L’orologio dei diritti delle donne torna indietro di quarant’anni: dal Texas alla Polonia abortire diventa quasi impossibile

Leggi conservatrici e restrittive che puniscono chi sceglie l'interruzione volontaria di gravidanza e chi la favorisce o attua. Intanto in Italia l'applicazione della 194 trova sempre più ostacoli. Flebili speranze arrivano invece dal Messico

“[…]Altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore“. La vita non muore, nonostante un aborto. Questo il messaggio che ha lasciato Oriana Fallaci in “Lettera a un bambino mai nato” (1975), tre anni prima che in Italia entrasse in vigore la legge 194, quella che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto.
Non è quel ‘bambino mai nato’ a fermare la vita. Ma spesso, la vita, la salva. Alle donne che subiscono violenza e rimangono incinta del loro stupratore, a quelle che scoprono che il loro bambino ha delle gravi malformazioni o nascerà già in fin di vita (se non già morto), a quelle che un figlio non lo vogliono. Non per cattiveria, non perché sono ‘anormali’. Ma per libera scelta. Una scelta che per molte, anche in paesi che si considerano democratici e ‘avanzati’ dal punto di vista dei diritti umani, non è o non sarà più contemplata.

“Una decisione codarda”. Forse sono le parole della speaker della Camera nel Congresso Usa, e terza carica dello Stato, le migliori per descrivere quello che sta accadendo – o meglio è accaduto – negli ultimi giorni negli Stati Uniti in tema di aborto. Nancy Pelosi è intervenuta pubblicamente sulla scelta della Corte Suprema americana di non bloccare la stretta varata dal Texas, che vieta l’aborto già dalla sesta settimana di gravidanza. La  decisione dei nove giudici, la cui maggioranza conservatrice è stata plasmata dall’ex presidente Donald Trump, apre la strada a un possibile, clamoroso rovesciamento della sentenza del 1973, quella che legalizzò l’aborto in America, la ‘Roe contro Wade’

La nuova legge 

Non è la prima e, si teme, non sarà l’ultima. Con l’entrata in vigore dell’Heartbeat Act, il Texas si conferma essere ancora una volta il laboratorio delle politiche più conservatrici d’America e un pericoloso modello per tutti gli altri Stati repubblicani. Il primo settembre è entrata in vigore la nuova legge statale in materia, emanata a maggio (ne avevamo parlato su Luce!, leggi qui l’articolo),che stabilisce che un medico non può eseguire consapevolmente un aborto se c’è un battito cardiaco fetale rilevabile. Battito che appare a circa sei settimane di gravidanza. La particolarità della legge è che consente a qualunque privato cittadino di fare causa a tutti coloro che “aiutino o favoriscano” un aborto illegale, ottenendo sino a 10 mila dollari di danni in una corte civile; via libera dunque, alle associazioni antiabortiste presenti nello stato, ma non solo, a chiunque voglia indossare i panni di ‘poliziotto’ e denunciare medici, staff sanitari delle cliniche, consultori e persino l’autista Uber che porterà una donna in una clinica o in ospedale per abortire. Un’unica eccezione concessa, quella per emergenze sanitarie documentate per iscritto da un medico, ma non per gravidanze frutto di stupri e incesti.

Le reazioni

Mentre ‘esultano’ le associazioni anti abortiste, quelle cattoliche e gran parte degli stati più conservatori d’America, arriva immediata l’ira di Joe Biden, che condanna apertamente la mancata presa di posizione della Corte: “Questa legge estrema del Texas viola apertamente il diritto costituzionale stabilito dalla Roe v. Wade e confermata come precedente per quasi mezzo secolo”. Il provvedimento, prosegue il presidente, “riduce significativamente l’accesso delle donne alle cure sanitarie di cui hanno bisogno, particolarmente per le comunità di colore e gli individui con basso reddito“. Gli fa eco Hillary Clinton, denunciando l’immobilità della Corte suprema, che “col favore delle tenebre, scegliendo di non fare nulla, ha consentito che un bando incostituzionale sull’aborto entrasse in vigore”. Sul tema si sono espresse persino le Nazioni Unite (qui l’articolo), sostenendo che l’Heartbeat Act violi il diritto internazionale, negando alle donne il controllo del proprio corpo e mettendo in pericolo le loro vite. Agguerrite le associazioni, che per giorni hanno manifestato davanti al Campidoglio e alla Corte Suprema, accompagnando le donne americane nel loro grido di protesta. Alexis McGill, presidente della federazione dei consultori americani, ha definito il caso del Texas l’“emblema di una giustizia vigilante”, che vuole controllare ogni cosa. Il Center for Reproductive Rights parla di “legge crudele e illegale”. Da Hollywood, la blogger e attrice Alissa Milano, tra le voci più autorevoli del movimento #MeToo, si è scagliata contro lo “scandalo texano”, mentre la collega Debra Messing ha ricordato come non sia passato ancora un anno dalla scomparsa della giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, icona dei diritti delle donne, e la “Roe v. Wade è stata già spazzata via dal Texas”.
C’è perfino un anonimo americano che su Twitter ha scritto “Abbiamo bisogno di evacuare donne e ragazze dal Texas. I talebani repubblicani stanno imponendo il loro estremismo religioso”. La battuta è rimbalzata migliaia e migliaia di volte sul social network, ripresa e perfino in tv: sulla Msnbc hanno definito “talebana” la nuova misura anche dai media liberal sono arrivate accuse forti alla nuova legge. “Questa decisione – ha commentato invece la Cnn – fa rabbrividire ogni donna di questo Paese, perché la paura è che si usi la legge per aggirare un diritto acquisito”. E il commentatore televisivo, Jeffrey Toobin, ha parlato di “disgrazia assoluta”.

