Lo schwa, forzatura ideologica o diritto per tuttə di definirsi e farsi chiamare? Tra Crusca e Vera Gheno, l’italiano alla prova della convivenza tra diversi

L'Accademia è contraria a schwa, asterisco, "u" finale quale vocale neutra e propugna il maschile plurale in quanto genere grammaticale non marcato, e non prevaricazione di un sesso. Vera Gheno, sociolinguista, mostra come dall'inglese allo svedese ogni lingua si adegui alla presenza di soggetti non binari nella società. "La lingua è la casa di tutti e tutti devono trovarvisi a proprio agio"

Nel dibattito su come includere linguisticamente le persone non binarie, che non si identificano quindi né con il pronome lui né con il lei, prende parola l’Accademia della Crusca che dalla fine del Cinquecento passa al setaccio l’italiano standard, “descrivendone” gli usi senza avere la funzione di “prescriverli”. E il responso, è una bocciatura: né lo schwa, né l’asterisco, né la “u” finale sono, secondo l’accademico e linguista Paolo D’Achille che firma il parere, soluzioni praticabili.

Ecco chi capovolge l’ultima  vocale. E rivoluziona il linguaggio

 

Eppure, la ə capovolta, chiamato “schwa”, suono che emettiamo quando non sappiamo rispondere a una domanda, si sta piano piano diffondendo. A Firenze una casa editrice, la Effequ, lo sta già utilizzando al posto del maschile plurale nei suoi saggi. Mentre il comune di Castel Franco Emilia lo usa nelle sue comunicazioni ufficiali sui social. Recentemente, lo ha usato anche Zerocalcare in una graphic novel pubblicata su Internazionale e il fumettista Sio, Simone Albrigi, in un poster ha dato il suo: “Benvenutə” al pubblico del Lucca Comics. Il social fotografico Pinterest lo mette invece tra le opzioni di genere per identificarsi al momento dell’iscrizione e la Fondazione torinese Sandretto Re Baudengo per presentare l’autore di una mostra dedicata al potere del linguaggio, utilizza la parola “artistə”.

Anche se, il più largo uso dello “schwa” lo fa il mondo dell’attivismo politico: in (alcuni) movimenti femministi, nelle associazioni Lgbtq+ e in altre no profit.

 

Il dibattito di Luce!

Mettiamo a confronto due autorevoli voci della linguistica italiana: l’Accademia della Crusca, istituzione secolare di salvaguardia e tutela dell’italiano scritto e parlato che interviene con il linguista Paolo D’Achille e  la sociolinguista Vera Gheno, che  interpreta  la materia in chiave evolutiva, fra costanti comparazioni con le altre lingue contemporanee e assertice del principio che ogni persona della sentirsi a propio agio nella lingua in cui abita.

 

 

(ə, Ǝ, ɜ) Lo schwa? Perché no

Paolo D’Achille, linguista Accademia della Crusca

Per l’Accademia della Crusca: “Problemi grafici, nel parlato, difficoltà per le persone con dislessia e opacità tra plurale e singolare”. E la proposta: “usiamo in modo consapevole il maschile plurale come genere grammaticale non marcato

 

Secondo l’Accademia della Crusca lo schwa è inaccettabile. Nel parere in risposta alle richieste dei lettori, il linguista D’Achille scrive infatti che “lo schwa è una soluzione meno praticabile dell’asterisco”. Perché? Intanto “per le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe nei casi di dislessia”. Ma, soprattutto, perché da un punto di vista grafico il segno che si usa per rappresentarlo non è usato come grafema “neppure nelle lingue che, a differenza dell’italiano, lo prevedono nel loro sistema fonologico”. E poi, dello schwa, non esiste il maiuscolo: “Si potrebbe procedere per analogia e “rovesciare” la E, ma si tratterebbe di un ulteriore artificio, privo di riscontri – se non nella logica matematica, in cui il segno Ǝ significa ‘esiste’ (cosa che peraltro creerebbe una “collisione” sul piano del significato) – e, presumibilmente, sarebbe tutt’altro che chiaro per i lettori”.

