Luca Cotrozzi, il paralimpico che batte i normodotati: “Meglio perdere, che vedere l’avversario non lottare per sensi di colpa”

Luca Cotrozzi, 24 anni, pisano tesserato per una squadra di Lucca non si limita alle gare di tennistavolo fra atleti con disabilità. " Voglio che i normodotati mi considerino alla pari: mi sento umiliato se l'avversario non gioca al massimo, ma anche se con malizia cerca di approfittare delle mie difficoltà"

Luca Cotrozzi durante un incontro di tennistavoloE’ molto meglio perdere, che vedere l’avversario non lottare perché si sente in colpa”. Parole e musica di Luca Cotrozzi, atleta paralimpico di tennistavolo che – come molti suoi colleghi della racchetta – si confronta (perché è forte…) anche con i normodotati nei campionati Fitet, la federazione dei pongisti appunto. Perché in questo sport è del tutto ‘naturale’ che ragazzi o ragazze, adulte o adulti in carrozzina o con gravi disabilità siano tesserati con una società agonistica e giochino insieme e contro gli atleti senza alcun problema fisico.

E’ la forza e la bellezza di una disciplina che tutti, da amatori, hanno praticato almeno una volta nella vita (al mare, all’oratorio, al bar, al circolo, nel garage dell’amico, nel giardino della nonna e via elencando in una serie infinita di luoghi dove si può installare un tavolo con la retina), senza mai entrare in una palestra dove si può capire che è uno sport a tutti gli effetti. “Mi arrabbio un po’ quando lo chiamano ping pong” confessa Luca Cotrozzi, studente universitario classe 1997, nato a Pisa ma lucchese di residenza e società. Per il Tennistavolo Villaggio Lucca difende i colori paralimpici in tutta Italia ormai dal 2012, oltre ad aver messo a referto quattro campionati regionali Fitet di D3 e tre di D2. Con i normodotati appunto.

Tra l’altro Luca, gioca in piedi anche se – causa un problema durante il parto – è impossibilitato a muovere adeguatamente tutta la parte sinistra del corpo, gambe e braccia. “Tecnicamente sono un Classe 6, ovvero con la disabilità più accentuata tra i ‘non in carrozzina’. E tecnicamente mi appoggio alla parte destra del corpo: ad esempio alzo e colpisco la pallina sempre con quella mano per effettuare il colpo del servizio”. Oggi, con l’esperienza di un veterano, Luca affronta lo sport e la vita a viso aperto. “Non avrei mai pensato di arrivare dove sono quando con mio babbo iniziammo a giocare su un tavolino di legno improvvisato; ecco, quello era davvero ping pong… Ma poi ci hanno pensato i miei istruttori Paolo Casini (l’attuale coach) e Gastone Malavasi”.

Luca Cotrozzi al computer di casa (foto Alcide)

Hanno lavorato anche a livello mentale nella società guidata dal presidente Claudio Frediani. “Io so benissimo di partire svantaggiato ma, al tempo stesso, sono consapevole di cosa posso fare. Non voglio avere come unico pensiero quello di vincere. Certo, voglio vincere, ma non sono assillato dal successo. So che devo accettare una disparità durante il gioco. Prima mi arrabbiavo un po’ quando vedevo che l’avversario ‘sporcava’ il match per battermi, magari mandandomi a destra e sinistra per farmi perdere l’equilibrio”. Perché Luca, con il suo rovescio anticipato e un gioco assai rapido, difficilmente regala punti. “Tutti e due i giocatori hanno un obiettivo comune: vincere. Ma uno solo ci riesce. Vede, se non c’è malizia non me la prendo troppo quando un avversario fa di tutto per battermi. Anzi. Fa parte dell’intensità del confronto”. 

Macina palleggi, allenamenti, schemi. Anche nel periodo di Covid, Luca non trascura affatto la palestra dove si allena quasi sempre con il suo compagno-amico Roberto Rossi. Normodotato. Non come gli altri avversari-colleghi che l’atleta toscano incontra nell’intensa (periodo della pandemia escluso) attività paralimpica nazionale. “Ricordo il primo torneo a Torino come se fosse oggi. Ero emozionatissimo. Una volta sceso sul parquet, mi ritrovai in un ambiente incredibile: accogliente prima di tutto, ma anche ignoto. Mai avrei pensato di incontrare, tutte insieme, così tante persone con disabilità diverse. Quel giorno ho aperto una finestra su altre vite, su altri modi di vivere. Eravamo tutti contro, ma anche tutti insieme. Da quel momento ho avuto voglia di capire di ancora di più, di confrontare la mia con la curiosità altrui. Incrociando esperienza ed emozioni: l’approccio migliore per non sentirsi inadeguati nella diversità”.