Mezze artiste: all’asta le opere delle donne sono pagate quasi la metà. Lo studio: “È discriminazione di genere”

"Negli ultimi quarant’anni su 1.5 milioni di aste d’arte effettuate, le artiste hanno guadagnato quasi il 48% in meno dalle opere rispetto ai loro colleghi"

Nel 1971, nel titolo di uno dei suoi più celebri saggi, la storica dell’arte Linda Nochlin domandava: “Perché non ci sono state grandi artiste donne?“. Per lei, nel pieno della seconda ondata del femminismo, il problema era di natura sociale. Oggi uno studio condotto da Renée B. Adams, Roman Kraeussl, Marco A. Navone e Patrick Verwijmeren le dà ragione. “Negli ultimi quarant’anni, su 1.5 milioni di aste d’arte effettuate, le artiste hanno guadagnato quasi il 48% in meno dalle opere rispetto ai loro colleghi”, scrivono gli studiosi. “Il ribasso è sostanziale. La cultura di genere può essere fonte di pregiudizi sui prezzi in sede di asta. Lo sconto sulle opere delle artiste varia nel tempo, tra i paesi, ma è sempre correlato a fattori culturali legati alla disuguaglianza di genere“. Per appurarlo, gli autori della ricerca hanno analizzato un campione di 1.5 milioni di transazioni in aste d’arte in 49 Paesi nel periodo dal 1970 al 2016.

Quadro di Berthe Morisot, unica pittrice semi-sconosciuta rispetto ai suoi celebri colleghi della stagione Espressionista

A ogni latitudine, a vari gradi e da sempre, le artiste guadagnano quasi la metà degli artisti. E sì, il punto è proprio la desinenza del loro titolo. Lo sconto, per gli studiosi, non è infatti altrimenti giustificabile: “Né per dimensione, stile o tecnica utilizzata nei dipinti, né per l’età del pittore o della pittrice e neanche per l’argomento trattato dall’opera”. Il loro studio si trova in linea con le riflessioni della storica dell’arte Nochilin: “Nelle arti così come in un centinaio di altri campi, la situazione è sfavorevole, pesante e scoraggiante per chiunque non abbia avuto la fortuna di nascere maschio bianco e preferibilmente dal ceto medio in su“.

In Italia solo il 18% delle opere d’arte nelle gallerie è firmato da artiste

Più economiche, loro malgrado, ancora oggi le donne sono ostacolate nell’accesso al mercato dell’arte. Barriere invisibili dividono le artiste dall’esporre le loro opere nelle aste, nelle gallerie, nelle biennali, triennali e quadriennali. È un altro studio del 2017 a dircelo, il report Presenza e rappresentazione delle donne artiste in Italia realizzato dal Master in Contemporary Art Markets: in Italia, nonostante il 66,7% degli iscritti alle accademie di Belle Arti sia donna, se si scorre le firme femminili nelle opere delle gallerie si scopre che le artiste sono il 18% sul totale degli artisti esposti. Un gap artistico di genere che si legge anche nella selezione delle istituzioni museali: qui solo il 19% delle mostre realizzate durante l’anno ha riguardato le artiste. E lo stesso vale per le aste e quindi per il mercato. Come accade in molti altri settori, più si sale verso posizioni importanti e di vertice, più il soffitto di cristallo si ispessisce e la presenza femminile diminuisce.

Le battaglie femministe per far luce sul gender gap artistico

Era il 1914 quando la suffragetta Mary Richardson, per richiamare l’attenzione pubblica sul voto alle donne, decise di entrare alla National Gallery di Londra e sfregiare con una lama la Venere di Velàzquez, definita dal Times “l’opera di nudo più raffinata del mondo”. Settantacinque anni dopo, nel 1989, il gruppo femminista delle Guerrilla Girls in poster affissi sugli autobus e sui muri della città di New York mise sopra il volto dell’Odalisca nuda di Ingres la faccia di un gorilla furioso. La provocazione delle attiviste voleva far luce su una discriminazione sistemica: “Le donne devono svestirsi per entrare al Met? dato che meno del 5% degli artisti esposti nella sezione d’arte moderna erano donne, mentre l’85% dei nudi erano femminili”, scrivevano.

Il poster delle Guerrilla girls del 1989: “Le donne devono svestirsi per entrare al Met? dato che meno del 5% degli artisti esposti nella sezione d’arte moderna erano donne, mentre l’85% dei nudi erano femminili”

In Danimarca, nel 2001, cinque artiste anonime hanno seppellito le loro opere dove sarebbero sorte le fondamenta del nuovo museo Aros. Il gesto, rivelato solo alla vigilia della sua apertura tre anni dopo, significava un rito propiziatorio per una migliore accoglienza delle artiste nel museo danese e in quelli di tutto il mondo. Se l’arte è lo specchio della società, questo riflesso ci informa che, ieri come oggi, la strada delle donne è accidentata di discriminazioni silenziose e invisibilità: sulla tela e fuori dalla tela. Perché, come scriveva la storica dell’arte Nochilin, “La colpa non è nelle stelle, nei nostri ormoni, nei nostri cicli mestruali o nei nostri spazi interni vuoti, ma nelle nostre istituzioni e nella nostra educazione – l’istruzione stessa, in fondo, comprende tutto quello che ci accade dal momento in cui entriamo in questo mondo di simboli, segni e segnali significativi”.