Le ‘tre città’: quella del Potere, la Roma bene e quella della Suburra. Più che inseguirsi, si vivono insieme

“Questa è Roma!”: una canzone che è un inno

Questa è Roma, i campetti le bische, i quartieri/ I coatti, le guardie, le tr**e e i mestieri/ Questa è Roma i rioni, lo stadio, le bombe/ Le spade sotto al fiume, le strade, le sponde […] Le spade sotto al fiume, le strade, le sponde/ Questa è Roma, i campetti le bische, i quartieri/ I coatti, le guardie, le tr**e e i mestieri/ Questa è Roma i rioni, lo stadio, le bombe/ Se è Roma che te chiama, te non te nascondi” (testo di Questa è Roma” del rapper Amir Issaa)

Nel ventre malefico e maleodorante – nonostante il nuovo ‘sinnaco’, Roberto Gualtieri, la spazzatura è ancora tutta lì – di Roma, tutti noi che l’abitiamo siamo piccoli, ma Roma è grande. “Questa è Roma!” canta il trapper Amir Issa in una canzone che ne è diventata in nuovo inno (“Se è Roma che te chiama, te non te nasconde”). La città si dipana silenziosa, cattiva, fredda, matrigna, in una occulta geografia fatta di ragazzi privi di futuro, lavori che non sono veri lavori, espedienti e feste da far fallire, prima ancora che far riuscire, come in “La Grande Bellezza“, mezzucci per vivere (o, meglio, sopravvivere) e un Potere invisibile ma presente a tutti coloro che Roma la abitano ma fanno fatica a viverla. 

La doppia Roma: il Potere e la Suburra 

Carl Gustav Jung ha scritto “la cosa migliore è di non dimenticare mai quanto limitati siano il nostro sapere e il nostro Potere” – è l’incipit di un articolo pubblicato su il Foglio lo scorso 2 dicembre per la penna di Andrea Venanzoni, attento osservatore di Roma e dei suoi luoghi, oscuri e mefitici come illuminati e sfavillanti. Nel ventre serpentino di Roma, tra le luci che prendono a sfarfallare d’arancio all’imbrunire, tra rovine, chiese, vicoli e palazzi istituzionali, sembra quasi che ogni pietra stia lì proprio per ricordarci la nostra dimensione lillipuziana. Roma è, dunque, la magmatica e caotica città di un potere diffuso, crepuscolare, perso dietro i propri miti e riti come pure di una Suburra – le periferie romane, quelle dove nessuno vorrebbe vivere e dove, eppure, milioni di persone vivono – brutta, sporca, cattiva, ‘bastarda’ e arruffona. Smaltito lo sdilinquimento di Goethe in contemplazione dei vespri serali recitati dai frati nei Fori, come della sindrome di Stendhal, oggi la città si dipana silenziosa in una occulta geografia di un Potere invisibile ma ben presente come di un degrado e di una sporcizia senza eguali che avviluppa tutto e tutti, anche i Potenti. 

Piove ‘m***a’ sul povero come sul ricco…

Ma i piccioni ‘la fanno’ in testa al proletario come all’imprenditore, al ricco come al povero, in un rovesciamento farsesco delle liriche francescane (e della mitologia pasoliniana di “Ucellacci e uccellini”, non a caso tutto ambientato a Roma), il guano dei loro escrementi cade su povere scassate utilitarie e su Jaguar nuove fiammanti, le protezioni che il Comune mette in atto sono patetiche, se non ridicole (i megafoni per provare a farli volar via, spaventandoli con il rumore). 

La ‘monnezza’ è ovunque: agli angoli di via Condotti e di via del Babuino, dove le signore ingioiellate passeggiano e fanno shopping inviperite per il cotanto ardire di tanta indecenza, come nei quartieri residenziali di Prati e Parioli, dove la buona borghesia ancora si rifugia nelle sue antiche terrazze, quelle immortalate dai film di Ettore Scola come dall’intelligencija comunista (che, ovviamente, non esiste più), fino ai quartieri di Talenti e Bastogi, Torrino e Corviale dove sarebbe naturale trovarla, prorompente, vanagloriosa, astiosa, la monnezza. 

