Maria Grazia Cucinotta, oltre la bellezza: “Provarono a violentarmi ma nessuno mi ha creduta”

L'attrice e imprenditrice cinematografica, ex modella, racconta un passato da "brutto anatroccolo" nella Sicilia degli anni '80: "Mi ha insegnato a non fidarmi mai di nessuno. Non ho mai permesso che mi mancassero di rispetto". Una mentalità che applica anche oggi nella lotta contro la violenza di genere

È combattiva, Maria Grazia. Lo è sempre stata. Fin da quando se n’è andata dalla sua Sicilia, a conquistarsi un futuro da modella, a Milano. E poi da attrice. E poi da produttrice, da imprenditrice del cinema. Finendo a concludere accordi con la Cina, il più grande colosso cinematografico del mondo. Non è solo la ragazza bella e dolcissima di cui s’innamora Massimo Troisi nel “Postino“, il suo film più straziante, l’ultimo per il genio napoletano con i riccioli, con la sua voce morbida e piena di esitazioni. Il primo importante per lei, la ragazza mediterranea che nel viso aveva tutta la tenerezza del mondo.

Maria Grazia Cucinotta poi avrebbe interpretato molti altri film, fino ad approdare al cinema hollywoodiano, diventando una delle rare “Bond girl” italiane. A lei si è ispirato persino un personaggio dei Simpson. Ma, per lei, i capolavori della sua vita sono due: sua figlia Giulia, ed essere riuscita sempre a farcela da sola. Con caparbietà, con ostinazione. Racconta di quando era un brutto anatroccolo. Svela la sua timidezza. E racconta di quando ha dovuto raccogliere tutte le forze, per non finire vittima della violenza.

Maria Grazia Cucinotta

Maria Grazia Cucinotta giovanissima, agli esordi della carriera

 

Maria Grazia, da ragazzina sentiva di possedere i ‘superpoteri’ della bellezza?
“Ma al contrario! Io ero il brutto anatroccolo! A tredici anni ero magra, alta, con gli occhiali e con un seno imponente: avevo tre milioni di complessi, ero timidissima, tutte le mie compagne erano più sicure di sé. Mi sentivo inadeguata, fragile. Ero solo una ragazzina con tanti sogni in un piccolo centro come Messina, negli anni ‘80”.

Come era vivere, difendersi, farsi rispettare nella Sicilia degli anni ’80?
“Io ho sempre avuto l’istinto di un animale. Sono cresciuta in un quartiere difficile, che mi ha insegnato a non fidarmi mai di nessuno. Ero timida, sì: ma non ho mai permesso che mi mancassero di rispetto”.

Poi la bellezza è apparsa, però. Che cosa ha rappresentato per lei?
“Non lo nego: è stata una chiave di ingresso nel mondo di cui volevo far parte. Ho iniziato con i concorsi di bellezza, con in testa ben chiaro che volevo fare l’attrice. La bellezza? In Italia, ancora oggi, è un’arma a favore e allo stesso tempo a sfavore”.

In quale senso?
“È un deterrente della credibilità. Ci metti molta più fatica, molto più tempo per dimostrare che sei capace. ‘Bella’ sembra voler dire automaticamente meno brava, meno capace. Negli Stati Uniti non è così, anche grazie al lavoro di attrici bellissime che hanno saputo trasformarsi, interpretare ruoli meravigliosi: penso a Charlize Theron in Monster, solo per fare un esempio”.

È stata testimone, o ha vissuto in prima persona tentativi gravi di molestie?
“Le ho vissute in prima persona. E non molestie, ma un tentativo di violenza. Avevo 22 anni, vivevo a Parigi. Fui aggredita da uno sconosciuto, rientrando a casa. Era pomeriggio. Stavo chiamando l’ascensore nell’androne. Con la coda dell’occhio ho visto entrare dietro di me un signore. Poi mi sono sentita toccare il sedere e non ho fatto in tempo a voltarmi. Mi ha afferrato il collo, ha cominciato a stringere, ha tentato di strapparmi la felpa. Sono riuscita per miracolo a divincolarmi dalla sua stretta al collo, e per la prima volta sono corsa alla polizia a denunciare qualcuno”.

