Ma i diritti sono di destra o di sinistra? Idee a confronto

Abbiamo fatto questa domanda a Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura nella giunta di centrosinistra di Firenze, e a Elisa Serafini, ex assessora alla Cultura nella giunta di centrodestra di Genova. Le loro idee a confronto

L’assessore alla Cultura di Firenze Tommaso Sacchi

“Caro Letta, facciamo del Pd la casa dei diritti”

 

Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura nella giunta di centrosinistra del Comune di Firenze: “Caro segretario Letta, penso che davvero questo sia il momento in cui il Pd può pensare seriamente a uno scatto in avanti”

 

Premessa doverosa: non sono iscritto al Pd, non sono iscritto al alcun partito, ma da sempre lavoro e mi ritrovo nel centrosinistra e da due anni faccio parte della giunta di centrosinistra del Comune di Firenze, scelto dal sindaco Dario Nardella come assessore alla cultura, moda, design e relazioni internazionali, dopo averlo affiancato per cinque anni come responsabile del suo gabinetto culturale nel precedente mandato.

L’anno pandemico ci ha forzato a riflettere e a rivedere in alcuni casi anche completamente le nostre abitudini consolidate, le nostre convinzioni, il nostro modo di vivere e di approcciarsi al futuro. Interi settori economici purtroppo sono stati spazzati via, altri ne sono nati. Abbiamo imparato a riunirci su zoom e ci siamo abituati ai consigli comunali in diretta su YouTube. Anche la fruizione culturale è (purtroppo) mutata e discutiamo di come farla ripartire presto e dal vivo. Lo stesso vale per la scuola, che in tutti i modi possibile vogliamo mantenere aperta e sicura.

Uno scatto in avanti

Ma ritenere che tutto questo anno difficilissimo se ne andrà – speriamo il più in fretta possibile – senza lasciar traccia è ingenuo. Torneremo a riabbracciarci, come sostenevamo giusto un anno fa, quando cantavamo increduli e smarriti dai balconi? Ma non sarà così scontato né automatico. Il forzato distanziamento sanitario ci ha lentamente abituati al distanziamento sociale. Riabituarci all’altro, alla sua presenza fisica, al contatto vero e non virtuale con il lavoro, gli amici, l’amore, sarà sempre più difficile. E a rimetterci prima di tutto sarà chi è più debole, più isolato, meno tutelato.

Credo che sia questo il momento di uno scatto in avanti da parte della politica anche su questi temi, e per logica conseguenza del mio percorso non posso che rivolgermi al Pd e al suo nuovo segretario Enrico Letta.

Nel suo discorso di insediamento, lo scorso marzo, Letta ha parlato tra le altre cose moltissimo di giovani, diritti, inclusione. Temi non sempre al centro dell’agenda politica italiana.

Pensiamo agli episodi degli ultimi giorni. A Roma due giovani uomini vengono aggrediti perché si baciano. A Castelfiorentino una ragazza viene cacciata di casa perché confessa ai genitori la sua omosessualità. Guardando all’estero: è rimbalzato per molti giorni sulla rete lo sgarbo istituzionale e maschilista del presidente turco verso Ursula von der Leyen. Il DDL Zan non è stato ancora calendarizzato. Andando indietro nei mesi e allargando il campo: non abbiamo dimenticato gli insulti sui social a Liliana Segre, o il razzismo quotidiano nei confronti di cittadini con la pelle di un colore diverso dal nostro.

Sbagliamo a relegare questi episodi a casi isolati. Sono fatti gravissimi che si ripetono con una frequenza preoccupante. Bisogna prendere coscienza del fatto che esiste una parte della società che troppo spesso fa fatica a scrollarsi di dosso vecchi e ingiusti stereotipi rendendo più lento e in salita il cammino verso una vera parità dei diritti, siano essi quelli delle donne piuttosto che delle minoranze etniche, o delle persone lgbtq+.

I giovani attratti dalle idee, non dagli ideali

Caro segretario Letta, penso che davvero questo sia il momento in cui il Pd può pensare seriamente a uno scatto in avanti e porsi, come è giusto che sia, come grande casa dei diritti.

Una casa dove i giovani possano riconoscersi e sentirla propria, una casa dove sia possibile confrontarsi sui temi che stanno loro a cuore.
La politica vecchio stile non può più far presa sulle giovani generazioni, che basano il loro voto sulle idee che sentono circolare più che sui caminetti, sul Paese reale che vedono più che sulle alchimie. Insomma, credono (crediamo) più in una politica delle idee concrete che in quella degli ideali astratti.

Il segretario ha improntato queste prime settimane a un ascolto dei territori, a partire dai circoli e dalle città. Perché allora proprio nelle città non far nascere circoli, anche solo virtuali per il momento, dove far manifestare la politica dei diritti civili, dove dar voce e ascoltare una generazione che troppo spesso non si sente rappresentata?

