L’ultimo volo dell’araba fenice: l’assolo di Federica Pellegrini alla quinta Olimpiade. “Un viaggio incredibile, chiuso con il sorriso. Sono felice”

Al Tokyo Aquatics Centre la Divina ha disputato l'ultima finale internazionale della sua carriera, la quinta olimpica. Mai nessuna nuotatrice c'era riuscita prima, nella stessa specialità. Dopo 'i suoi' 200 stile libero l'emozione dell'addio. Un viaggio che profuma di cloro, dagli esordi all'Olimpo delle leggende dello sport

 

C’è qualcosa di ineluttabile e bellissimo, nostalgico e allo stesso tempo inevitabile come un segno del destino in queste parole:

“È stato un viaggio incredibile… bellissimo e difficile… Sono fiera di me, di come sono cresciuta e della donna che sono diventata negli anni!! Ho preso a pugni il mondo (anche me stessa a volte) per tanto tempo, per tanti anni, lottando sempre fino all’ultimo centimetro di acqua disponibile!!! Sono felice veramente felice oggi!! Era l’ultimo 200 che volevo, in un’altra finale olimpica!! Ho dato tutta la mia vita a questo sport e ho preso tutto quello che volevo e anche di più!! Grazie a tutte le persone che mi hanno tifata e sostenuta in questi anni. Grazie alla mia famiglia (il mio cuore pulsante). Grazie al mio staff che non ha mai mollato come me!! #inpeacewithmyself”

ANSA

Per raccontare chi è Federica Pellegrini si potrebbe iniziare con “c’era una volta” perché questa storia è come una favola. C’è tutto: un viaggio, o meglio un’avventura, tanti draghi da sconfiggere (uno ce l’ha pure disegnato sulla caviglia, il primo tatuaggio) un sogno da inseguire. Ma invece di un principe o di un eroe, la protagonista è una ragazzina che a 16 anni comincia il suo viaggio verso l’Olimpo. Un viaggio tra mille ostacoli, avversarie, lacrime e sconfitte, ma lungo una via costellata soprattutto dai successi e dai record che lei stessa ha saputo costruire.
Federica è stata e sarà ancora a lungo la più grande nuotatrice italiana di tutti i tempi. Quella ragazzina di Verona, oggi, è diventata una donna. Ed è entrata nella storia dello sport, del suo sport, il nuoto. E in una notte d’estate italiana, mattina giapponese, la Divina, com’è chiamata e considerata da decenni, ha nuotato i suoi ultimi 200 stile libero nella quinta finale olimpica consecutiva, unica donna ad esserci mai riuscita. Il canto del cigno di una carriera incredibile, o come ci piace pensare, l’ultimo volo di quell’araba fenice che porta incisa sulla pelle, che la rappresenta. Pronta però a rinascere sotto un’altra forma.

Una vita di successi

Nessuno, nel caso parlasse di Federica Pellegrini, potrà mai dire “se non la conosceste…”. Di Fede, come tutti gli appassionati di questo sport amano chiamarla, tutti hanno sentito parlare almeno una volta nella vita. Incarnazione emozionale dello sport alla sua massima espressione,
atleta dalla dedizione unica, tenace, determinata, pronta a tutto. Anche a passare sopra chi, negli anni, l’ha data più volte per spacciata o finita, indenne alle accuse dei detrattori per le sue scelte extra sportive, sorda agli attacchi perché immersa in quell’acqua della piscina che, per la Divina, è diventata ossigeno puro. Uno stile davvero libero il suo, costruito su di sé, infallibile e allo stesso tempo elegante. Imitato, studiato, ineguagliabile. Un po’ come lei, predatrice insaziabile dentro la vasca, affascinante e bellissima in passerella o in tv, le sue ‘altre’ passioni.

