Le sarte delle tute spaziali, ecco chi erano le 'mani di fata' della missione Apollo

Rimaste sempre nell'ombra, senza il sapiente lavoro di queste donne l'allunaggio non sarebbe stato possibile. "Abbiamo inciso i nostri nomi all'interno degli indumenti"

di GUIDO GUIDI GUERRERA -
7 agosto 2023
reparto cucitura Playtex anni '60

reparto cucitura Playtex anni '60

Doveva essere una seconda pelle perfettamente aderente al corpo umano. Era indispensabile che fosse realizzata a regola d’arte, con cuciture perfette e senza il più piccolo difetto. Si imponeva che fossero aderenti come il reggiseno di una donna formosa. Erano le tute che le sarte della Nasa dovevano realizzare per gli astronauti della missione Apollo del lontano 1962. Una equipe di donne estremamente competenti in quel tipo di lavoro e in più con una lunga esperienza maturata alla International Latex Corporation (ILC), nota per la confezione dei capi di intimo Playtex, che poteva annoverare tra i suoi tecnici personale altamente qualificato nella realizzazione di abbigliamento in gomma. Ma questo non era tutto, non poteva bastare in quel caso unico e delicatissimo. Ne andava della stessa vita degli astronauti.
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La tuta spaziale di Neil Armstrong

Bandite le macchine da cucire e gli strumenti sartoriali convenzionali, tutto doveva essere eseguito scrupolosamente a mano e con cura millimetrica: la tolleranza di errore era pari a zero e ogni punto veniva misurato con rigore maniacale. Le ‘sartine’ lavoravano nel laboratorio di una cittadina dello stato del Delaware chiamata Frederica, un posto anonimo della contea del Kent in cui si stava celebrando incredibilmente uno dei momenti cruciali per il futuro delle esplorazioni spaziali. E tutto stava nelle mani, è proprio il caso dirlo, di quelle ragazze umili, brave e laboriose, destinate a restare totalmente sconosciute. Nell’ombra.
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Gli strati interni delle tute Apollo

Eppure senza di loro il fatidico allunaggio non sarebbe mai avvenuto e un solo microscopico errore avrebbe pregiudicato tutto con perdite incalcolabili di vite e denaro. Chine sul proprio lavoro, dovevano mettere insieme i 21 strati fatti di materiali sintetici, gomma e poliestere metallizzato, che componevano le tute rendendole confortevoli ma al tempo stesso inattaccabili dall’eccessivo calore, dai rigori del gelo e soprattutto dall’impatto con corpuscoli celesti e dalle letali radiazioni solari. Attrezzature simili sarebbero state adottate otto anni dopo da Neil Armstrong: in quella occasione si trattava di una tuta spaziale ovviamente su misura, modello A7L, che costava la bellezza di più di centomila dollari dell’epoca: cifra che tradotta nei valori attuali superava di molto il mezzo milione di oggi.
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La cover del libro “Spacesuit Fashioning Apollo”, di Nicholas de Moncheaux

Sarte dalle mani fatate

Il dictat usato con le ‘sartine’ era una specie di mantra da tenere bene in testa: "Dovete pensare a qualcosa di simile al reggiseno di vostra nonna. Contenitivo, piacevole da indossare , invisibile sotto gli abiti e gradevole sulla pelle". Solo che in quella occasione era assolutamente vietato sbagliare. In un suo libro dal titolo “Spacesuit Fashioning Apollo”, Nicholas de Moncheaux ha parlato con alcune delle lavoranti di allora. Una di queste è Ellie Foraker, la responsabile del reparto cucito, che non esita a raccontare un episodio illuminante legato alle regole ferree di quei giorni.
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Una sarta al lavoro

“Mi capitò di trovare uno spillo all'interno di una tuta, una cosa estremamente pericolosa. Allora andai dalla collega che mi aveva appena consegnato il capo e le conficcai quello spillo nei glutei. Sono sicura che fu una lezione indimenticabile e infatti non accadde mai più” il racconto dell’ex sarta. Cosa gravissima perché il rischio di bucare gli strati della tuta era tutt’altro che recondito con conseguenze facilmente immaginabili. Ore e ore di lavoro minuzioso per queste donne dalle mani d’oro che dovevano stare attente a cucire decine quando non centinaia di metri, usando le sole dita e senza mai interrompersi.
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Una sarta al lavoro

Era ammessa una brevissima pausa solo per sostituire gli aghi resi inservibili dall’uso prolungato. Ma anche in questo caso era tutto registrato con cura e tutti gli oggetti appuntiti venivano smaltiti all’istante. Un’altra di quegli angeli del ditale, Ruth Ratledge, ricorda: “Non potevamo sbagliare in nulla. Gli spilli erano contati e le tute venivano minuziosamente radiografate per essere sicure di non aver lasciato niente all'interno”. E aggiunge: “In caso contrario avremmo dovuto ricominciare tutto da capo. Quando qualcuna di noi si trovava in difficoltà sapevamo bene che era il momento di aiutarsi vicenda: questo ci ha permesso di essere una grande squadra e di contribuire alla conquista della Luna pur restando a terra”.
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Le ‘sartine’ lavoravano nel laboratorio di una cittadina dello stato del Delaware chiamata Frederica

In realtà la International Latex Corporation si era aggiudicata l’appalto specialmente per la profonda conoscenza del corpo umano, per le alte competenze tecniche unite all’uso di materiali sintetici dalle forme avvolgenti, assai diverse dalle dure tute spaziali disegnate dagli specialisti militari. “Per questo furono subito preferite dagli ingegneri della Nasa” rivela Bert Pilkenton. E aggiunge: “In quelle ‘tute Apollo’ ci sono scritti all’interno i nomi di chi le ha confezionate. Per noi è stato un po’ come essere andate sulla Luna con gli astronauti”.
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Le tute conservate nel Garber Facility Center

Le tute, terminate le missioni del Programma Apollo, sono state affidate al National Air and Space Museum Smithsonian di Washington che le ha conservate presso il Garber Facility Center dopo averne curato un attento restauro. In tempi più recenti sono state trasferite presso l’Hazy Center di Chantilly dove si trova anche l’ equipaggiamento indossato da Armstrong, custodito in una teca a temperatura controllata, sul quale è stata lasciata la polvere lunare di cui si era impregnato a contatto con l’atmosfera del nostro satellite. E’ questa una piccola, grande storia di donne che con la loro abilità, con dedizione commovente, tese verso un obiettivo comune, accomunate da una granitica volontà di squadra, sono riuscite nel chiuso di un oscuro laboratorio americano a scrivere il loro pezzo di storia nel cielo delle grandi avventure dell’uomo. Una storia di gente comune, si direbbe. Eppure quanto straordinaria.