Lo sport cambia la vita dei bambini: Fondazione Laureus contro il disagio minorile

L'intervista a Daria Braga, direttrice della no profit che opera su tutto il territorio nazionale, soprattutto in contesti difficili, per promuovere l'attività sportiva tra i ragazzi. "Come diceva il nostro patron Nelson Mandela se mettiamo fine alle disuguaglianze vinciamo tutti"

Lo sport unisce e “se sconfiggi le disuguaglianze vinciamo tutti. È una vittoria che raggiungiamo insieme”. Parola di Daria Braga, direttrice di Laureus Sport For Good Italia, fondazione no profit che opera nel nostro Paese con l’obiettivo di promuovere l’attività sportiva come strumento terapeutico di prevenzione del disagio sociale. Presente dal 2005 in Italia, è una realtà nata nel 2000 su input di Nelson Mandela “un patron straordinario che diceva che lo sport è più forte dei governi, che è in grado di cambiare il mondo”, ci spiega Braga. Un’accademia che si muove nel mondo, coinvolgendo oltre 6 milioni di giovani, almeno 250 progetti in 51 Paesi e più di 60 leggende dello sport. Poi ci sono 9 fondazioni, tra cui quella italiana: ognuna sceglie i propri ambasciatori, cioè persone che nel proprio Paese – sono sportivi in attività o non – possano essere di supporto per portare avanti quello che è soprattutto un movimento. “Ognuno a modo suo ma l’importante, alla fine, è che si parli di sport per lo sviluppo. È tanto più vero dopo la pandemia: lo sport non è mai stato visto come una terapia come lo intendiamo noi, questa è una novità molto bella” aggiunge la direttrice.

Un piccolo atleta di basket con il suo allenatore

Le aree di intervento vengono scelte nell’ambito delle Sdgs (Sustainable Development Goals, i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile nell’Agenda 2030 dell’Onu, ndr): “Noi lavoriamo in aree su cui impatta lo sport – sottolinea Daria Braga – che sono la salute, l’occupazione, una società più inclusiva, la crescita sostenibile, la promozione dell’empowerment femminile, il supporto al completamento di percorsi educativi e così via. E ovviamente anche su un possibile futuro lavorativo dei ragazzi”. In Italia i bambini coinvolti sono circa 1.945, 85 gli allenatori e insegnati e 39 tra scuole e associazioni sportive dilettantistiche (dati 2019-2020). In media ogni anno vengono inseriti nei progetti oltre 400 giovani, che possono praticare gratuitamente sport come strumento di recupero, riscatto e formazione, scegliendo tra più di 20 discipline sportive in gioco.

In Laureus avete questo rapporto forte con le periferie

“Io dico sempre che le fragilità sono ovunque, ovviamente. Però come fondazione dovendo fare una scelta andiamo laddove i fattori protettivi dei bambini sono molto minori; nelle periferie è così, sono contesti più difficili. Noi siamo nelle periferie un po’ di tutta Italia, di Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Palermo e Catania, per occuparci di queste fragilità che sono emerse sicuramente dopo la pandemia ma che laddove ci sono meno fattori protettivi sono ancora più complicate”.

Qual è l’attività che viene svolta, in concreto, con la Fondazione?

“Quello che facciamo sul campo è un lavoro ‘chirurgico’: abbiamo i bambini che ci vengono segnalati dalle scuole o dalle comunità, noi li inseriamo in attività sportive meritevoli, cioè società che operano sul territorio, copriamo la quota di ognuno di questi bambini  e introduciamo la figura dello psicologo dello sport che fa formazione sia agli allenatori (federali) che agli insegnanti”.

A cosa serve questa figura?

Un infortunio in campo

L’allenatore è una figura fondamentale nella vita di ogni sportivo

“A dar loro quelle competenze relazionali che oggi sono fondamentali per la gestione del gruppo, delle problematiche che un po’ tutti i bambini portano in campo. Lavoriamo per trasformare anche dei vissuti emotivi complicati tramite una relazione differente, applicando tutti i valori dello sport che sono straordinari se ci lavori sopra, se provi a far emergere le capacità di ognuno. E abbiamo avuto un ottimo riscontro, durante il lockdown avevamo 150 tecnici che seguivano la nostra formazione”.

