Mamme, lockdown e fantasia: uno slalom da esaurimento tra smart working, spesa, figli e Dad

Tre mamme raccontano le loro esperienze su come è cambiata la gestione della casa e della famiglia al tempo della pandemia: “Tutti sotto un tetto, senza un attimo di riposo. Tempo libero azzerato e lavoro a qualsiasi ora”

Se qualcuno mettesse un annuncio con su scritto: “Si ricercano persone disponibili a lavorare 7 giorni su 7, totalmente gratis, 24 ore al giorno, domeniche comprese, senza possibilità di ferie, con frequenti turni di notte e straordinari non retribuiti”, nessuno al mondo si sognerebbe di accettare. Eppure a quell’annuncio risponde ogni donna quando diventa mamma, e da quel preciso momento sceglie di dedicare tutto il tempo, le giornate e le energie al suo bambino.

Lo sapevano bene le nostre nonne: essere mamme è il ‘mestiere’ più impegnativo del mondo, e anche il più bello. Quello che però, tanti anni fa, le nonne dell’epoca non potevano certo immaginare, è che sarebbe arrivato un momento in cui, al tempo del Covid, essere mamme avrebbe comportato diventare anche l’insegnante, la psicologa, l’autista, l’esperta di computer e d’informatica dei propri figli. Al tempo della pandemia è capitato anche questo: niente più routine della sveglia alle 7, colazione svelta per tutti, e poi portare dei figli a scuola, all’asilo o in palestra. Niente più corsa in ufficio, al lavoro e al supermercato, e soprattutto, niente più aiuto dei nonni. Dal primo lockdown, tutti chiusi in casa, tra tensioni crescenti e didattica a distanza, compiti al pomeriggio e panni da lavare e da stirare a tarda sera. Tutti sotto uno stesso tetto, tra caos e connessioni che saltano, disagi e paure di chi, all’epoca delle videochiamate, si è ritrovato ad avere nostalgia del contatto fisico con professori e amici. In questo tempo sospeso, alle mamme lavoratrici sono toccati i carichi di lavoro quotidiani più pesanti, che nella migliore delle ipotesi si sono triplicati. E così, da un giorno all’altro, si sono ritrovate a gestire interminabili giornate dai ritmi frenetici e senza sosta, e per farlo si sono spese con tutte le loro forze per tenere a bada caos e capricci, telefonate e fornelli, facendosi in quattro tra riunioni, lavastoviglie, interrogazioni e giochi in terrazza. In molti casi anche facendo salti mortali per far quadrare i conti che, sempre più spesso, in questo periodo nero proprio non tornavano. Perché, come se non bastasse, la crisi Covid ha finito per penalizzare proprio le donne, in moltissime rimaste senza lavoro. Com’è cambiata dunque la vita in famiglia, tra Dad, smart working e gestione della casa? Ecco le testimonianze di alcune mamme lavoratrici, alle prese con figli piccoli e grandi. E sacrifici vecchi e nuovi.

 

Isabella Bandecchi, 3 figli

“Lavoravo di notte per lasciare spazio alla Dad e allo smart working di mio marito”

 