L’aborto negli altri Paesi

Quello dell’aborto non è un problema che riguarda solo gli stati conservatori Usa come Arizona, Alabama, Georgia e Texas (qui la mappa mondiale) E nemmeno, spostandoci in Europa, solo la Polonia, ad esempio, dove lo scorso gennaio è entrata in vigore la norma che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto e che sancisce, in pratica, il divieto quasi totale di interrompere la gravidanza. Di impossibilità di esercitare il diritto di scelta si parla, ormai da qualche anno, anche in Italia. Nel nostro Paese, in teoria, il diritto è garantito dalla già citata legge 194 del codice penale, ma nella pratica l’esercizio è impedito da una massiccia e crescente presenza di medici obiettori di coscienza. “Sette ginecologi su 10 in Italia si rifiutano di applicare interruzioni volontarie di gravidanza. Le conseguenze dei numeri dell’obiezione di coscienza, pur prevista dalla legge 194, si riversano immediatamente sui corpi e nelle vite di centinaia di migliaia di donne ostacolando l’accesso a un diritto conquistato più di 40 anni fa. È certamente la reale dittatura sanitaria”. È quanto dichiarato da Giulia Crivellini, tesoriera di Radicali Italiani e promotrice della campagna ‘Libera di Abortire‘. 

Dai dati dell’ultima Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della legge, che risalgono al 2018, emergono segnali allarmanti: il 69% dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza, cioè si rifiuta di praticare le interruzioni volontarie di gravidanza. In cinque regioni e nella provincia autonoma di Bolzano la percentuale arriva o supera l’80%. Sono inoltre obiettori anche il 46,3% degli anestesisti e il 42,2% del personale sanitario non medico. Per queste ragioni nel 35.1% delle strutture italiane con reparti di ginecologia o ostetricia è impossibile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. “Oggi, dopo più di 40 anni dall’approvazione della legge 194, il diritto delle donne di scegliere è ancora sotto attacco ed è arrivato il momento di tornare a lottare” ha scritto recentemente su Twitter Emma Bonino, invitando a firmare l’appello di ‘Libera di abortire’. “C’è da fare un reset – ha aggiunto la leader di + Europa – ci sono molti modi per boicottare la legge, come le altissime percentuali di medici obiettori e la mancanza di un correttivo che garantisca ugualmente questa libertà. Dobbiamo difendere la 194, migliorarla, renderla adeguata ai tempi e alla società che viviamo. Dev’essere un impegno perché se non facciamo niente rischiamo che un bel giorno ci svegliamo e questa possibilità non c’è più”.

Nel video come è cambiata la legislazione in tema di aborto nel mondo nel corso degli anni (Fonte Center for Reproductive Rights)

Il caso del Messico 

Intanto però, tornando dall’altra parte dell’oceano, arrivano flebili segnali di speranza. La Corte suprema del Messico ha infatti depenalizzato l’aborto con una sentenza storica. Si trattava, in particolare, della legislazione dello Stato di Coahuila, nel nord del Paese, che puniva sia le donne che lo praticavano sia le persone che lo permettevano con il loro consenso, con pene da uno a tre anni di reclusione. I giudici dell’alta corte, dopo una sessione di 2 giorni, l’hanno ritenuta all’unanimità contraria alla Costituzione. “Un momento spartiacque” per tutte le donne, soprattutto per quelle più vulnerabili, ha commentato Arturo Zaldivar, presidente della Corte suprema messicana. “Poiché la decisione è stata raggiunta con una maggioranza che supera gli otto voti (10 a favore e nessun contrario, ndr), le ragioni della Corte sono vincolanti per ogni giudice in Messico, sia federale che locale“, ha sottolineato il massimo organo giudiziario. Il governo di Coahuila ha inoltre rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui afferma che la sentenza avrebbe effetti retroattivi: qualsiasi donna imprigionata per aborto deve quindi essere rilasciata “immediatamente”.

La sentenza di ieri è in netto contrasto con la legge entrata in vigore nei giorni scorsi in Texas, con il quale lo Stato di Coahuila confina. “È la prima volta che la corte va dritta al cuore della questione” sulle restrizioni all’aborto, ha affermato Rebeca Ramos, direttrice di GIRE, un’organizzazione che tutela i diritti riproduttivi. “In questo caso specifico è se la criminalizzazione, considerando l’aborto volontario nelle prime fasi della gravidanza un crimine, sia costituzionale – ha aggiunto -. Ciò che è stato stabilito è che non è costituzionale perché colpisce una serie di diritti umani“.