L’Italia fascista che tolse il pallone alle donne. E le “Giovinette” ribelli che sfidarono il Duce

Federica Seneghini racconta in un libro la storia delle ragazze che sfidarono il regime per praticare lo sport che amavano: il calcio. L'avventura, breve ma appassionata, tra pregiudizi che si sono trascinati fino ad oggi

Il calcio, in Italia, non è solo uno sport. È tradizione e passione. È storia. Gli Azzurri di Roberto Mancini, proprio in questi giorni, stanno affrontando l’impresa europea, e con le due vittorie contro Turchia e Svizzera stanno regalando a tutti gli italiani un sogno che mancava da tanto tempo. Le ultime a farci stringere davanti al televisore, a tifare per la nostra Nazionale, erano state le ragazze durante il mondiale del 2019. Quelle ragazze derise, screditate, considerate fuori posto in uno sport ancora considerato “di competenza maschile”. C’è stato addirittura un tempo in cui, alle donne fu proibito rincorrere un pallone, segnare, dribblare. Forse oggi non è più così, ma il retaggio maschilista ha lasciato i suoi strascichi.

L’11 giugno del 1933, in Italia Mussolini è al potere da un decennio, Hitler sta organizzando le Olimpiadi del 1936. Le calciatrici del GFC (Gruppo Femminile di Calcio) sono la prima squadra femminile italiana e stanno scendendo in campo a porte chiuse per quella che sarà la loro unica partita. Poi il fascismo deciderà che il calcio è ‘roba da uomini’. Questa è la storia di alcune ragazze milanesi che decisero di andare controcorrente e lottare, se così si può dire, per “l’esser donne”. Sì, perché “le brave donne” erano invece dedite a due cose nel loro ruolo subalterno: procreazione e cura domestica. Ritagliarsi il proprio spazio di libertà nell’Italia fascista era un’impresa difficile per tutti. Per le donne era impossibile e questo fu il sale della sfida delle Giovinette. Avevano tra i 15 e i 20 anni, Rosetta, Giovanna, Marta e le altre. Erano riuscite a fondare la GFC grazie all’esperimento di ‘apertura’ di Leandro Arpinati. Gerarca bolognese dello sport, a capo del Coni e della Figc, Arpinati aveva già aperto la pallacanestro alle donne e poi era passato al calcio. A condizione che le ragazze giocassero a porte chiuse, dopo il parere del medico fascista Nicola Pende.

“Queste ragazze sapevano bene qual era la morale dell’epoca e cosa voleva dire vivere in un regime totalitario e praticare il calcio, sport appannaggio dei maschi”, afferma Federica Seneghini, giornalista e autrice del libro che racconta la loro storia: “Giovinette – Le calciatrici che sfidarono il Duce” (Ed. Solferino Libri, 2020). “Il regime fascista, in un primo momento, non sa cosa dire rispetto a questa iniziativa, ma ci penseranno i giornalisti legati al potere ad attaccarle con articoli pieni di pregiudizi“, continua. Ed in effetti, la maggioranza dei giornali definì il calcio femminile un “antisport”, una “buffonata di tipo americano”.

La squadra delle GCM in posa con la divisa ufficiale: non potendo mostrare le gambe indossavano lunghe gonne per giocare

C’era la preoccupazione comune per la linea estetica e per gli organi addominali e sessuali delle donne che praticavano questo sport. “Scesero in campo con delle gonnellone invece dei classici pantaloncini – racconta Seneghini – perché avrebbero destato scandalo nel far vedere le gambe al pubblico. Si dettero anche delle regole di gioco diverse da quelle del calcio maschile. Innanzitutto, la palla era più piccola e leggera, i tempi non erano di 45 minuti ma bensì di 20. I passaggi poi dovevano essere solo rasoterra. In porta fu deciso di mettere dei ragazzi presi dalle giovanili dell’Ambrosiana-Inter, perché il ruolo del portiere era considerato il più a rischio. I medici dell’epoca pensavano che una pallonata al basso ventre avrebbe potuto mettere a rischio la fecondità di queste ragazze e questo non era tollerato dal regime fascista, perché far figli era quasi un obbligo per le donne”.

All’apice il movimento arrivò ad avere anche 50 calciatrici, ma la storia fu brevissima. Le ragazze giocarono infatti ancora per qualche mese e furono poi costrette a smettere nell’ottobre del 1933. Rosetta e le altre riuscirono a giocare una sola partita e poi il nuovo gerarca dello sport alla presidenza del Coni, Achille Starace, le fece smettere. Le donne dovevano fare degli sport più consoni a loro e vincere delle medaglie utili alla causa del Paese. Poco tempo prima, Rosetta aveva detto a Calcio Illustrato: “Amo moltissimo il gioco del calcio, un amore tenace il mio, non un fuoco di paglia. Le mie compagne hanno tanta passione e buona volontà: non tramonteremo mai”.

La nazionale italiana di calcio femminile odierna

Sembra un mondo totalmente diverso da quello odierno, nonostante ci siano tutt’oggi grandi discriminazioni anche nello sport. Eppure, i pregiudizi sul calcio femminile perduravano anche negli anni Cinquanta. “Nel 1959, in piena Italia democratica, il Coni tornerà a vietare nel nostro paese la pratica del calcio femminile”, racconta Marco Giani, membro della Società italiana di Storia dello sport e autore del saggio finale del volume. “Segno di un perdurante pregiudizio, difficile da scalfire. Il come sia possibile tutto questo – continua – è facile da spiegare: ostacoli di ogni tipo da parte dei dirigenti delle federazioni, ma anche silenzio, derisione e distruzione di una memoria condivisa all’interno della comunità nazionale della calciatrici, per cui quelle che ricominciarono nel 1946 non sapevano delle milanesi del 1933, e quelle di fine anni Cinquanta non sapevano di quelle del 1946 e così via. Mi è capitato di leggere persino delle interviste delle attuali azzurre che raccontano di come da bambine pensavano di essere le uniche al mondo a giocare a calcio!”.