Maschere e costumi teatrali, un artigianato antico che fa rivivere e rende preziosi materiali poveri e riciclati

Il laboratorio artistico della Pergola  di Firenze, diretto da Elena Bianchini fornisce modelli su misura a teatri di tutto il mondo. Una scuola dove si insegna un metodo, prima ancora che a realizzare prodotti finiti

L’incanto della scena, il silenzio delle mura, la consistenza dei materiali, la fluidità dei tessuti, il respiro lento della pazienza. E lo scorrere del tempo che non segue più le regole consuete, ma si consegna ad un trapasso lieve di attimi che si ampliano a dismisura per contenere il lavoro da fare. E’ la magia del teatro. Con vista dal laboratorio artistico della Pergola  di Firenze, diretto da Elena Bianchini.
“L’emozione di essere qui è quella ancora del primo giorno. Ma tutto ciò che si vede è poco rispetto a quanto invece non è possibile osservare, che è fatto di dedizione, di impegno, di cura maniacale del dettagli, di attenzione quasi religiosa, del tempo che passa inesorabile e che ti richiama alla necessità di un riscontro con la concretezza del prodotto da far indossare, passando dal bozzetto e dalla immaginata perfezione del cartamodello, al confronto con la fisica corporea degli attori e dei loro movimenti dinamici”.
Elena nel 2015 ha letteralmente creato questa struttura e l’ha resa unica nel suo genere, mettendo insieme tutto quello che fa teatro. Maschere, abiti, accessori, attrezzerie, elementi di scena. Oggi questo laboratorio costituisce un’eccellenza italiana e collabora con numerosi teatri, ‘vestendo’ le produzioni più importanti.
Elena ama soprattutto le maschere di cartapesta che sotto le sue mani, e quelle dei suoi collaboratori, prendono letteralmente vita partendo da calchi di gesso. Carta riciclata con l’aggiunta di pezze di stoffa e, come nel caso di quelle realizzate per il Pinocchio di Pier Paolo Pacini, lavorate con finitura a foglia metallica per avere un effetto luminescente in grado di proiettare lo spettatore in una dimensione letteralmente onirica.

Costumi di scena alla Pergola

Vive le maschere, così come sembrano vivi gli abiti. Alcuni dei quali realizzati in carta velina e poi rifiniti attraverso materiali insoliti, che non immagineresti mai al tavolo di una sartoria, come ad esempio il mordente per il legno.

“La difficoltà maggiore” ci racconta Elena Bianchin – “è di far quadrare i modelli storici -che erano stati pensati per una postura rigida in quanto nelle corti era vietato gesticolare– ai corpi ed ai movimenti degli attori. Un lavoro continuo che parte dal confronto con il regista, passando per la scelta dei modelli, dei materiali, via via fino alla prova generale. Noi qua facciamo il processo completo sia per quanto riguarda l’ ideazione, che la realizzazione. Dal bozzetto al lavoro finito, attraverso la consultazione delle fonti iconografiche, di varia natura, la ricerca, il disegno, per arrivare alla prova costume in scena che è il momento più delicato, in cui vediamo il risultato del nostro lavoro. Un risultato mai scontato, perché un conto è il laboratorio, altro è vedere i costumi indossati sotto le luci da attori che si muovono in maniera dinamica. Alla fine quello che realizziamo con la nostra sartoria, che si avvale di collaboratrici esterne di altissimo profilo professionale, è da considerare alla stregua di abiti di alta moda che vengono realizzati su misura. Un lavoro che necessita di una grandissima attenzione e precisione”.

Il laboratorio , che occupa una parte del sottotetto della Pergola,  nasce a marzo 2015 con l’obiettivo di creare una realtà di produzione permanente che mettesse a confronto le antiche manualità proprie della storia artigianale del teatro con esperienze artistiche diverse. Nell’intento di dare un nuovo impulso a quel particolare tipo di cultura che da secoli caratterizza in termini universali la nostra identità: il saper fare.
Alle pareti, sull’intonaco levigato ed ingentilito dal tempo, scritte e graffiti dal passato più o meno recente, armature e corazze di cartapesta, mascheroni, disegni. Sui tavoli i tessuti e le maschere. In un angolo gli assi da stiro. Perché questo lavoro, qui, è anche quello comune di chi si prende cura del vestiario per sé e per la propria famiglia. Solo che qui la famiglia è vasta e poliedrica, e solitamente si veste di immaginazione se non di sogni.

Il laboratorio della Pergola

Quei sogni che oggi la Pergola confeziona e mette a disposizione anche del pubblico esterno con organizzando ogni anno vari corsi di formazione.

“E’ un’ esperienza che abbiamo cominciato 3 anni fa e che sta avendo un grande successo”  racconta Elena.

Chi li frequenta?

“Non c’è una tipologia precisa. Ci sono gli studenti dell’Accademia, chi viene per approfondire delle conoscenze nel campo della moda, ovviamente chi lavora nella sartoria, ma anche semplici curiosi. Persone che attraverso questi corsi sviluppano un proprio talento nascosto. Abbiamo avuto primari ospedalieri, capitreno, artigiani di altri settori, di tutto. Qui tutti sono pari e tutti vengono portati ad un livello di preparazione adeguato alle proprie possibilità. Ed il lavoro alla fine viene premiato perché non è simbolico: gli abiti e le maschere prodotte o vanno in scena o in mostra qui nel teatro”.

E gli stranieri?

“Naturalmente ce ne sono. Molti ci chiedono di fare corsi specifici per loro, ma a noi interessa il linguaggio comune che si sviluppa nel fare concretamente le cose, nel lavorare alla realizzazione di un prodotto, in un percorso all’interno del quale chi è più indietro viene portato avanti da chi magari è già più esperto. Per questo preferiamo gruppi misti, in cui si trova un po’ di tutto”.

In sostanza, cosa s’insegna alla Pergola?

“Noi- conclude Elena- insegnamo un metodo, che ognuno può adattare alle proprie esigenze. Una strada che insegni a ciascuno come realizzare le proprie idee. E osservare la soddisfazione degli allievi che alla fine vedono concretizzarsi il frutto del loro impegno è qualcosa di impagabile”.

Quando si chiude la porta del laboratorio e si scendono le scale del Teatro per arrivare al portone d’uscita si vive quasi con violenza il lento, inesorabile, richiamo alla realtà. Oltre il portone, lontano dagli specchi e dagli stucchi del Teatro, c’è la strada con le sue incombenze quotidiane. Ma è bello sapere che dietro, dentro, c’è qualcuno che custodisce con amore e passione il tesoro della finzione e dell’immaginazione. Dove tutto è possibile. Anche scomporre il tempo e lo spazio per far risplendere l’arte e la sua potenza creativa.