Luana, morta in fabbrica a 22 anni, è il simbolo di una generazione perduta e ignorata. Mentre la politica resta indifferente

La giovanissima mamma morta a Prato era felice del suo lavoro perché, come racconta la madre, "la rendeva libera". Oggi è il simbolo di una generazione doppiamente colpita: prima dalla crisi economica e poi dal Covid

Luana aveva 22 anni e aveva un bambino. Voglio scrivere anche che era bella, pure se qualcuno storcerà il naso, già lo so: che c’entra che fosse bella? Nulla c’entra. Nulla. Però è proprio così: Luana era davvero bella.
Aveva avuto un bambino a 17 anni, poi si era ritrovata presto sola, e alla fine aveva lasciato la scuola. Da qualche mese lavorava in una fabbrica tessile, a Prato. Sua madre oggi racconta che di quel lavoro era felice, Luana, perché la faceva sentire libera. Così ha detto: libera.
Ieri mattina il suo corpo è stato risucchiato dai rulli (leggi l’articolo) dell’orditoio a cui era addetta, e i vigili del fuoco per liberarla ci hanno messo due ore.
A casa di Luana, dove c’era sua madre col piccolo di 5 anni, sono andati due carabinieri: Signora, non sappiamo come dirglielo, sua figlia è morta.
Ho scoperto ieri cosa sia un orditoio: è la macchina che crea  la trama dei tessuti. I fili dell’ordito vengono sistemati ben tesi sui subbi, che sono grossi rulli di metallo, poi i subbi sono caricati sui telai. Luana è finita stritolata in quei subbi, a 22 anni.

Adesso potrei ricordarvi dei giovani che perdono il lavoro, potrei parlarvi di quelli che probabilmente non lo troveranno mai, potrei snocciolarvi i soliti dati istat, che fanno impressione a leggerli perché parlano, numeri dopo numeri, percentuali dopo percentuali, di una generazione travolta dalla crisi economica prima, dal Covid poi. Una generazione perduta nella sostanziale indifferenza di un’intera classe politica, di un’intera classe dirigente. Da anni. Oggi, al posto dei soliti numeri che durano il tempo di un titolo su un giornale, c’è un viso e c’è un nome: Luana.

E allora, ve lo dico: non se ne può più di sentir crocifiggere i giovani, di vederli bersaglio di ogni critica del politicamente corretto. Li chiamano smidollati, sdraiati, ignoranti, fancazzisti. C’è un’intera letteratura, un’intera massa critica benpensante che punta il dito contro i ventenni e i trentenni, ritenendoli implicitamente responsabili della disoccupazione dilagante, della mancanza di opportunità, dell’assenza di prospettive. Ebbene: non è loro, la colpa.
Fatevene una ragione, una volta per tutte.