Mamma Isabella e la figlia Marina

“Mi sono ritrovata, da un momento all’altro, con 3 figli in dad e un marito, che lavora in banca, in smart working. Quando erano tutti e quattro collegati in contemporanea, si venivano a creare dei problemi di linea: e quando saltava, i professori non sempre ci credevano, davano dei voti punitivi ai ragazzi e questo creava arrabbiature e discussioni. Anche io avrei dovuto lavorare su internet, perché edito dei video che poi carico su YouTube: ma ho dovuto sospendere tutto, per lasciare la linea il più possibile libera per loro. Oppure lavorare di notte, perché anche nel pomeriggio i miei figli partecipavano a gruppi di lavoro. La difficoltà più grande? Mi sono sentita invadere nella mia intimità. Non sono una che si lamenta di avere i figli in casa, anzi, sono la classica mamma chioccia: ma quand’è così è diverso, è una realtà deviata, distorta. Le telecamere dovevano essere sempre accese, i professori dovevano vedere che i ragazzi non stavano sbirciando sul libro, e così io mi sono ritrovata a non poter passare neanche per andare in cucina. Ho vissuto questo periodo come una vera prigionia. A volte mi sono ritrovata a tenere i cani in camera con me, perché c’era bisogno del silenzio più assoluto in casa: perché mio marito era impegnato in una telefonata di lavoro o uno dei miei figli doveva sostenete un’interrogazione. La più grande, Virginia, ha 21 anni ed era collegata con l’Accademia Cinematografica di Roma, e per fare i corsi di recitazione online doveva impegnare anche la voce e tenerla alta. Marina ha 18 anni e frequenta l’Istituto tecnico agrario, mentre Pietro ne ha 16 e va al liceo classico. Per fortuna siamo una famiglia molto unita, ma la sensazione, per tutti, è stata quella di una convivenza forzata: è pesante rispettare regole imposte come quelle della Dad, che era diversa per ogni scuola. Mio figlio, ad esempio, fino ad un certo punto ha sostenuto lezioni e interrogazioni di latino via WhatsApp. In questa occasione i professori dovevano scendere sul campo dei ragazzi, che ovviamente sul web sono più pratici di noi: ma non tutti sono stati in grado di farlo. E come risultato molti studenti hanno smesso di vedere in loro una guida. Per evitare che ciò accadesse, coi miei figli mi sono ritrovata a fare anche da motivatrice, ho dovuto convincerli che la Dad fosse essenziale, che solo così poteva andare avanti il Paese. Questo momento, però, lo ricorderò per sempre come una prigionia. Se c’erano dei momenti di buco non corrispondevano mai, dunque se uno dei miei figli non aveva lezione in quell’ora, gli altri sì. Mi era proibito passare l’aspirapolvere, anche per fare una telefonata dovevo chiedere il permesso e trovare il momento giusto. Nessuna cosa era più al suo posto, c’era solo caos. Ho fatto tutto questo per il bene di mio marito e dei miei figli, ma mi è mancata la libertà. Non quella di uscire o di viaggiare: ma quella di muovermi in casa, anche per passare con i panni e andare a stenderli in terrazza”.

 

Tiziana Burgassi,  mamma di Matilde di 12 anni

“In due con un solo computer: abbiamo condiviso tante cose e parlato di più”

 

Tiziana Burgassi

“Nel periodo del lockdown ci siamo ritrovate in casa dall’oggi al domani e ci siamo organizzate man mano, per gestire tutto al meglio. Vivo e lavoro come impiegata ad Arezzo e ho una figlia, Matilde, di 12 anni, che fa la seconda media. Ho potuto seguirla nella didattica a distanza, ma quando per me è iniziato lo smart working, abbiamo gestito i nostri impegni come potevamo. Ho dato a lei la priorità, perché era giusto che non perdesse le lezioni. Avendo un solo computer, lo lasciavo a lei per la Dad, e non appena finiva, io iniziavo a lavorare. Nel frattempo, mentre Matilde seguiva le lezioni a distanza nella sua stanza, io cercavo col mio smartphone di gestire mail e video conferenze. Mi sono ritrovata a lavorare più ore, perché recuperavo tardi, la sera, appena mi era possibile rimettermi al computer. Un’altra difficoltà: Matilde ha sempre fatto palestra e quando questo lockdown l’ha costretta in casa, di punto in bianco, si è ritrovata a non poter più fare attività fisica, anche se provava a farla tra le mura domestiche. Prima della pandemia avevamo altri ritmi, l’accompagnavo a scuola poi andavo al lavoro, era tutto più gestibile. In questo periodo è stato tutto diverso; ad esempio quando dovevo uscire per andare al supermercato, ho dovuto lasciarla sola in casa, senza poter chiedere ai nonni. È aumentata anche la spesa: prima capitava che Matilde mangiasse dalla nonna, oppure facesse merenda in palestra. In quei mesi invece, anche per noia, andava spesso in cucina a prendere una merendina. La preoccupazione più grande? La scuola, che la teneva impegnata la mattina davanti a un computer e il pomeriggio sui libri. Non potendo uscire, ho dovuto trovare stimoli sempre nuovi per farla uscire di camera, tenerla lontana da computer e telefono. Ma c’è stato anche un lato positivo in tutto questo: prima della pandemia, nel caos della quotidianità, eravamo prese dai nostri impegni. Ora abbiamo trovato il modo di condividere piccole cose insieme e di parlare di più”.

