“Mamma, non mangio più”. Il Covid e l’adolescenza interrotta

All'ospedale pediatrico Meyer 21 casi nei primi due mesi del 2021, contro uno solo dell'anno precedente. Una madre: "Mia figlia, dolcissima e intelligentissima, finita nel tunnel". Il primario: "Fondamentale la prevenzione, intervenire al primo segnale". La psichiatra infantile: "Hanno inciso la dad e lo stop alle attività motorie e sportive"

La goccia scava la pietra, dicevano i latini. Oggi c’è invece un dolore sordo, velenoso e invisibile – figlio di tempi già balordi, resi poi superfragili dalla pandemia – che affonda come una lama calda nell’anima di gomma di migliaia di ragazzini. Di colpo soli, seppur connessi con il mondo. Storditi, ovattati. Il pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze è il termometro di un dramma sommerso: sono aumentati del 17% nel 2021 gli accessi per disturbi mentali degli adolescenti.  Ad attirare l’attenzione dei professionisti sono i dati del primo bimestre, confrontati con quelli dello stesso periodo di un anno fa, prima che scoppiasse la pandemia: se tra gennaio e febbraio 2020 c’era stato un solo accesso al pronto soccorso per disordini alimentari, nei primi due mesi del 2021 i casi sono saliti a 21; un incremento notevole, determinato per lo più da adolescenti che lottano contro l’anoressia, patologia che richiede ricoveri spesso lunghi, di un’assistenza specifica, molto delicata, personalizzata e un grande impegno da parte dei professionisti. L’incremento dei dati riguarda anche giovani che chiedono aiuto dopo aver avuto pensieri autolesionistici, spesso per quella che i medici chiamano “ideazione suicidaria“: il desiderio di non andare più avanti. Tra gennaio e febbraio 2021 sono stati già 11 i casi presi in carico dal Meyer, rispetto a uno solo di un anno fa. E il trend, temono gli specialisti, è destinato ad aumentare.

 

“Mia figlia pesava trenta chili e rifiutava pure l’acqua”

 

“Mamma, non posso mangiare. Perché ho un nodo qui, alla gola”. La sua bambina, 13 anni e un balcone affacciato sulla vita che un giorno è sparito perché le dita dei suoi piedi si erano fatte di pastafrolla e non spingevano più su, verso la luce e la vita aveva preso a lasciare la forchetta lì dov’era, a mettere in bocca giusto qualche pezzetto di biscotto qua e là, a non aprire più la porta di camera dove se ne stava chiusa in silenzio per giorni.

Aveva chiuso la porta a quella vita, assorbendo come un pezzo di carta su un tavolo bagnato ansie e paure di una pandemia che stava stravolgendo il mondo, che aveva abbassato la saracinesca del negozio del babbo parrucchiere, spento la musica dell’orchestra in cui suonava, trasformato la scuola sua e dei suoi amici in qualcosa di zoppicante e digitale, lontanissimo. Mia figlia, dice questa mamma della provincia toscana, è “dolcissima, la più dolce”, “intelligentissima, più dei ragazzi della sua età, mi creda”. Eppure “era infilata in un tunnel cieco e privo di ragione”, dove combatteva con i suoi trenta chili scarsi e quella fame di vita che non c’era più. “Dirle ‘tesoro mangia’ non serviva a niente, perché l’anoressia non è un capriccio ma una malattia vera che solo gli specialisti possono curare” dice la mamma. Così “quando la mia bambina ha smesso anche di bere l’acqua non c’è stato altro da fare che  ricoverarla all’ospedale della nostra città, perché al Meyer di Firenze non c’era posto per almeno dieci giorni. Dieci giorni di tubicini che le hanno causato anche una una tromboflebite al braccio”.

Poi la salvezza. Si aprono le porte dell’ospedale pediatrico e la piccola inizia piano piano “dalla sua ferita a vedere una feritoia di luce. Pasti assistiti, quelle parole dolci e chirurgiche dei medici, le piccole complicità con gli altri ragazzini ricoverati, “oggi amici di vita”. “Chi soffre di DCA ha bisogno di cure immediate e specifiche, ha bisogno di essere visto e ascoltato, perché questo dolore non si sceglie, capita. E quando succede stravolge tutto, come un uragano in tempesta – racconta la mamma della nostra piccola amica – Nessuno ne è immune, noi siamo una famiglia normalissima come tante altre, eppure ci siamo trovati il 26 maggio dello scorso anno con nostra figlia di 13 anni ricoverata per anoressia  nel reparto di neuropsichiatria infantile del Meyer.

