“L’omobitransfobia non si ferma per decreto: servono scuole, università e centri culturali, non carceri e tribunali”

L'associazione Extrema Ratio, formata da giuristi, ritiene il diritto penale non adatto a combattere ingiustizie e male sociale. Col rischio aggiuntivo di "vittimizzare" l'autore. Occorrono invece strumenmti educativi e culturali. Inoltre, si contesta che in caso di violazione sono applicabili le nome relative al bene colpito (vita, incolumità personale, onore, patrimonio) senza ricorso a norme che ne enfatizzino la portata

Nel Paese delle polarizzazioni, se hai dubbi, anche forti, sul ddl Zan, o anche se sei apertamente contrario senza però condividere nulla delle sortite del famigerato senatore Pillon, vieni automaticamente intruppato fra gli omofobi e i transofobi. La realtà però è ancora più complessa di così. Lo spiega un documento dell’associazione Extrema Ratio, secondo la quale alla base del disegno di legge c’è una convinzione (sbagliata), e cioè che si possa combattere “ogni ingiustizia e ogni male sociale con il diritto penale”.

Il ddl si presenta, in sostanza, come una estensione della Legge Mancino, grazie a due emendamenti, uno dell’articolo 604 bis del codice penale (Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa) e l’altro dell’articolo 604 ter dello stesso codice (Circostanza aggravante).
Scrive Extrema Ratio: “Il diritto penale è una risorsa scarsa; le risorse da attivare, per un serio cambio di prospettiva, sono di tipo educativo, formativo, culturale e sociale. La proposta, seppur ispirata da condivisibili ragioni di tutela della comunità LGBTQI+, è viziata dall’ormai radicata convinzione che si possa trovare il rimedio a ogni ingiustizia e a ogni male sociale attraverso strumenti di tipo penale. La stessa architettura su cui la proposta penale del ddl in questione poggia, quella della legge Mancino, infatti, è caratterizzata da ragioni di natura puramente simbolica, si direbbe di marketing elettorale, che mal si conciliano con il ruolo residuale e di extrema ratio che dovrebbe caratterizzare il diritto penale nel nostro ordinamento”.
La critica di Extrema Ratio si muove dunque nel solco di una più ampia e generale critica nei confronti della legge Mancino, “incapace, come ha dimostrato l’esperienza, di raggiungere i fini che si è posta, oltreché gravata da un chiaro vizio in termini di tassatività, offensività e di materialità”.

 

“Amplia la portata di reati già esistenti”

Il professor Sergio Moccia, all’epoca dell’approvazione della Legge Mancino, sottolineava già nel 1993 i rischi e l’inutilità delle misure approvate nel suo “La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale”. Quelle misure, scriveva Moccia, “ampliano la portata di figure di reato già esistenti e che, comunque, non sono servite in alcun modo ad arginare il fenomeno. Infatti, la normativa emessa sull’onda delle emozioni derivanti da intollerabili episodi di discriminazione razziale, concretizzatisi in gravi fatti di reato, può ben a ragione essere considerata un’altra tipica espressione di quella legislazione simbolica, che riesce a combinare, in maniera esemplare quanto deprecabile, i difetti dell’insipienza sul piano tecnico, della discutibilità sul piano dei principi e dell’ineffettività sul piano dei risultati”.

Infatti, “quando gli episodi di incivile razzismo rappresentano fatti offensivi di beni giuridici, rispondono egregiamente allo scopo le affidabili fattispecie tradizionali di reato, poste a tutela dei singoli beni in questione, come la vita, l’incolumità personale, l’onore, il patrimonio e così via”.

Si può dire la stessa cosa del ddl Zan, di cui la Legge Mancino è appunto un’estensione.

 

“Rischio di vittimizzazione dell’autore”

“L’aspetto caratterizzante della normativa – scriveva ancora Moccia – è dato, a nostro avviso, dalla previsione di diverse fattispecie di opinione che vanno ad arricchire il patrimonio, già cospicuo, lasciatoci in eredità dal legislatore fascista: esse, lungi dal poter risolvere i problemi, se realmente le si volesse applicare, rischiano di rafforzare il fenomeno. E’, infatti, puramente illusorio, se non mistificatorio, pensare di poter combattere fenomeni di barbarie, culturale e non, con fattispecie di opinione. Anzi, la conseguenziale punizione a campione (…) finisce per vittimizzare l’autore e, quindi, per fungere da fattore di possibile aggregazione di consensi intorno al fenomeno che si intendeva combattere, raggiungendo, in tal modo, l’effetto opposto a quello sperato”.

 

Una manifestante contro l’omotransfobia ad Ancona

“Non sanzioni e manette, ma educazione e istruzione”

Dunque, commenta Extrema Ratio, “proprio perché consapevoli del lungo cammino che deve essere percorso nel nostro Paese per contrastare l’odioso fenomeno della discriminazione nei confronti delle persone appartenenti alla comunità LGBTQI+ e, più in generale, per superare una cultura ancora purtroppo intrisa di pregiudizi e di avversione nei confronti della libertà sessuale, non crediamo che sia il diritto penale lo strumento adeguato a cui affidare il complesso e articolato compito di sensibilizzazione utile per ottenere una solida e condivisa svolta sul tema. Altre le risorse ed altri i luoghi in cui battagliare. Non le sanzioni e le manette, ma la cultura e l’istruzione”.

Non servono le aule di tribunale e le carceri, ma le scuole, le università, i centri culturali e di aggregazione: “Se è vero, infatti, che con il diritto penale si otterrebbe una rapida e apparentemente efficace risposta, è altrettanto vero che l’unico cambiamento che permane nel tempo è quello culturale”. Insomma “nessun reato cambierà una convinzione sociale ancora troppo diffusa – anche e soprattutto quando viziata da odiosi e arcaici pregiudizi – se essa è ancora radicata nel sentire dei consociati”.

Una infame convinzione che però non sarà sradicata dal diritto penale.