Quanto al parlato, “non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo o per accordare la preferenza a tuttə rispetto al tuttu” .

In più, scrive D’Achille: “Lo schwa opacizza spesso la differenza di numero, tanto che tra chi ne sostiene l’uso c’è stato chi ha proposto di servirsi di ə per il singolare e di ricorrere a un altro simbolo IPA, ɜ, come “schwa plurale”, altra scelta a nostro avviso discutibile, anche per la possibile confusione con la cifra 3”.

 

Manifesto di una iniziativa pro uso dello schwa

“Non forzare la lingua al servizio di un’ideologia”

 

Secondo l’Accademico, che nell’introduzione si sofferma sulla differenza tra genere naturale e genere grammaticale, il dibattito è ideologico: “È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire”.

 

“Sesso e genere grammaticale sono diversi”

 

L’italiano, ricorda D’Achille, ha due generi grammaticali: il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Di questo, continua: “Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale”.

In ultimo, per includere nella lingua il genere neutro arriva una proposta: “Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma”, conclude senza nascondere un piglio polemico “alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti”.

 

 

(ə, Ǝ, ɜ) Lo schwa, perché sì

 

 La sociolinguista Vera Gheno ospite di Popsophia

Vera Gheno: “È la soluzione migliore per la convivenza della differenze: pronunciabile ed esotico. Tuttə devono abitare con agio la propria lingua”

 

A differenza dell’Accademia della Crusca, di cui è stata anche collaboratrice, la sociolinguista Vera Gheno, che da anni studia le nuove sperimentazioni in atto, crede che tra tutte le soluzioni lo schwa sia la migliore. E in un Ted Talks propone l’argomentazione inversa: lo schwa, perché utilizzarlo? Come spiega lei stessa, negli altri paesi ci sono vari esperimenti linguistici di “convivenza della differenze”, per la definizione dello studioso Fabrizio Acanfora: “L’inglese ha iniziato da un po’ di tempo a usare il singular they, in America Latina invece si usa la “x”; in spagnolo la chiocciola (@) oppure i plurali in e, come todes. Lo svedese, di recente, ha introdotto il pronome “hen” accanto a “han” (lei) e “hon” (lui)”. In Italia, invece, sembrano maggiormente diffusi lo schwa, l’asterisco e la desinenza “u”, che vuole tuttu e non tutte e tutti“.

 

l manifesto di Sio, Simone Albrigi, per il Lucca Comics and Games

“La ə capovolta è più esotica e hipster”

Ma per Gheno la ə capovolta resta la soluzione migliore: “Intanto si può pronunciare, mentre l’asterisco no”. Inoltre, è preferibile alla u “che in molti dialetti italiani è una marca del maschile e per me quindi rappresenta un super maschile”, spiega. Poi, “lo schwa è un suono indistinto per un genere indistinto, quindi anche semanticamente funziona”. Su un testo “quasi non si nota e, specifica: “Forse è per questo che piace così tanto e che allo stesso tempo fa così paura. In più” conclude “un punto a suo favore è anche che è esotico, è più hipster rispetto all’asterisco, la barra, la chiocciola e tutto il resto”.

 

 

“Non ci sono persone di serie A e di serie B”

Per Gheno, inoltre, il dibattito sullo schwa può anche essere ideologico: “Le persone che non sanno con genere riferirsi a se stesse sono meno dell’1% della popolazione, ma questa minima percentuale non deve toccarci, né influenzarci perché in un’ottica inclusiva non esistono persone di serie A e di serie B”. E rassicura: “La lingua non si cambia a tavolino, quindi stiamo tranquilli: nessuno vuole e soprattutto può imporre nulla”. Ma, da parte sua: “Credo che all’interno di una società che vada verso una convivenza delle differenze non ci debba essere nessuno che non abiti con agio la propria lingua. Sentirsi a proprio agio, usando la propria lingua deve rientrare infatti fra i diritti di ogni persona”. Lo schwa, per Gheno, è un esperimento di cui non si deve avere paura, che “magari aiuterà le prossime generazioni a trovare una soluzione migliore di questa, che ha soprattutto il valore di aver evidenziato una questione, prima assolutamente aliena”.