“Mamma, sono Cora”. Storia di un bimbo che si sentiva bambina: famiglia e scuola lo hanno aiutato a diventare ciò che è

A cinque anni confidò alla madre, poi al padre di non essere quello che il suo corpo indicava. I genitori, il fratellino, la nonna, i servizi sanitari hanno accompagnato il suo cammino senza procurargli danni psicologici. Poi è stata la volta dei compagni di classe, ad accoglierla con naturalezza. La storia di Cora è narrata nell'ambito del festival internazionale di fotografia Cortona On The Move

L’identità di genere non è determinata dall’insieme di informazioni cromosomiche, dagli organi genitali o dalle capacità riproduttive, ma risponde alla domanda più umana e universale di tutte: Chi sono io?”. Nel 2016, in Spagna, quando prima di addormentarsi un bambino di appena 5 anni se lo domandava, la risposta notte dopo notte era sempre la stessa: “Sono Cora”. Sua madre non dimenticherà mai il giorno in cui al parco suo figlio le disse di essere in realtà una bambina. Ma “nessuno mi vede”, le confidò passeggiando. In quell’istante Ana si rese conto che quella tristezza, quel disagio espresso, non potevano più essere ignorati, così si chinò verso di lui e gli disse: “Devi parlare con papà”. Tre giorni dopo quella frase, il telefono di Ana squillò: “Me l’ha detto oggi, mentre andavamo a scuola”, la voce era quella di Ramon, suo marito.

Storicamente, il primo luogo di esclusione di un’esperienza trans è la famiglia: ma non sempre è così. Nel caso di Cora, dopo il sostegno dei suoi genitori, è arrivato anche quello di suo fratello Marc, che ha il nome scelto da sua sorella tatuato sul braccio, e di sua nonna. Casalinga e vedova da anni, quando sua figlia Ana si presentò a casa sua per dirle che suo nipote d’ora in poi sarebbe stata una bambina, rispose: “Una bambina? Cora? Beh, allora è così. Non fa alcuna differenza”. Tenendo sotto la manica del suo maglione un nastro blu, bianco e rosa, come i colori bandiera trans, racconta di fronte alla telecamera: “I primi giorni è stato un po’ difficile per me non sbagliare ed evitare di chiamarla con il vecchio nome, ma è perché sono anziana e confondo sempre tutti i nomi. L’amore di una nonna è lo stesso”. E aggiunge: “Auguro a mia nipote che il suo futuro sia felice e che non si lasci sopraffare”.

 

Transizione e famiglia 

 

I transgender sono sempre esistiti, quello che non esisteva prima erano delle famiglie pronte a supportarli. Intraprendere la transizione di genere da bambino non era cosa comune fino a qualche anno fa, ma gli esperti del settore non lo considerano sconveniente: “Se una bambina o un bambino mostrano molto chiaramente che l’identità di genere che sentono è diversa, perché non dovrebbero iniziare la transizione?”, dichiara Nuria Asenjo dell’Unità di Identità di Genere dell’Ospedale Ramón y Cajal di Madrid. Mentre Sore Vega di Tránsit, l’ufficio dell’Istituto catalano della Salute dedicato alla transessualità, sostiene: “Ogni persona, indipendentemente da come costruisce la propria identità, la struttura fin dalla più tenera età, eppure questo processo viene messo in discussione solo se si fa in ciò che si considera il senso opposto, contrario al genere assegnato alla nascita”. Vega propone di “ascoltare e accompagnare i bambini, affinché possano prendere decisioni a partire da un contesto di autonomia” ed evitare “i danni che possono essere causati dalla negazione dell’identità di un bambino”.

Le ricerche più recenti mostrano che la differenza tra accompagnare un bambino trans o negare la sua identità può essere in alcuni casi questione di vita o di morte. Nello studio Injustice at Every Turn. A Report of the National Transgender Discrimination Survey, dei transessuali adulti parlano di un’infanzia perduta a causa della negazione della loro identità, che comporta come conseguenza un rischio di suicidio del 41% (rispetto all’1,6% della popolazione generale). Inoltre, storicamente, invecchiare per la popolazione trans significava spesso farlo da soli e subire le conseguenze della disparità economica, sanitaria, educativa, lavorativa e sociale: lo studio Identification of factors of labor insertion of transgender people, conferma che la percentuale di esclusione lavorativa tra le persone transgender è di circa il 60%.

 

Nel mondo là fuori 

 

Sentirsi riconosciuta, valorizzata e accompagnata dentro e al di fuori del suo nucleo familiare è stato fondamentale per la crescita di Cora. “Durante il primo giorno in cui è stata riconosciuta, uscimmo in strada con una paura terribile, non volevamo lasciarla andare”, ricorda il padre. Ma Cora, felicissima, si avvicinò al portone della sua scuola e la sua amica Shannon, quando la vide arrivare, gridò: “Ciao, Coraaaa!”. E anche gli altri compagni iniziarono a chiamarla così. La scuola, dopo la casa, è il secondo luogo più importante per il pieno sviluppo di una persona. Le istituzioni scolastiche, che storicamente non sono state di supporto ai bambini trans, sono decisive quando si tratta di accompagnare un’esperienza trans in classe e promuovere un’educazione di genere più aperta, plurale, diversificata e fluida. Nella scuola di Cora non avevano esperienza in materia, ma hanno ricevuto una formazione e poi hanno deciso di convocare una riunione per parlare di identità di genere. “Quando ha sentito tutti chiamarla Cora è stato molto bello. Era un giorno importante. Da quel momento in poi, tutti cambiarono”, ricorda l’insegnante dell’epoca, Elisenda Dunyó, che raccontò in classe la storia di una ragazza che era stata scambiata per un maschio alla nascita. “I bambini hanno preso il cambiamento in modo naturale: sono intuitivi e in qualche modo l’avevano già notato. Non sembravano farci un caso”.

“In quei giorni, Cora andava al parco giochi e correva e correva. E il cortile della nostra scuola è minuscolo. Ma lei comunque correva. Bisognava vederla, che sensazione di libertà che trasmetteva!”. Come se essere vista da tutti per quello che sentiva di essere  le avesse messo le ali.

La storia che vi abbiamo raccontato è stata ripresa dalla mostra “Cora’s courage”, esposta durante il festival internazionale di fotografia Cortona On The Move (aperto fino al 3 ottobre). Interviste, alcuni estratti e tutte le fotografie sono di Gabo Caruso, fotogiornalista e comunicatrice visiva, nata a Buenos Aires.