acqua, pane, uova da consegnare ai capitani o consumare per sé: benzina per arrivare alla mèta.

Bartali al Giro d’Italia

La bici è stata anche strumento di guerra, coi chiassosi e frenetici bersaglieri, ma quanta pace ha costruito, sotto le  mentite spoglie delle ragazze partigiane che, senza destare sospetti,  facevano la staffetta per collegare i gruppi e i comitati, gli uomini alla macchia e le città.  O col santo gesto di Bartali che, allenandosi, celava nel telaio inaccessibile come una cassaforte, il salvacondotto per gli ebrei.

Oggi, della bici si celebra la Giornata mondiale. Succede all’aprirsi dell’estate, stagione ideale per pedalare dopo l’alba, prima del tramonto. Succede dopo un lungo, intermittente lockdown durante il quale le bici sono state  sogno  frequente, rimasto in garage. Succede nel periodo in cui la bici conosce il suo Rinascimento, coincidente con la maturata coscienza ecologica e col benessere fisico da mantenere pedalando. Ma soprattutto perché nel 2020 le bici ottennero il riconoscimento più elevato possibile: il bonus per acquistarle, lo Stato che (in parte) le fornisce, come oggi i medicinali, come nei tempi poveri le derrate alimentari. La bici come bene di prima necessità, per sé e per la società. E se non è Rinascimento questo?

Già, il Rinascimento. Se proprio vogliamo individuare un Medioevo (ma sarebbe ora di smettere di citarlo come l’età più buia, se ebbe Giotto ed ebbe Dante, San Tommaso e Cielo d’Alcamo), il Medioevo della bicicletta furono i tardi anni Sessanta e i Settanta, l’Italia motorizzata e infestante che, quasi in un rigurgito di futurismo, inseguiva e si dotava di auto, scooter e motorini. L’Italia che dimenticava ferrovie e marina mercantile e costruiva autostrade per riempirle di tir, camion e macchine, che produceva con tanti marchi ed erano belle, comode, per tutte le tasche e i gusti. Chi pedalava, passava per povero o sfigato. Eccentrico. E comunque sarebbe arrivato in ritardo.

Una coppia in bicicletta

Poi, furono le ztl, gli allarmi ecologici precedenti a Greta a farci riandare nei solai alla ricerca della bici del nonno. E le bici avrebbero riscattato la loro sorte e presentato il conto ai governi, ai sindaci, alle famiglie. Le bici avrebbero avuto strade tutte per sé, col selciato rossastro e chiamate piste. E sarebbero state più confortevoli e tecnologiche, rubando all’automobile, cugina divenuta ‘cattiva’,  materiali e aerodinamica per farsi più leggere e veloci. E come ogni esercito che si rispetti avrebbero imposto una divisa, un look di tute termiche e aderenti, caschi a ogiva, scarpe in pelle con attacchi al pedale. E display al manubrio, navigatori, mappe con indicazioni turistiche e contachilometri, contapedalate,  cardiofrequenzimetri. La bici ci ha fatto diventare forse piu colti, ma di certo  interdisciplinari: chi la pratica sa piu di prima di medicina perché a fine pedalata appare il grafico col battito cardiaco e il ritmo respiratorio. Sa più di fisica, di elettronica, di geografia. E di letteratura, coi nonnini coriandolo di Stefano Benni, evocati ad ogni imbattersi in ottuagenari pedalanti, con le magliette dei campioni.
Cara, maestra bicicletta.

E poiché la storia è fatta di corsi e ricorsi come diceva Vico  – ma qui bisognerebbe dire: di corse e ricorse  –  la bicicletta torna alle sue radici di strumento di lavoro e s’insedia al centro della contesa sindacale in corso che più lascia sgomenti: quella dei riders, dei ragazzi  non sempre ragazzi per l’anagrafe, che portano a casa pizze e sushi, spaghetti e insalate. In motorino, ma più spesso pedalando. Con la mancia ricevuta per generosità che spesso supera la paga ricevuta per contratto, quando il contratto c’è. Quei ragazzi non portano solo cibo. Portano ormai tutto, a casa. E fa specie che sulla consegna di un paio di scarpe fabbricate magari in Vietnam per un marchio americano, scarpe che hanno viaggiato in camion, in aereo, in nave, su tir, si crei tanta conflittualità per quell’ultimo chilometro fra il deposito e il campanello di casa. Per quell’ultimo tratto alla luce del sole e non per i diecimila chilometri precedenti e spesso oscuri. La bici che ha pacificato e riscattato se stessa e il mondo riscatti anche chi la usa ancora per lavorare, nel terzo millennio in cui i robot hanno quasi ovunque  soppiantato l’uomo. L’uomo, ma non la bicicletta.