Lo spiegone sui referendum bocciati: da Amato che vince e si difende a Cappato che grida al “furto di democrazia”

Fuori dal palazzo della Consulta fioriscono già le polemiche: i giudici vengono accusati di essere stati "insensibili, freddi e bacchettoni". Ma il presidente replica: "A ognuno il suo mestiere"

I promotori dei due referendum bocciati su eutanasia e cannabis legali

Il risultato finale è presto detto. Quindici ermellini (giudici togati) della Consulta battono la volontà popolare (600mila firme sulla cannabis, di cui 500mila raccolte via Spid, e 1 milione e 200mila firme, di cui 400mila raccolte on-line, sull’eutanasia, in totale: 2 milioni e 300mila) 2 a 0. I due referendum frutto di una campagna appassionata – portata avanti da due comitati nati nella galassia radicale (Eutanasia legale e Meglio legale) e non appoggiati da alcun partito politico – e che riguardavano due temi etici molto importanti (fine vita e liberalizzazione cannabis) sono stati sonoramente bocciati dalla Consulta. Altro che “non cercate il pelo nell’uovo” come aveva esortato il presidente, Giuliano Amato, ai membri dell’organismo che presiede. Il pelo nell’uovo dagli ermellini è stato trovato eccome. E Amato, con una accorta e molto furba campagna mediatica, ha respinto le critiche.

Il protagonismo mediatico di Amato

Il presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, nella conferenza stampa post-bocciatura

Il primo referendum sui diritti civili che è stato bocciato è stato quello sull’eutanasia, già martedì. “Non mi pare che nessuno abbia cercato il pelo nell’uovo” chiosa Amato, riprendendo la sua stessa battuta anticipatoria del risultato di qualche giorno fa. Solo che poi, nella conferenza stampa (e già questo è un unicum: è la prima volta, nella sua lunga storia, che la Consulta e il suo presidente ne tengono una per motivare le loro decisioni e non si affidano ai soliti, freddi, comunicati) si mette a battibeccare con i promotori (in testa a tutti il radicale Marco Cappato, in prima fila nella battaglia per l’eutanasia legale) e richiama pure il Parlamento al suo dovere di fare le leggi, come quella in materia, su cui è in ballo una proposta di legge che, però, da mesi entra e esce dall’aula della Camera dei Deputati senza vedere mai la luce. Amato, dunque, è diventato interventista: parla, convoca conferenze stampa, fa inondare i social di comunicati della Consulta, rintuzza ogni accusa. In pratica, utilizza i media come – e, forse, meglio – degli stessi promotori dei referendum, oppone ragionamenti a giuste istanze e si pone – pur se resterà in carica solo un anno – come Molosso a difesa della Costituzione e, anche, del Potere costituito. Una triade formata, da lui, da Mattarella al Colle e Draghi a palazzo Chigi. Il ‘governo’ dei tre Presidenti contro l’afasia della Politica, contro la voce dei cittadini.

Cattolici, insensibili, bacchettoni: le accuse ai giudici

I quindici giudici della Corte Costituzionale

Fuori dall’antico palazzo della Consulta fioriscono già le polemiche e le accuse alla Corte. I giudici vengono accusati di essere stati “Insensibili, freddi e bacchettoni”, oltre che conservatori e cattolici, ma dentro, dopo due giorni di intenso lavoro, i giudici restano convinti di non aver avuto alcuna preclusione politica. Tutt’altro. L’invito a non cercare il “pelo nell’uovo” era un sincero segnale di apertura. Ma senza andare oltre il consentito: “Non possiamo correggere quesiti mal formulati” è la stilettata di Amato ai promotori di referendum. Molte saranno le conseguenze politiche e delle due sonore bocciature, che fanno il paio con cinque quesiti su sei sulla giustizia approvati e che erano stati promossi da Lega e Radicali, ma meglio procedere con ordine nell’analisi.