 

Giuditta Pasotto, tre figli piccoli

“Quella volta che in classe un bimbo è risultato positivo: mio figlio in isolamento fiduciario e nessuno di noi ha potuto più uscire”

 

Giuditta Pasotto

“Ho tre figli e, ovviamente, durante il lockdown ho lavorato da casa. I miei orari? Sveglia prestissimo, riesco a lavorare dalle 9.30 fino alle 12, compatibilmente con la Dad. Poi preparo da mangiare, lavoro un altro paio d’ore, dalle 14 alle 16, ma è tra le 22.30 e l’una di notte il mio orario di lavoro vero. Con tre bimbi piccoli, Edoardo, Guglielmo e Gherardo, di 2 anni, di 9, e quello di 14 che ha fatto da casa anche l’esame di terza media, è stato difficilissimo gestire il volume ‘audio’ familiare, il cercare cioè di non parlarci sopra. Gli spazi erano diversi da quelli di un ufficio, e così mi sono trovata a lavorare a volte su un divano, a volte su una sedia di cucina o su sgabelli improvvisati, con mal di schiena e torcicolli vari. Poi, quando un figlio ha ricominciato ad andare a scuola e l’altro no, è stato anche più scomodo di prima, perché dovevo portarlo, tornare a casa, badare agli altri, andarlo a riprendere ecc. A casa dovevo tenere tutto sotto controllo, compreso le continue ‘visite’ in cucina dove, vuoi per noia o per l’avere tutto a portata di mano, andavano di continuo a prendere succhi, merendine, cioccolatini. Anche dal punto di vista alimentare questo periodo ha comportato uno scombussolamento notevole. Tutto era diverso dalla situazione pre Covid: non ci si poteva far aiutare da altre mamme e neanche più contare sui nonni, che erano i più esposti al virus e dunque dovevano restare a casa. Il tempo libero per me non si è solo dimezzato, ma praticamente azzerato: per fare un esempio, mi devo fare la ricrescita da un anno. Gestisco sul sito Gengle.it una community di genitori single, che supportiamo con vari servizi di welfare. Tantissime donne hanno pagato un prezzo altissimo di questa crisi: quelle che hanno più ‘tempo libero’ è perché hanno perso il lavoro, e non hanno certo voglia di leggerezza e spensieratezza. La pandemia ha creato molti problemi da gestire in tantissime famiglie, e proprio pensando alle loro esigenze abbiamo creato una piattaforma dove richiedere aiuto. Il servizio spesa a casa, ad esempio, non sempre arriva dappertutto. E allora ci siamo mossi noi, per i farmaci, per piccole commissioni di routine quotidiana, offrendo così un supporto pratico. Ad esempio, è capitato che uno dei miei figli è stato messo in isolamento fiduciario perché uno dei bambini della sua classe è risultato positivo al tampone: da quel momento, nessuno di noi ha potuto più andare farmacia, al supermercato e neanche portare fuori il cane. Abbiamo pensato allora di creare un servizio di pronto intervento, e anche attivato una linea di ascolto telefonico al numero 0550080100, per supportare i genitori nei momenti più difficili. La giornata tipo di una mamma in lockdown quando inizia? Alle 6 di mattina e termina alle 11 di sera, quando tutto va bene. A quel punto o si crolla distrutte, oppure si pensa alla lista di cose da fare che ci aspettano il giorno dopo, a cui bisogna mettere una pezza”.