La vostra è una azione che si rivolge anche ai ‘formatori’, che siano allenatori, insegnanti o project manager perché si occupino delle generazioni future

“Perché tirino fuori il meglio di questi bambini e riescano a far valere quelli che sono i veri valori dello sport. L’attività sportiva è un lavoro di grande competenza motoria, relazionale ed emotiva. Tre aree che devono essere gestite e sviluppate con il rispetto della crescita del bambino”.

…per formare i cittadini del domani fin da piccoli

“Sì, cerchiamo di lavorare con bambini fin dai 6 anni, offrendo questa sorta di avviamento allo sport già alle elementari. In Italia c’è un grandissimo analfabetismo motorio, che viene sottovalutato. I dati Istat (del 2020) parlano chiaro: nel nostro Paese ci sono 9,4 milioni di minori di 18 anni, 1 su 4 vive in condizioni di povertà assoluta, sempre 1 su 4 è in eccesso di peso e ancora 1 su 4 non fa attività fisica. Dopo il Covid, tra i ragazzi tra i 13 e i 23 anni, più di 9 su 10 soffrono di solitudine e demotivazione, che si traduce in ansia, rabbia, paura; 3 su 5 hanno subito episodi di bullismo o cyber bullismo e 1 su 3 è vittima di diffusione di contenuti non autorizzati. È per quello che diciamo che lo sport è una risposta efficace a queste diverse facce del disagio minorile. Quello che ci viene chiesto è trasversale: non più solo un supporto laddove ci sono pochi fattori protettivi, ma queste fragilità sono emerse in una generazione intera”.

C’è un atteggiamento radicato nella nostra società: vedere scuola e sport come due cose che non si conciliano, due opposti

Un calcio ad una palla contro il disagio minorile

“Eppure basta pensare che lo sport aiuta a riacquistare fiducia in se stessi, ad essere consapevole delle potenzialità, spesso regala eventi molto positivi, insegna a fare squadra, a perdere, a vincere… Tutto questo deve arrivare prima della matematica. Se hai questo, dentro di te, poi hai i risultati anche cognitivi. Ma se c’è un disastro frammentato dentro di te, perché per mille motivi non hai costruito questa identità solida, poi quando sei in classe che ti viene chiesta una prestazione cognitiva ti viene l’ansia e magari non sai rispondere e allora allora diventi rabbioso, oppositivo, non hai voglia di studiare, non ti senti motivato. È tutto un percorso che non ha senso non integrare insieme”.

Lo sport come vettore di inclusione. La Fondazione Laureus ha dei progetti rivolti anche ai bambini con disabilità?

“Certo. Questa estate, con Nicola Dutto (motociclista che nel 2010 ha perso l’uso di entrambe le gambe per un grave incidente, ndr) abbiamo organizzato una settimana di campus dove abbiamo messo insieme bambini con varie disabilità o provenienti da comunità e contesti difficili. Dutto è un nostro ambassador, ha una passione enorme per i ragazzi e, diciamo, ne ha salvati parecchi tra coloro che magari hanno perso un arto o sono finiti in sedia a rotelle giovanissimi e non trovano più speranze per vivere. Il campus è stata un’esperienza emozionante, la sera davanti al fuoco i ragazzi si raccontavano i loro problemi, confidandosi uno con l’altro, e lì vedevi davvero l’ascolto, l’empatia che si creava tra loro, tra chi ha vissuto un dolore, ma anche la voglia di aggrapparsi alla forza dell’altro. È stata una settimana meravigliosa e le differenze non si sono viste, erano tutti insieme e cosa c’è di più inclusivo?”.

E per quanto riguarda la questione di genere?

Un gruppo di ragazze del liceo si stringe attorno all’allenatore prima di una partita di basket

“C’è una campagna estremamente importante da portare avanti: insegnare alle bambine la cultura dello sport al femminile. Non è vero che le ragazze sono nate solo per fare danza o ginnastica artistica. Ma non è facile, perché molte di loro, se non fanno sport da piccole, le ritrovi da adolescenti magari a non essere fisicamente a loro agio e gettano la spugna facilmente. Invece noi cerchiamo di promuovere attività sportive in cui tutte partono insieme, lo abbiamo fatto col softball. Va sviluppata questa cultura di inclusione che abbatta tutti i pregiudizi e gli stereotipi, sempre attraverso il potenziamento delle competenze e la sensibilizzazione degli allenatori”.