Cappato: “Furto di democrazia inaccettabile”

Marco Cappato durante un comizio per rendere l’eutanasia legale

Il promotore del referendum sull’eutanasia Marco Cappato ha rimproverato la Consulta per la doppia bocciatura, sull’eutanasia e sulla cannabis, equiparandoli a un “furto di democrazia inaccettabile” (2 milioni e 300mila firme ndr). Amato, esondando dal suo ruolo di – teoricamente imparziale – presidente dell’ufficio che presiede, nato a garanzia della Costituzione, non si tiene e contrattacca: “Da parte di Cappato, che deve la giusta assoluzione nel processo che ha avuto per il caso del dj Fabo anche per la sentenza di questa Corte, dire che la Corte era maldisposta significa dire una cattiveria mentre doveva riflettere su cosa stava facendo. Lui parla di eutanasia, ma si tratta di omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l’eutanasia. Un risultato costituzionalmente inammissibile”.

 

Gli iter di Eutanasia e Cannabis

Un’attivista di Meglio legale

Amato, dunque, ora ributta la palla al Parlamento, che “deve esprimersi”, lo critica perché “non dedica abbastanza tempo a cercare di trovare soluzione a temi che possono alimentare dissensi corrosivi per la coesione sociale”, dice che “lavora” ma che “ha grosse difficoltà a mettersi d’accordo su questi temi”. Come dimostra proprio la storia infinita dell’eutanasia che non a caso ha portato i promotori a scegliere la via referendaria, ieri sonoramente bocciata. La decisione di bloccare il referendum sull’eutanasia è stata comunque travagliata e non unanime; qualche giudice (cinque su quindici, secondo le indiscrezioni trapelate) riteneva possibile l’ammissibilità, ma ha prevalso il rigetto. Che non significa che tutto debba restare com’è, ma per cambiare attraverso un referendum ci voleva un quesito diverso. Poi arriva il no della Consulta anche al quesito sulla cannabis perché il suo via libera porterebbe a “violare obblighi internazionali” in materia di droghe. Allo stesso modo di quello riguardante l’eutanasia, Amato fa il filologo, dice che avrebbe dovuto chiamarsi, secondo un corretto utilizzo delle parole, “legalizzazione della coltivazione delle sostanze stupefacenti” perché, per come era scritta, la proposta da sottoporre ai cittadini, la vittoria dei ‘sì’ avrebbe esteso la legalizzazione anche a eroina e cocaina, con conseguente violazioni di obblighi internazionali e andando oltre l’obiettivo sottinteso al referendum. La delusione dei promotori, anche qui, è cocente. 600mila firme raccolte in un amen, con una campagna – soprattutto on line, con le firme digitali o Spid – popolarissima tra i giovani, non sono bastate a modificare una legge sulle droghe che risale al Testo unico del 1990, cui poi sono intervenuti diversi correttivi, un coacervo di norme cui i promotori hanno dovuto districarsi.

Brindisi dei Pro Vita e dei cattolici

La Consulta ha usato proprio questo grimaldello, rivoltandolo contro i promotori: Amato spiega che “il quesito era articolato in tre sotto quesiti, in una confusione di tabelle che ci ha portati a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito”. Ma i promotori non ci stanno. “Motivazioni intollerabili”, ribattono, e parlano di “sconfitta delle istituzioni, del Parlamento, dei partiti che hanno messo la testa sotto la sabbia, non delle migliaia di cittadini che hanno firmato la proposta”. Lo scopo della consultazione popolare sarebbe stato da un lato la depenalizzazione della coltivazione di qualsiasi pianta per uso personale, mantenendo le pene legate alla detenzione, alla produzione e alla fabbricazione di sostanze. E, dall’altro, sul piano amministrativo, l’eliminazione della sospensione della patente di guida per uso di stupefacenti. Per farlo, per i promotori, l’unico modo era sbianchettare la parola ‘coltiva’ dal testo sugli stupefacenti, solo che gli articoli in cui si elencano altre droghe diverse dalla cannabis sono legate a doppio filo. Proprio la strategia che ha affossato il quesito. “Amato ha fatto quello che aveva detto di non voler fare”, denuncia Riccardo Magi (+Europa), “ha cercato il pelo nell’uovo. La bocciatura è incredibile”. Denuncia Luigi Manconi: “La sentenza rischia di produrre un arretramento nella partecipazione politica, specie dei più giovani”. Brindano, invece, i movimenti Pro Vita, i cattolici e tutte le destre, come già fatto sull’eutanasia. Anche qui si dovrebbe e potrebbe ripartire dal Parlamento, dove una proposta di legge che depenalizza i fatti di lieve entità legati alla cannabis (e inasprisce gli altri) è, però, ferma da mesi in commissione Giustizia e da lì non esce.