I mezzi pubblici non vanno da nessuna parte: sulla Roma-Lido si sviene e si soffoca, i tram nuovi sono già stati tutti vandalizzati, divelti, bruciati, quelli vecchi vanno avanti claudicanti, come in una Lisbona degli anni Cinquanta che, a differenza di Lisbona, è priva di ogni poetica, ma dall’altra parte “non si trova un parcheggio a pagarlo”, si lamentano nouveau riches e vecchi nobili decaduti, e dunque avvocati in grisaglia, parlamentari forestieri (e persi, dispersi, e attoniti di fronte alla mostruosità della Capitale) e madamine uscite dal parrucchiere si devono accontentare dei monopattini, sfreccianti e cattivi, nuovo dramma estetico e pratico del vivere quotidiano che a Roma non lascia alcuno scampo. 

E così, anche i Palazzi del Potere sono brutti, cupi, anche quando sarebbero, in teoria, maestosi. 

I Palazzi del Potere suscitano solo diffidenza

La liturgia del comando si dipana, di palazzo in palazzo, di ufficio in ufficio, tra arazzi, tendaggi, preziosi dipinti, capolavori architettonici, da palazzo Chigi al Quirinale, da Palazzo Montecitorio a Palazzo Madama, da Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, alla sede della Consulta, che affaccia proprio sul Quirinale, fino al Campidoglio, con la sua geometrica piazza progettata da Michelangelo, ma ogni singolo palazzo del potere parla una lingua silente, sconosciuta al comune cittadino.

I palazzi del Potere sarebbero, in teoria, un autentico florilegio di dipinti, statue, tendaggi barocchi a spiovere su finestre, ma il mondo sembra tagliato fuori. Le meravigliose raffigurazioni dei principali miti greci e latini, da Orfeo a Enea, passando per Amore e Psiche, non sono visibili perché è il Potere che è invisibile, a Roma. Si vede – e i romani vedono – solo il Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, con la sua maestosa e sovrabbondante facciata, che rappresenta il mefistotelico e minaccioso potere giudiziario, peggiore di qualsiasi potere politico, e la ‘macchina da scrivere’, come la chiamano i romani, alias il Vittoriano, sede di tutte le cerimonie ufficiali, simbolo del potere dei Re che volevano rivaleggiare coi Papi e che hanno regalato a Roma un obbrobrio che deturpa la millenaria Roma dei Cesari, quella dei Fori imperiali e del Colosseo, dell’Ara pacis e della Domus augustea – in rifacimento da tanti di quei decenni che i suoi cantieri sembrano più vecchi di una vestigia della Roma più antica – dei Fori di Traiano e delle Terme di Diocleziano. 

Le porte dei palazzi del Potere suscitano, da sempre, ammirazione e insieme diffidenza, proprio per ciò che incarnano e per il loro presentarsi impenetrabili all’occhio del cittadino comune che sopporta il Potere, e i suoi Palazzi, proprio come sopporta la sua città: un misto di rassegnazione, orgoglio, vanità, superbia.

“L’altra Roma”, quella dello stordimento, ma anche quella della disperazione

Poi, però, esiste “un’altra Roma”. Quella del ‘sottobosco’ del Potere, quelle delle feste, la Roma ‘godona’ di Dagospia e, soprattutto, di ‘Dago Cafonal’, quella che vuole farsi guardare, prima ancora che guardare gli altri, dei locali dove la jeaunesse doreé spende i suoi soldi: il ‘Sanctum’, dove si balla fino a stordirsi, il Blume Garden, la Terrazza del Gianicolo. O la Roma dove si beve e si spendono cifre colossali per ottimi drink (il bar Camponeschi e il Bar-Ristorante ‘del Fico’) o dove ci si stordisce per pochi spiccioli, bevendo vino scadente (Monti, il Pigneto, Campo de’ Fiori, Trastevere). La Roma dove puoi incontrare Matt Dillon (a piazza della Pace) o Keanu Reeves (alla Cantina Bleve), William Dafoe (a Monti), o Daniel Craig al ristorante dei vip e degli attori hollywoodiani ‘Pierluigi’. La Roma delle serate al St. Regis Hotel di Lulù Buti, i cui lombi sono quelli di chi, negli anni ’80, aprì e poi dissipò le sue fortune con il ‘Fashion Cafè’ di New York, con socie Claudia Schiffer e Naomi Campbell. 