Due medaglie ai Giochi, dall’argento della rabbia a Atene 2004, quando appena 16enne raggiunse quel podio inaspettato alla vigilia, all’oro del riscatto e della consacrazione nella vasca di Pechino quattro anni dopo. Undici mondiali, unica nuotatrice a salire per otto volte sul podio iridato nella stessa distanza, quei 200 stile libero di cui resta la regina e primatista, con l’1’52″98 nella vasca del Foro Italico nei Mondiali si casa. E ancora, venti medaglie agli Europei, di cui sette del metallo più prezioso, conquistate in gara individuale e nelle staffette, ventitré podi internazionali in vasca da 25 metri, 180 titoli italiani. Sono numeri da capogiro, che solo in parte raccontano la storia di questa atleta.
Ha infranto la barriera del tempo, stabilendo 11 record mondiali. Alle Olimpiadi nipponiche, tanto attese proprio perché le ultime, “lasta dance baby” come ha scritto la Pellegrini sul suo profilo Instagram, è diventata la prima donna della storia a partecipare a cinque diverse finali di una stessa specialità. Come lei solo il più grande di tutti, l’americano Michael Phelps. Campionessa mondiale dei 200 e 400 stile libero sia nel 2009 sia nel 2011, unica allora capace di vincere consecutivamente il titolo in entrambe le distanze in due diverse edizioni della manifestazione. E quel settimo posto a Tokyo 2020+1, che in effetti, ha tutto il sapore di una vittoria. L’ennesima. L’ultima.

I problemi fisici e la morte di Alberto Castagnetti

Si sa che nelle favole, com’è quella di Federica, prima del lieto fine spesso ci sono prove da affrontare e anche momenti dolorosi. Così è stato anche per lei. “C’è stato un periodo della mia vita intorno al 2005-2006 in cui ho avuto qualche problemino di natura alimentare – ha rivelato molti anni dopo – Non ero anoressica, vomitavo. Bulimica sì… nel senso che è una cosa sfiorata… non è durata per fortuna tanto perché ho cercato subito aiuto, però, insomma, l’ho fatto qualche volta, purtroppo sì”. Un rapporto difficile con il proprio corpo, la trasformazione da adolescente a donna, la lontananza dalla famiglia e, soprattutto, i riflettori puntati su quella giovane e fortissima campionessa. gli ingredienti c’erano tutti, per far saltare il banco. Poi però, l’arrivo a Verona alla corte di Alberto Castagnetti e quell’impresa incredibile che l’ha portata ad essere la più grande di tutte: l’oro nei 200 stile libero ai Giochi del 2008. Ma quello che sembrava il coronamento di un sogno e l’inizio dell’ascesa, diventa ben presto un’incubo.

Federica Pellegrini con Alberto Castagnetti, scomparso a ottobre 2009, e Paolo Barelli, presidente della Federazione italiana nuoto

Arrivano infatti gli attacchi di panico, che per un po’ hanno reso difficile la sua vita in vasca. “Il primo l’ho avuto a novembre 2008 durante un meeting italiano. Questa cosa è nata anche per un problema fisico: infatti ho scoperto di essere asmatica e sotto sforzo respiro molto meno”. Un disagio cresciuto dentro di lei, come una goccia di inchiostro che, pian piano, si mescola con l’acqua fino a confondersi completamente con essa, inscindibile. Si trattava di “piccole crisi d’ansia” legate, come lei stessa ha spiegato, “alle batterie dei 400 di Pechino, dove andai così forte che mi sembrò di morire. Da allora, ai blocchi per gare superiori ai 200 la testa vaga per conto suo, non riesco a controllarla”. Dopo un lungo periodo di crisi, affrontato con l’aiuto dello psicologo e il supporto di familiari e staff, la Pellegrini ha sconfitto anche quel mostro, nel modo che le riesce meglio: in vasca, nuotando. Ed ecco l’oro, con record del mondo – prima donna a scendere sotto i 4 minuti – proprio in quei sofferti 400 stile.

Ma il più grande dolore doveva ancora arrivare: a ottobre la morte di Castagnetti, l’allenatore ‘secondo padre’ che nel 2006 dopo il forfait in vasca lunga agli Europei la prese letteralmente “per i capelli” per portarla ad allenarsi con lui. “Grazie a lui sportivamente parlando sono rinata. Poi negli anni è nato anche qualcos’altro che purtroppo non è durato molto”, ha dichiarato più volte commossa. “Era il mio mentore e non sapevo a chi affidarmi. Le sicurezze che mi ha dato lui in allenamento ho provato a cercarle per tanti anni”. Anni in cerca di una guida, affidandosi prima a Stefano Morini, poi per ben due volte a Philippe Lucas, in passato già allenatore di Laure Manaudou, sua storica rivale. Fino all’ultima ‘rottura’ e alla scelta di quello che, forse solo dopo Castagnetti, è riuscito a renderla veramente “la più grande di tutte”: Matteo Giunta.

