Le quote rosa sulla scheda non funzionano: le donne elette nei consigli regionali sono ancora in nettissima minoranza

Le candidature rosa coprono il 40%, ma le elette si fermano al 21%. Solo l'Emilia Romagna sfiora la "sufficienza" con il 38,7%, ultima la Valle d'Aosta. Paola Profeta (Bocconi): "La politica non tiene il passo di altri settori". Siamo in buona compagnia: "Gli Usa hanno la stessa quota di rappresentanti femminili di Madagascar e Kirghizistan"

Alle donne, in Italia, il diritto di contare in politica ancora manca. Noi di Luce! ce ne siamo accorti contando, appunto, il numero di donne nei consigli regionali italiani che – a giugno 2021 – occupano in media il 21.8% del totale dei seggi. Una sottorappresentanza che si traduce non solo in una ridotta presenza numerica, ma anche in un limitato potere decisionale. Basti pensare che la governatrice dell’Umbria Donatella Tesei (Lega), è l’unica donna presidente di giunta regionale in Italia. Eppure, cinque anni fa, la legge 20/2016 era nata proprio per compensare il divario di genere nelle assemblee regionali che, così come il Presidente della giunta, vengono elette direttamente dai cittadini. Ma, nonostante l’introduzione di correttivi nel sistemi elettorali delle Regioni, l’aumentata quota di candidate nelle liste (che deve raggiungere almeno il 40%), non si è mai convertita in equivalente percentuale di elette. E i numeri che vi presentiamo lo dimostrano.

 

Quanto a rappresentanza delle donne nei consigli regionali, nessuna delle 20 regioni italiane passa infatti la prova. Dalla Valle d’Aosta alla Sardegna non c’è una sola regione in Italia che raggiunga la quota minima del 40% di presenze femminili nelle cariche di consiglieri regionali. L’Emilia Romagna, prima nella classifica dei “bocciati”, raggiunge infatti il 38,7%, seguita dal Veneto con il 36,7%, l’Umbria con il 33,3% e la Toscana con il 31,7%.

Agli ultimi posti si attestano il Friuli Venezia Giulia (12,2%), la Basilicata (11,5%) e, ultima, la Valle d’Aosta (11,4%). Nella fascia intermedia, troviamo le Marche con 8 consigliere donne su 31, l’Abruzzo con una presenza femminile di 6 su 30, la Liguria 6 su 31 e, solo per fare qualche altro esempio, Campania e Piemonte pari merito con 8 consigliere donne su 51 membri.

Profeta: “La politica indietro rispetto agli altri settori”

Nell’ambito del divario di genere la politica è una delle dimensioni più cruciali, forse la più critica, perché nel mondo, a livello di rappresentanza femminile, il divario tra uomini e donne è stato chiuso solo al 23%”. A parlare è Paola Profeta, (nella foto in copertina), docente di Scienza delle finanze all’Università Bocconi, economista e autrice del libro Parità di genere e politiche pubbliche. Misurare il progresso in Europa, edito nel 2021 in Italia dalla casa editrice Egea.

“Il problema però – continua – non è solo descrittivo ma anche sostanziale, perché di fatto la presenza delle donne nelle cariche politiche può portare a una diversa agenda decisionale. Lo abbiamo visto a livello locale, guardando all’allocazione della spesa pubblica nei comuni: le amministrazioni guidate da donne mostrano una differenza rispetto a quelle dirette da uomini: le prime infatti investono maggiormente nell’istruzione, in misure a favore dell’uguaglianza di genere, negli asili nido e in politiche più a lungo termine, che daranno risultati non nell’immediato, ma negli anni successivi”.

Secondo Profeta, che basa le proprie conclusioni su statistiche e analisi comparative, avvalendosi del metodo scientifico, la leadership femminile, avendo la capacità di deliberare su un orizzonte temporale ampio e investendo in politiche che guardano all’uguaglianza di genere, possono innescare un circolo virtuoso: le donne al potere pensano di più alle donne e alle generazioni future.

 

Quali sono le misure efficaci per promuovere la presenza femminile in politica?

“Ci sono vari strumenti, analizzati da un’ampia letteratura: le quote di genere nelle liste dei candidati che, guardando proprio ai rapporti di causa-effetto, hanno significato un numero più alto di donne elette. Anche la doppia preferenza di genere nelle liste si è dimostrato uno strumento efficace, ma ancora poco diffuso. Infine, ci siamo accorti che il sistema proporzionale è associato a una maggiore presenza femminile nella rappresentanza politica, rispetto a quello maggioritario – spiega Profeta – Alcune norme sono già in vigore, ma nei numeri non trovano una corrispondenza”.

Come mai?

“In generale si sconta un contesto culturale non favorevole alla leadership femminile, alla presenza delle donne nelle posizioni apicali o nell’occupazione del lavoro. Nello specifico, invece, il divario di genere in politica è dovuto da un lato alla scarsa attrattività dell’attività politica per le donne, dall’altro al ruolo dei partiti di gatekeeper, che ostacolano l’accesso delle donne o perché pensano che non siano altrettanto capaci rispetto agli uomini o perché credono che gli elettori non siano pronti ad recepire donne in posizioni rilevanti e, anticipando questa credenza, non le promuovono”. 

La politica è una delle quattro dimensioni fondamentali che raccontano il divario di genere, insieme alla partecipazione al mercato del lavoro, la salute e l’istruzione. Come ha detto la geografa femminista Jodi Seager:  “Nel mondo delle donne esistono pochi Paesi ‘sviluppati’ e guardare il mondo attraverso la realtà femminile solleva dubbi sulla validità delle consuete distinzioni tra paesi ‘sviluppati’ e ‘sottosviluppati’: le donne hanno per esempio la stessa proporzione di rappresentanza all’interno dei governi eletti di Madagascar, Kirghizistan e Stati Uniti”.

Luce!  è partita dai palazzi dei nostri consigli regionali, in una prossima puntata calcoloremo la presenza femminile nelle giunte regionali. Ricordando che per contare, in politica, bisogna esserci.