Si dice spesso che il Pd non ha paura del confronto. Questa potrebbe essere l’occasione di dimostrarlo in modo molto concreto. Se non vogliamo perdere un’intera generazione.

 

 

Elisa Serafini

“Né di destra, né di sinistra, i diritti sono conquiste di tutti per migliorare il mondo”

 

Elisa Serafini, fino al 2018 assessore alla Cultura nella giunta di centrodestra al Comune di Genova: “Le principali conquiste sono state raggiunte grazie a giudici, volontariato, media, Europa, nel lassismo della politica”

 

Le battaglie per i diritti e le libertà civili possono rappresentare un’esclusiva di chi si definisce “di sinistra”? Questa è stata una convinzione diffusa nell’opinione della classe politica italiana, e, spesso, anche sui media. Una dimensione limitata, e con il paradosso di risultare essa stessa poco inclusiva, ma che rispecchia una storia politica che, da destra a sinistra, si è impegnata sempre troppo poco sui temi delle libertà civili, lasciando spazio ad ambiguità, vuoti culturali e politici. Così quando a poco più di vent’anni, raccoglievo le firme al gay pride a supporto del ddl DICO (i patti di convivenza per le coppie omosessuali), o per la legge sul testamento
biologico, nessuno si chiedeva che tipo di visione politica o partitica sostenessi. Lo si dava per scontato, spesso sbagliando. Il termine che utilizzavo per definirmi era “liberale”, avevo letto i testi di Mill, Locke, Voltaire e
mi affascinava l’idea di una società aperta e tollerante.

Quelle conquiste grazie a tribunali, associazioni, Europa

Le mie posizioni erano e sono più vicine ad un mondo che dava per scontata la promozione dei diritti civili come punto di partenza di qualunque democrazia. Punto di partenza che però, in Italia, non c’è praticamente mai stato. Così, come cittadina, ho portato avanti per alcuni anni mia attività politica in quello che all’epoca era definito “centrodestra”, ma dove militavano protagonisti che oggi siedono in tutt’altri contesti politici. A riprova del fatto che le battaglie per l’inclusione mancavano dall’una e dall’altra parte. In mancanza di una politica attiva su questi temi (a parte la fondamentale legge sulle Unioni Civili), la storia dei diritti civili l’hanno fatta i tribunali, le associazioni (come l’Associazione Luca Coscioni), le istituzioni europee ed internazionali. Grazie a loro possiamo contare oggi su una legge più inclusiva per quanto riguarda la procreazione medicalmente assistita e il biotestamento e molto altro.

L’avanguardia inglese

Negli anni, non grazie alla politica, ma probabilmente grazie ai media, il Paese ha iniziato a mostrarsi più aperto verso i temi dell’inclusione, della libertà e della sostenibilità, seguendo le orme di altri cugini europei, che sui temi di diritti civili non facevano distinzioni politiche, come nel caso di David Cameron, che per primo approvò la legge sul matrimonio egualitario nel Regno Unito. La storia delle democrazie dimostra che libertà e diritti non possono essere considerate battaglie di destra o di sinistra, ma semplicemente, azioni associate al miglioramento delle condizioni di una civiltà. Nell’ambito della scienza politica, il compito di uno Stato viene definito come quello di garantire la sicurezza, la libertà, la proprietà di un cittadino. Dopo questi tre livelli “base” di sostegno, viene tutto il resto: la possibilità di autodeterminarsi, la possibilità di essere felice, di essere tutelato.

L’individuo grande minoranza 

In un mondo sempre più globalizzato, dove proprio lo scambio tra popoli e persone ha creato ricchezza, opporsi all’interazione libera e volontaria tra popoli e persone, che sia in ambito economico o sociale, è semplicemente fuori dal tempo. Anche per questo motivo quando mi chiedono quale sia il mio pensiero politico, rispondo che è molto semplice: credo nella libertà declinata in ogni sua forma. Credo che l’individuo sia la più grande minoranza del mondo e che non debbano esistere discriminazioni basate su condizioni (genere, orientamento, stato di salute) e scelte (ideologia politica, religione ecc..) che non danneggiano la libertà altrui.
Credo che l’immigrazione sia un fenomeno sociale ma anche economico, e che opporvisi per ragioni ideologiche non fa solo male alle persone, ma all’intero Paese. Credo, insomma, che potremo scommettere su un miglioramento delle nostre condizioni solo se riusciremo a comunicare alla classe politica quanto “avanti” sono i cittadini, rispetto alle stesse istituzioni, riguardo al tema dell’inclusione e delle libertà. Accendendo una luce su storie e persone che oggi possono diventare testimoni e protagonisti di questi diritti, di queste libertà.