Federica insieme all’allenatore e compagno Matteo Giunta

“Nella mia carriera ho cambiato tanti tecnici – aveva detto qualche mese fa in un’intervista – Matteo è una persona salda, che per me è fondamentale. Lui non mi ha cambiata, ma è arrivato in un momento della mia vita un po’ turbolento a calmare le acque”. E con Matteo è nato anche l’amore, dopo le lunghe relazioni con i compagni e colleghi di nazionale Luca Marin e Filippo Magnini. Una coppia che i più avevano ipotizzato, ma mai rivelata fino alla fine. Dopo la finale a Tokyo, infatti, è arrivata la conferma: “Se non ci fosse stato Matteo, molto probabilmente avrei smesso qualche anno fa –  ha esordito di fronte alle telecamere, visibilmente emozionata – È stato un grandissimo allenatore ed un compagno di vita speciale, e spero lo sarà anche in futuro”.

Come se non bastasse, però, nel cammino acquatico della Pellegrini ci si è messo di mezzo anche il Covid. A ottobre 2020 la positività, proprio prima di partire per l’International Swimming League. Le lacrime sui social, il dolore, ancora. Virus superato ma che ha lasciato i segni: “Ho visto che non è facile recuperare del tutto da questa malattia. Lascia molta stanchezza, anche i medici dicono che quando riprendi a nuotare non bisogna spingere al massimo da subito”. Ma lei non ci sta, non riesce ad abbandonare così la sua squadra, gli Aqua Centurions: “Io non ho fatto la brava, perché dopo una settimana (dalla negativizzazione, ndr) ero alla Isl a Budapest a fare le gare. Era normale che fosse così, ho voglia di mettermi in gioco indipendentemente da tutto”.

L’ultimo giro di giostra

Non si chiude con la medaglia, non è stata la più bella gara disputata né il miglior tempo nuotato. Ma basta guardarla uscire dall’acqua, con le lacrime agli occhi, lei e noi, incollati alla tv, per capire che quel viaggio, iniziato bambina nel 1995 alla piscina Serenissima di Verona, si è concluso nel migliore dei modi. “È il mio ultimo 200 a livello internazionale, giusto a 33 anni, è il momento migliore. Sono fiera di essere stata capitana di questa nazionale negli ultimi mesi, sono cosciente di lasciare una squadra mai stata così forte“. Una squadra giovane, cresciuta in gran parte sulle sue orme, alcuni persino troppo piccoli per ‘esserci’ durante le sue prime imprese, nel 2004. Ma che in lei hanno visto una capitana, un modello, un’ispirazione. E una motivatrice, che ha sempre dato tutto per i suoi compagni e per i colori italiani.

Ognuno di noi è chiamato a scrivere le pagine della propria vita, della propria storia. E Federica ne hai scritte tante, tantissime, bracciata dopo bracciata, portando avanti tutti i valori dello sport, come atleta e come donna. Ha saputo dimostrare che in vasca non esistono le disuguaglianze si è battuta e si batterà per questo (anche per questo si è candidata come rappresentante degli atleti al Cio), perché almeno dentro l’acqua si annullino quelle differenze che fuori, ancora, prevalgono sull’inclusione. Per noi di Luce! è stata la prima sostenitrice, con la sua lettera (potete leggerla qui) in cui spronava chiunque, al di là delle diversità, a inseguire i propri sogni: “Sarebbe bello che il mondo dello sport, il mio mondo, fosse in prima linea da questo punto di vista”.

Lei al nuoto ha dato tutto: testa, corpo e anima. Diciassette anni racchiusi in 200 metri di bracciate in grande stile, di gare emozionanti, di sudore, lacrime e sorrisi. Come l’ultimo, il più bello di tutti.

“Di solito non entro sorridendo e non esco sorridendo dalla vasca. Oggi è stato tutto bello, anche mentre nuotavo non si vedeva ma sorridevo“. E tutti, davvero tutti, sorridevano con Fede, che sei entrata negli occhi, nel cuore, nella pancia di milioni di tifosi, italiani e stranieri, con le tue imprese, ora lo possiamo dire, leggendarie. Ci mancherà, Federica Pellegrini, la Divina. Ma saremo pronti ad accompagnarla nella sua ennesima rinascita, perché siamo sicuri che in futuro, quelle “tantissime cose da fare”, ci regaleranno ancora grandi emozioni.