Le pari opportunità si determinano nei primi tre anni di vita di un bambino: la ricerca

Oltre al contesto familiare, le disparità iniziano con l’offerta di servizi per la prima infanzia, la cui presenza in Italia è segnata da fortissimi divari territoriali

Potrà sembrarvi strano, ma le pari opportunità che la Costituzione garantisce a ciascun cittadino del nostro Paese si determinano sostanzialmente nei primi 1.000 giorni di vita. Secondo una ricerca dell’Istituto degli Innocenti 2020 è infatti proprio in questa fase che si gettano le basi di tutti gli apprendimenti successivi, comprese le possibilità di successo nella propria vita lavorativa. È dunque nei primi tre anni che si indirizza, o addirittura si determina, la qualità dell’esistenza di un individuo. Per questo prestare attenzione alle condizioni materiali e morali in cui un bambino cresce, in particolare nella fase inziale della sua infanzia, è fondamentale. E, al di là del contesto familiare, è di straordinaria importanza la possibilità di godere di servizi educativi all’altezza. Purtroppo, anche da questo punto di vista, nonostante il progressivo avvicinamento del nostro Paese agli obiettivi europei in materia, l’offerta di servizi per la prima infanzia in Italia risulta carente e resta segnata da fortissimi divari territoriali. A fronte infatti di un investimento totale per gli asili nido pari a 1,29 miliardi di euro nel complesso delle regioni a statuto ordinario (dati 2017), nel sud, ma anche nel nord-ovest del nostro Paese, la quota di comuni con la spesa storica inferiore allo standard si attesta sull’85%. Mentre è più contenuta – ma comunque maggioritaria – nell’Italia nord-orientale (76,4% dei comuni spendono meno dello standard) e in quella centrale (73,7%).

Divari territoriali per posti disponibili e servizio mensa negli asili nido

Se questo è il quadro generale, analizzando i dati raccolti da Sose per il federalismo fiscale, il divario tra centro-nord e mezzogiorno appare in tutta la sua drammatica evidenza.Il confronto tra regioni ci dice infatti che, se nei comuni toscani ed emiliano-romagnoli (in media) l’offerta comunale sul totale dei residenti tra 0 e 2 anni (attraverso strutture proprie, posti in convenzione o voucher) copre oltre il 20%, in quelli del sud la quota si ferma al 5%. Addirittura sotto questa soglia in Campania e in Calabria. Altra divisione è quella tra i comuni maggiori (dove il servizio è solitamente più strutturato) e i piccoli centri: sotto i 3mila abitanti la copertura comunale in media non arriva al 10%, fermandosi all’ 8% dei residenti con meno di 3 anni nei comuni tra duemila e tremila abitanti. A variare sul territorio sono anche le modalità con cui il servizio viene erogato. In alcune regioni, come Calabria, Marche e Basilicata, in media oltre il 50% degli utenti frequenta infatti istituti gestiti in convenzione da privati, mentre in Piemonte e in Liguria sono meno del 20%. Nei comuni di questi due territori, così come in Molise, Puglia, Lombardia, Veneto e Campania, una quota superiore alla media italiana delle regioni a statuto ordinario accede al servizio attraverso voucher.

Capitolo a parte merita poi il servizio mensa. Se nel centro Italia e nel nord-est oltre l’80% degli utenti dei nidi usufruisce del servizio di ristoro, al sud la media si attesta ben al di sotto del 10%. Il divario nord-sud è frutto certamente anche del fatto che in alcune aree del paese lo sviluppo della rete di asili nido e dei servizi per la prima infanzia è stato avviato decenni fa, con esperienze didattiche anche pionieristiche, tanto da rappresentare un’avanguardia a livello mondiale. Di certo, per l’importanza che riveste nella crescita del bambino e nell’incentivo all’occupazione, la politica è chiamata a colmare o quantomeno a ridurre il più possibile, questo divario, ampliando l’offerta e la qualità delle prestazioni, anche nelle zone in cui il servizio è già ora più esteso. In questo quadro, fortunatamente, il testo della legge di bilancio per il 2022 attualmente in discussione, prevede l’introduzione di alcune importanti novità sul tema. Si prevede ad esempio di destinare ai comuni delle regioni a statuto ordinario, della Sicilia e della Sardegna le risorse finalizzate a incrementare il numero di posti disponibili negli asili nido, fino a raggiungere nel 2027 il livello minimo garantito del 33% di posti (incluso il servizio privato) per ciascun comune o bacino territoriale, in rapporto alla popolazione di età compresa tra i 3 e i 36 mesi. In particolare, verrebbero destinate a questi enti 120 milioni di euro per l’anno 2022 (20 milioni in più rispetto alla legislazione vigente), 175 milioni di euro per l’anno 2023 (+25 milioni), 230 milioni di euro per l’anno 2024 (+ 30 milioni), 300 milioni di euro per l’anno 2025 (+50 milioni), 450 milioni di euro per l’anno 2026 (+150 milioni) e 1.100 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2027 (+800 milioni). Ancora non basta, ma certamente si tratta di un segnale che va nella giusta direzione.