Medicina di genere: uomini e donne sono diversi in salute e malattia. Giovannella Baggio: “La pandemia ci ha resi più consapevoli, necessario un approccio specifico”

Nel 2018 in Italia è stata approvata la prima legge al mondo sulla medicina di genere. Secondo Giovannella Baggio, presidente del Centro studi nazionale salute e medicina di genere, la pandemia ha permesso "di comprendere che i sintomi, gli effetti e le cure di una patologia sono diversi tra maschi e femmine. È stato fatto tanto, ma non è ancora abbastanza"

Fin dall’inizio della pandemia di Sars-CoV-2 è emerso in modo chiaro come il contagio fosse più pericoloso per gli uomini che per le donne. In Italia come nel resto del mondo le statistiche e gli studi hanno confermano che sono gli uomini a rischiare un decorso grave della malattia, fino al decesso. Le ragioni sono biochimiche, ma anche sociologiche. Per chi non è addetto ai lavori è stata questa, forse, la prima volta in cui si è sentito parlare di medicina di genere. O meglio, medicina genere-specifica. Con questa definizione si intende una medicina in cui “sono prese in considerazione le differenze tra uomo e donna (intesi sia come sesso biologico sia come genere) di fronte alla salute e alla malattia: differenze nei percorsi diagnostici, nelle necessità terapeutiche e nell’efficacia dei farmaci”. Così scrive la dottoressa Giovannella Baggio, presidente del Centro studi nazionale salute e medicina di genere di Padova – e prima docente a tenere una cattedra nel nostro Paese proprio all’Università di Padova -, nel libro “Dalla medicina di genere alla medicina di precisione” della Fondazione Onda, l’osservatorio che in Italia si occupa di monitorare la salute della donna e di genere. “Non si tratta di medicina della donna – spiega la professoressa Baggio -. Non è una specialità, ma una dimensione trasversale a tutte le specialità”. Un altro osservatorio, presso l’Istituto superiore di sanità, è stato istituto nel 2018 dal Governo con una legge pioneristica, la prima al mondo sulla Medicina di genere.

C’è bisogno di un osservatorio? Sì, perché la medicina genere-specifica non è (ancora) la normalità. Per secoli si è preso il corpo maschile come paradigma e oggetto di studio (salvo che per le questioni ginecologiche). E basti pensare che gli studi sul tema iniziarono solo negli anni Novanta in campo cardiologico, quando la direttrice dell’Istituto di Cardiologia dell’Istituto Nazionale della Salute degli Stati Uniti si accorse che la ricerca scientifica di quell’istituto era condotta solo su uomini. Ma attenzione, a fare le spese di una medicina che non tiene conto delle differenze, sono le donne ma anche gli uomini. Dagli anni ’90 molto è cambiato, ma la strada è lunga. Il Covid ha costretto a dare un’accelerata.

Il Covid e la medicina di genere

Come detto, fin dall’inizio della pandemia è emerso come la malattia sia più pericolosa per gli uomini che per le donne: secondo i dati pubblicati dall’Iss, dal febbraio 2020 al 28 aprile 2021, in Italia le donne morte di Covid erano il 43,6% del totale delle vittime, contro il 56,4% degli uomini a fronte di un maggior numero di donne contagiate (probabilmente per la maggiore presenze nei lavori di assistenza e cura). E l’unica fascia d’età dove a morire sono di più le donne (over90) è semplicemente quella in cui sono più numerose. “E questo è vero in tutto il mondo, almeno in quei Paesi dove sono stati raccolti dati disaggregati”, spiega la professoressa Baggio.

Le ragioni sono biochimiche (c’entrano gli estrogeni, il recettore Ace2 e il cromosoma X) e socio-comportamentali: tipicamente le donne sono più ligie al rispetto delle regole anti contagio e fumano e bevono di meno, riducendo quindi i fattori di rischio. “In generale le donne hanno un sistema immunitario più forte di fronte ai virus – prosegue la professoressa Baggio – anche se questo poi lo scontiamo con una maggiore propensione alle malattie autoimmuni”. Le differenze biochimiche e immunologiche tra uomo e donna, emerse anche in tempo di Covid “sono molto importanti e possono aiutarci a capire di più altre malattie”.
Insomma, la pandemia come “acceleratore” di un approccio più gender-specific nella medicina? Diciamo che qualche buona notizia c’è: “Nelle sperimentazioni effettuate sui vaccini la presenza di uomini e donne era bilanciata. Non si è vista nessuna differenza nell’efficacia, anche se noi sappiamo che le donne in genere reagiscono meglio ai vaccini”.
Nota dolente, però, sono le reazioni avverse: il 75% degli effetti collaterali meno gravi riguardano le donne. E anche quelli più gravi, come le trombosi, sembrano un problema femminile.

Sta emergendo poi un filone di studi che riguarda le conseguenze che i vaccini possono avere sul ciclo mestruale (perdite intermestruali, flusso abbondante o scarso, doloroso, mestruazione in ritardo o in anticipo). Conseguenze che sembrerebbe non siano state studiate ex ante. Al momento si stanno raccogliendo i dati e si cerca un nesso causale.

Medicina genere-specifica: tutte le specialità declinate con un’attenzione di genere

Donne e uomini, ormai è chiaro, sono soggetti a malattie in modo diverso, hanno sintomi diversi, rispondono alle cure in modo diverso. Guardiamo alle malattie cardiovascolari: nonostante l’immaginario collettivo dica il contrario, l’infarto è la prima causa di morte non degli uomini ma delle donne (48% contro 38%). Ma poiché nella donna i sintomi sono diversi rispetto all’uomo (sono rari i dolori al petto, si presentano piuttosto allo stomaco, alla mandibola, oppure ansia o stanchezza), spesso non vengono riconosciuti. “Ma non è solo una questione di donne – sottolinea Giovannella Baggio -. In psichiatria le donne soffrono di depressione molto più degli uomini, ma sono questi ultimi che si tolgono la vita più frequentemente. L’osteoporosi è considerata una questione femminile ma così non è: anche l’uomo la sviluppa, con dieci anni di ritardo. Ci sono alcuni tumori che hanno una mortalità più elevata negli uomini”. È evidente dunque, che un approccio genere-specifico in ogni disciplina è a beneficio di tutti, uomini e donne, che altrimenti rischiano di avere diagnosi sbagliate o tardive.

La situazione in Italia

Come detto, l’Italia si è dotata nel 2018 della prima legge al mondo sulla medicina di genere (legge Lorenzin), che prevede un Piano per la medicina di genere e l’Osservatorio presso l’Iss, che controlla l’applicazione del Piano stesso nei quattro ambiti in cui va sviluppato un approccio genere-specifico: percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione; ricerca e innovazione; formazione e aggiornamento professionale; comunicazione e informazione. C’è da dire che di passi avanti ne sono stati fatti, grazie soprattutto alla rete che si è andata formando in questi anni tra ospedali, società scientifiche, enti di ricerca, società civile. Se c’è una conseguenza positiva della pandemia, è che “anche i medici che non ‘credono’ alla medicina di genere o non la conoscono, possono convincersi che è importante un approccio più specifico – conclude Baggio -. Mi auguro che il mondo scientifico si risvegli. Ho fiducia. Il Covid ha smosso molto, anche a livello politico, ma ancora non abbastanza“.