Il paradosso è che la Terza Roma – dopo la Prima del Potere, quella che non si muove dal ‘triangolo delle Bermude’ di piazza Coppelle-Pantheon-piazza di Pietra, e dopo quella dei vip, o presunti tali, dei ricchi o presunti tali – quella proletaria, povera, ‘smandrappata’ e tossica delle periferie, di ‘Suburbia’, quella che una volta era il regno dei clan (oggi trasmigrati ad Ostia, come il clan Spada), che era il tempio della Banda della Magliana e di tutte le peggio cose, dalla mafia ai ‘coatti’, non ha più soluzione di continuità con le prime due. Vive, e si abbevera, come una sanguisuga, come un idrovora, come un Dracula in formato ‘burino’ che ha una sete immensa delle altre due Rome.

La mostra dei fotografi Cenciarelli e Gazzilli: “Sbagliare la strada serve a conoscere la strada”

E non c’entra più nulla con Pasolini e con Fellini, con i ‘Mostri’ della commedia all’italiana, anche se i suoi eroi e anti-eroi ancora quelli sono, pasoliniani e felliniani, monnicelliani e scoliani. Questa doppia Roma è la città che raccontano due fotografi, Paolo Cenciarelli/Guido Gazzilli, che hanno avuto due percorsi personali e artistici molto diversi ma che sono nati nello stesso milieu – quello di una Roma bastarda, cattiva, fatta, e pure strafatta, di abusi e soprusi, glorie e viltà.

Non a caso, i due fotografi romani, nati a pochi numeri civici di distanza al quartiere del Torrino, si ritrovano insieme in mostra allo ‘Spazio Field’ per un nuovo appuntamento del progetto “Unlimited” (opening day il 16 dicembre, alle ore 18, in un altro splendido, maestoso, palazzo romano, palazzo Brancaccio, la mostra resterà aperta fino al 19 febbraio 2022). E lo fanno tra personaggi e ritratti di comunità, luoghi in luce quanto in ombra e momenti della città di Roma che da anni raccontano entrambi. I due fotografi si sono divisi i compiti: Cenciarelli – fotografo eccentrico, personalità sui generis che vive di mondi glamour, patinati, fotografa modelle e auto di lusso, ma poi finisce le sue serate alla Drink Art Gallery, luogo metafisico dove, in piazza del Fico, tra scacchisti assatanati e immigrati che vivono di espedienti come i romani come pure tra drop out di tutte le specie e razze, per un calice di vino in compagnia di una varia umanità che non ha nome, razza, religione, ideali – racconta la Roma dei ‘nuovi mostri’ (rapper, trapper, skater, modelle, vip veri e presunti, tutti fatti o ‘strafatti’) con una fotografia dura, cruda, realista, che arriva come un pugno nello stomaco, e fa male, con un arte sopraffina nel saper cogliere le contraddizione nei volti e nelle storie di personaggi che si sono persi perché volevano perdersi e di luoghi che restano lì, immobili, sullo sfondo, incoscienti e inconsapevoli dei drammi che si consumano in strade e vicoli antichi, millenari. Gazzilli racconta i volti della Roma di strada, delle periferie brutte e infinite, di personaggi che non hanno nome perché non hanno storia e storie da raccontare, di mondi che non vivranno mai un loro riscatto perché non credono in alcun riscatto. Entrambi rappresentano, in modo realistico, vero, una Roma che è popolata da ‘freaks’, di tutte le classi sociali e che ha invaso salotti e quartieri. 

Sbagliare la strada, serve a conoscere la strada” è il motto di entrambi e li accomuna in una mostra bellissima che racconta perché “questa è Roma”. L’esposizione, a cura di Giacomo Guidi e realizzata in collaborazione con Perimetro e NFC Edizioni, farà da apripista alla pubblicazione, ed. NFC, “After Tears Party”.