Il percorso è stato devastante all’inizio, vedere una ragazza che è sempre stata felice e contenta della sua vita che piano piano sparisce dietro ai suoi chili è un’esperienza che ti cambia per sempre. Il DCA si scopre poi piano piano che è un sintomo e il cibo il modo scelto per comunicare un malessere profondo, qualcosa che rimane dentro e che non si riesce a far uscire a parole. Nei 5 mesi tra ricovero e day hospital ne ho sentite tante di storie, tutte diverse, ma con una cosa in comune, un grande dolore dentro una grande sensibilità , fatto a volte da episodi di bullismo, di isolamento, di sofferenze familiari, di traumi che hanno preso la forma della paura del cibo. Per questo è così importante la cura immediata”.

 

Il direttore del Meyer: “Fra 12 e 18 anni la fascia a rischio”

 

“Già dal 2014 avevamo registrato un aumento generale di disturbi di natura psichica nel mondo adolescenziale. Quindi oggi, in un trend di generale aumento di casi, abbiamo osservato qui da noi un picco che ci ha molto allarmato”. Non gira intorno al problema il direttore generale del Meyer Alberto Zanobini. C’è un fenomeno di disagio forte tra i giovanissimi che non può essere taciuto. Calano drasticamente gli accessi generali al pronto soccorso ed esplodono invece quelli di natura psichica.”Nello spettro di disturbi vari, dall’ansia fino ai tentativi di suicidio e autolesionismo, abbiamo calcolato un aumento del 17% dei casi. Ci siamo messi così in contatto in Rete con gli altri ospedali italiani e europei e abbiamo registrato lo stesso fenomeno”.

Da qui grido d’allarme, perché “questo fenomeno è un’emergenza nell’emergenza”. “Se non affrontiamo in tempo questi casi – dice Zanobini – rischiamo di trovarci in futuro adulti con disturbi cronici”.

Chi soffre di più in questa fase storica? “Si parla della fascia dai 12 a 18 anni, storicamente età critica perché c’è il passaggio dal pediatra al medico di famiglia”, una zona grigia dove molti ragazzi ancora non sono presi in carico dal sistema sanitario nazionale. Dice Zanobini che “i disturbi del sistema alimentare sono in aumento davvero significativo, insieme ai pensieri suicidari” e questo “porta a un aggravio per gli gli ospedali pediatrici perché sono problemi che comportano ricoveri medio-lunghi”. L’importanza della prevenzione è fondamentale. “Abbiamo lanciato un allarme forte alle istituzioni: bisogna  agire prima. Servono adesso risposte forti, perché quella che arriva al pronto soccorso è solo la punta di un iceberg di problemi molto diffusi che per resistenze culturali, molto spesso culturali, non vengono alla luce prima”.

 

La psichiatra dell’infanzia: “Scuola, la prima sentinella”

 

“Non abbiamo ascoltato i nostri ragazzi. Dovevamo intervenire prima. Ma è mancata la sentinella scuola, i presidi del territorio…”. La responsabile del reparto di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Meyer Tiziana Pisano inquadra così il problema di questi mesi.

“Perché è successo questo? Le risposte vanno ricercate anche nell’isolamento di quest’anno. Pensiamo alla Dad per la scuola, per esempio… Ma se all’inizio non abbiamo visto grandi cambiamenti poi, a lungo andare, dopo il primo lockdown, venendo meno la condivisione di emozioni con gli amici, lo stop dello sport e delle attività sociali, l’isolamento in un’età già complicata di suo, sono emerse varie problematiche. Spesso i pensieri suicidi e i disturbi dell’umore, magari con sintomi diversi rispetto all’età adulta, rappresentano sintomi di una vera e propria depressione. Servono gli specialisti. Le famiglie non bastano ma hanno comunque un ruolo fondamentale sia prima che dopo la degenza, mantenendo i contatti con noi”.