Quest’anno lo sport ci ha dato grandissime soddisfazioni, l’Italia si è unita a tifare per i suoi campioni. C’è stato un impatto, secondo lei, sulla visione dell’attività sportiva come generatore di emozioni?

“Si, assolutamente. Ho trovato il racconto di questi atleti incentrato su quella che è la loro formazione, hanno parlato di qualcosa di diverso, delle loro fragilità, dei percorsi difficili. È per quello che ci hanno emozionato così tanto, perché sono sembrate persone vicine. Irma Testa, ad esempio, una donna meravigliosa e un’atleta straordinaria. Lei aveva mollato e poi ha ricominciato ed è arrivata a quella medaglia (bronzo a Tokyo 2020, ndr). È un esempio per i nostri giovani ed è nostra ambasciatrice da quando ha preso il testimone da Marvin Hagler. Lui era andato nella scuola Pascoli di Napoli qualche anno fa, gli studenti non lo conoscevano ma abbiamo raccontato chi fosse e 200 ragazzini pendevano dalle sue labbra mentre Hagler parlava del tema del bullismo. Sarebbe dovuto tornare ad ascoltare, a sua volta, le storie dei bambini ma è mancato l’anno scorso e Irma ha preso questo testimone e impegno, nominata ambasciatrice proprio da Marvin in una delle serate di Charity Night”.

Vedere gli ambassadors di Laureus, i campioni, che effetto ha sui ragazzi?

La campionessa di boxe Irma Testa

Irma Testa, campionessa napoletana di boxe, con la medaglia di bronzo vinta a Tokyo

“L’idea di portare una persona, che magari non riconoscono ma che – come spieghiamo – nella vita ha raggiunto grandi obiettivi (da Valentina Diouf a Alex Giorgetti, da Rossella Fiamingo a Leonardo Fioravanti e così via) e dedica loro una intera giornata, rende i piccoli entusiasti. I campioni sono molto bravi nel comunicare, lo fanno emotivamente, raccontano che il loro successo non è un arrivo, è uno stare bene con quella che è la loro passione. La serenità che hanno oggi nell’affrontare la vita è una cosa difficile da far capire ai ragazzini, però lo capiscono, sono messaggi che passano: ‘impegnati, credici, non arrenderti dopo una sconfitta, ascolta il tuo compagno, costruisci una squadra… E applica tutto questo nella tua vita, anche se ora ti sembra un disastro'”.

In fondo sono stati anch’essi bambini e magari hanno affrontato problemi enormi nella loro vita. Mi viene in mente Bebe Vio, ad esempio…

“Lei anche è una nostra ambasciatrice, è un mito. I messaggi che lancia sono come batterie, funzionano da ricarica per tutti. In generale hanno questa capacità di parlare il linguaggio dei bambini e di toccare corde non facili. I bambini non sono ingenui, soprattutto quelli che vengono da contesti difficili o hanno subito traumi fisici, psichici, e quindi ci vuole chi veramente ha incarnato queste cose e le sa raccontare perché le ha vissute sulla propria pelle. Bebe è sicuramente straordinaria in questo”.

Come si può contribuire ai progetti di Laureus?

“Come tutte le fondazioni che operano sul territorio e che vengono apprezzate per il lavoro che fanno, le richieste sono tantissime. Per fare sport in territori ‘difficili’ ci vuole un grande know-how e una grande capacità di costruire reti. L’idea è quella di lavorare sempre più con le società sportive, fare eventi insieme a loro, ma soprattutto trovare persone fisiche, aziende che hanno voglio di darci una mano contribuendo magari a fare anche un piccolo progetto, raccogliendo fondi e facendone un tema di corporate laddove c’è bisogno. Noi costruiamo anche tanti progetti locali, non si parla di grandi cifre ma far partire delle cose che poi si alimentano e diventano poi il progetto di qualcuno.
Poi ovviamente invito a seguirci e a partecipare, perché anche con piccole donazioni si riesce a regalare un’attività sportiva ad un bambino che gli può cambiare la vita”.