Oltre all’impegno con il cinema Cucinotta porta avanti una propria battaglia sociale contro la violenza di genere

Come andò?
“La polizia francese cadde in pieno nel più trito dei luoghi comuni. Il poliziotto mi faceva domande come ‘Perché si è trasferita a Parigi’, ‘Perché ha lasciato l’Italia’, chi mi pagava l’affitto: indagava su di me, non sul mio aggressore. E poi la domanda classica: ‘Cosa indossava lei?’. Esasperata, con i segni della colluttazione dappertutto, gli ho detto: ‘Non mi crede?’. E lui: ‘Bon, sei mediterranea, lo hai sicuramente provocato’. La frase mi si è stampata dentro. Non so se fosse peggio essere strangolata o non essere creduta”.

Anche da questa esperienza è nato il suo desiderio di tutelare donne che subiscono violenze, con l’associazione Vite senza paura?
“Esattamente. In collaborazione con l’associazione Artemisia di Maria Stella Giorlandino, che offre un call center gratuito 24 ore su 24, diamo assistenza alle donne che hanno il coraggio di denunciare abusi. Con il magistrato Solveig Cogliani abbiamo creato Vite senza paura, una onlus che vuole proteggere le donne dalle violenze visibili e anche da quelle invisibili. Perché le violenze peggiori sono quelle che non lasciano segni, le minacce continue. Minacce che vengono sistematicamente sottovalutate da chi dovrebbe tutelare le donne”.

Le associazioni e le campagne contro la violenza sulle donne si sono moltiplicate. Che cosa è che non cambia?
“Le campagne di comunicazione servono per far capire che è importante denunciare. Ma la differenza vera la fanno le leggi e il modo in cui sono applicate”.

È cambiato l’atteggiamento degli uomini, negli ultimi anni?
“Secondo me no. Gli atteggiamenti si cambiano anche cambiando le leggi. In America le leggi contro lo stalking sono molto pesanti. Uno che stalkerizza una donna viene subito messo in condizione di non farlo. In Italia è molto difficile che i persecutori finiscano davvero in prigione: se stanno per strada, la prima cosa che fanno è vendicarsi contro chi li ha denunciati. La denuncia può rivelarsi un boomerang”.

La Cucinotta con il magistrato Solveig Cogliani attiva nella lotta contro violenza sulle donne

Lei ha fondato una sua casa di produzione, è andata a trattare con produttori cinesi, ha concluso accordi importanti. Direbbe che la situazione per la donna, nel mondo del lavoro, è cambiata da qualche anno fa?
“C’è ancora molta, moltissima diffidenza. Ci sono alcune donne che hanno conquistato ruoli decisivi, nella politica e nell’imprenditoria, ma sono ancora troppo poche. Non sono neppure a favore delle ‘quote’ rosa o di un numero minimo di donne per ogni programma televisivo: si deve guardare al merito, senza badare ad altro”.

Si parla molto di inclusività. È cambiata la mentalità, rispetto al passato? Siamo davvero disposti a non discriminare, a non fare differenze di genere, di orientamento sessuale, di religione, di abilità o disabilità?
“Io credo nelle nuove generazioni. Vedo mia figlia Giulia, che ha 19 anni e lotta da sempre contro tutti i pregiudizi. Cambiare la mentalità in un Paese significa cominciare dalle scuole. Dire ai nostri ragazzi che siamo delle vite ricoperte da dei corpi; che non ha importanza di che colore sia la pelle, di quale lingua parliamo. Bisogna che anche i media siano più attenti a non seminare odio, a proporre coesione e non divisione, chiarezza e non confusione”.

Nel mondo dello spettacolo, chi sono le persone con cui sente un debito di riconoscenza?
“Renzo Arbore e Massimo Troisi, senza dubbio. Renzo Arbore ha creduto in me, chiamandomi a Indietro tutta!. Massimo mi ha scoperta come attrice, mi ha dato l’occasione di essere quel che sono, di farmi conoscere in tutto il mondo. E mi ha regalato il consiglio più prezioso: ‘Sii vera. Se reciti, si vede’. Mi ha insegnato la lezione della verità, della semplicità. E lui, Massimo, era il più vero di tutti, sul set e fuori dal set”.